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Trump ha firmato un accordo con l’Arabia Saudita, approvando il programma nucleare civile di Riad

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Gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita hanno firmato un accordo sul nucleare. O meglio, sul programma nucleare che verrà avviato da Riad per produrre energia elettrice (quindi un programma civile) con il supporto dei mezzi e della tecnologia statunitense. Delle trattative per chiudere un accordo ci sarebbero state anche con la precedente amministrazione, quella di Joe Biden, e pure nel primo mandato di Trump: ora però si è arrivati a una quadra, che sembra essere incredibilmente lassista da parte statunitense. Nel senso che Donald Trump ha fatto parecchie concessioni, che in tutti i negoziati precedenti non erano state nemmeno considerate. Una su tutte quella che permetterà all’Arabia Saudita di arricchire l’uranio sul proprio territorio.

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Di fatto, la Casa Bianca ha rinunciato ad alcune garanzie di sicurezza che fino a qualche tempo fa erano considerate imprescindibili, anche se il segretario all’Energia, Chris Wright, ha assicurato che l’accordo rispetti “i più elevati standard di sicurezza nucleare e non proliferazione”. In generale si tratta di un accordo trentennale, rinominato “Accordo 123” dalla sezione dell’Atomic Energy Act, cioè quella normativa statunitense, che risale agli anni Cinquanta, che regola proprio la cooperazione nucleare con gli altri Paesi. Nel caso dell’Arabia Saudita si stabilisce che Riad possa sviluppare un programma atomico, di tipo civile, che comprenda però anche l’arricchimento di uranio. Saranno le aziende statunitensi a progettare e costruire le centrali nucleari nel Paese.

La "rinascita atomica" statunitense

Chris Wright ha detto che con questi accordi si rafforzeranno le relazioni commerciali tra Stati Uniti e Arabia Saudita, ha parlato di una “rinascita nucleare” statunitense che porterà benefici a lungo termine e ha assicurato che l’intesa promuoverà la sicurezza della regione. . Chiaramente, però, un accordo di questo tipo solleva anche molti dubbi rispetto soprattutto a quest’ultimo punto. Del resto solo qualche mese fa è scoppiata una guerra per il programma nucleare iraniano, anche quello (almeno a parole) di stampo civile, su cui però si sono cominciati ad avere dubbi quando i livelli di arricchimento dell’uranio hanno oltrepassato una certa soglia e quando sono state negate le ispezioni e i controlli dell’AIEA, cioè dell’agenzia internazionale per l’energia atomica, nelle varie centrali.

Ecco, questi sono esattamente i punti più controversi dell’accordo con Riad. Da un lato il fatto che si consenta all’Arabia Saudita di arricchire l’uranio (e non è chiaro se siano stati posti dei paletti ai livelli di arricchimento, in un post sui social Trump ha negato che del materiale verrà arricchito, ma le prime anticipazioni del testo dell’accordo dicono altro), dall’altro il fatto che non si prevede la firma del cosiddetto Protocollo Aggiuntivo, che è lo strumento con cui l’AIEA, che è un’agenzia dell’ONU, effettua ispezioni e tiene monitorate le centrali nucleari.

Arricchimento dell'uranio e ispezioni AIEA

Bisogna considerare che molti Paesi dotati di un programma nucleare civile non arricchiscono l’uranio all’interno dei propri confini, proprio perché questo processo potrebbe poi sfociare nella produzione di uranio altamente arricchito, quello che serve per costruire delle armi atomiche, e si affidano piuttosto all’importazione del combustibile per i reattori. Un senatore democratico, Edward Markey, ha sottolineato come la Casa Bianca abbia appena dato il via libera a una nazione “bellicosa e autoritaria" a dotarsi di una tecnologia con cui potenzialmente si possono costruire bombe nucleari, il tutto mentre è ancora in guerra con l’Iran, proprio per cancellare qualsiasi possibilità per il Paese di avere l’arma atomica in futuro. L’accordo non è ancora entrato in vigore, deve prima fare un passaggio in Congresso, dove però ai Democratici servirebbe una maggioranza molto più ampia di quella che hanno attualmente a disposizione per bloccare tutto.

È probabile quindi che si proceda, con una serie di incognite. La prima riguarda l’Arabia Saudita: prendendo per buona la dichiarazione d’intenti, rispetto al voler mettere in piedi un programma puramente civile, perché mai un Paese produttore di petrolio dovrebbe voler di colpo investire nell’energia nucleare? Bisogna guardare al piano economico del principe ereditario Mohammed bin Salman per farsi un’idea e bisogna considerare che l’Arabia è un Paese produttore ed è anche il primo esportatore mondiale di petrolio: Riad ha l’ambizione non solo di ridurre le sue emissioni di carbonio e sviluppare fonti energetiche più sostenibili, ma vuole anche coprire maggiormente il suo fabbisogno interno con queste fonti in modo da aumentare ulteriormente le sue esportazioni. È una questione economica insomma.

Cosa succede ora in Medio Oriente

E lo stesso si può dire degli Stati Uniti. Non è chiaro perché, soprattutto con un contesto così caldo a livello geopolitico nella regione, l’amministrazione Trump abbia deciso di dare il via libera proprio adesso a questo accordo. Ma forse la risposta è più semplice del previsto e riguarda le decine di miliardi e miliardi di dollari che vengono messe sul piatto per le imprese statunitensi che si dovranno occupare di costruire e gestire tutte queste nuove centrali. Secondo la Casa Bianca proprio questa, la presenza commerciale degli Stati Uniti nel Paese, farebbe da garanzia più di qualsiasi clausola da inserire nell’accordo, da quelle sull’uranio arricchito a quelle sulle ispezioni. Non è ancora chiarissimo, ma gli Stati Uniti, in cambio della firma a questo accordo, avrebbero chiesto all’Arabia Saudita anche di normalizzare i rapporti con Israele. Difficile però che questo avvenga, senza che ci sia il riconoscimento di uno Stato palestinese, prospettiva al momento estremamente irrealistica. Nell’annuncio fatto ieri dal dipartimento per l’energia non era citato nulla di tutto questo, ma oggi Trump ha scritto su Truth che l’accordo è subordinato all’adesione dell’Arabia Saudita degli accordi di Abramo, cioè quella serie di trattati per la normalizzazione delle relazioni tra Israele e i Paesi arabi.

E qui arriviamo alla terza incognita, cioè quella sulla stabilità regionale nel Golfo e in Medio Oriente dopo il via libera a un accordo del genere. L’Arabia Saudita è sempre stato un Paese che, almeno per vie ufficiali, ha sempre sostenuto l’idea di una regione libera dalle armi nucleari. Ha firmato il Trattato di non proliferazione e ha criticato duramente sia l’Iran che Israele, per i loro programmi nucleari, più o meno segreti. Allo stesso tempo ha anche detto che se effettivamente l’Iran arrivasse a sviluppare la bomba atomica, Riad sarebbe costretta a fare lo stesso, in ottica di deterrenza. Il rischio è quindi che si dia il via libera a una corsa al riarmo nucleare nella regione, al di là delle dichiarazioni e delle convinzioni della Casa Bianca.

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