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Taiwan come merce di scambio. È questa la grande paura dell’isola, che si trova tra il mare orientale e il mare meridionale cinese. L’isola che i portoghesi, secoli fa, chiamavano Formosa e che oggi è uno Stato la cui indipendenza è contestata. Uno Stato su cui la Repubblica popolare cinese rivendica la sua sovranità. Taiwan, da un secolo a questa parte può contare sulla protezione degli Stati Uniti, ma da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca teme ogni giorno di più di essere abbandonata. Del resto il presidente statunitense ha minacciato esplicitamente di prendersi la Groenlandia, un territorio autonomo, perché la considerava importante per la sicurezza nazionale statunitense, andando contro ogni principio di rispetto della sovranità. E poi, Trump ha preso le distanze dall’Ucraina, a volte riproponendo anche la propaganda neocolonialista russa.
Perché le cose dovrebbero essere diverse per Taiwan, nel caso in cui Pechino decidesse di prendersi l’isola con la forza militare? Perché Washington dovrebbe scendere in campo a difenderla, quando non fa lo stesso con l’Ucraina? Quando non solo gli Stati Uniti non si preoccupano più di difendere il diritto internazionale, ma sono i primi a minacciare di sovvertirlo per andare incontro ai propri interessi.
Il dossier Taiwan e il rifornimento di armi
Prima di partire per la Cina Trump aveva detto che il tema di Taiwan sarebbe stato sul tavolo. In particolare sembrava aver aperto alla possibilità di rivedere la questione della fornitura di armi a Taipei. I mesi scorsi l’amministrazione Trump aveva posticipato un pacchetto di armamenti, dal valore di 13 miliardi di dollari, da vendere a Taiwan. Lo aveva fatto in modo da non irritare nessuno prima del vertice. E poi, un po’ a sorpresa nelle ultime ore, aveva (almeno di facciata) mostrato apertura a valutare uno stop. Una cosa che chiaramente avrebbe reso molto felice Pechino, anche se Xi Jinping vorrebbe spingersi anche oltre. Chiedendo una formale presa di distanza e la sostanziale contrarietà all’indipendenza di Taiwan da parte degli Stati Uniti. Insomma, da parte dell’isola, la preoccupazione è normale: anche solo per il fatto che la questione venga gestita come un dossier di politica interna di cui discutere con Pechino.
Cambio di paradigma
Chiaramente andare in questa direzione avrebbe un significato ben preciso, per Washington. Vorrebbe dire rinunciare ormai platealmente a quel ruolo di cui gli Stati Uniti si sono auto-incoronati di difensori della democrazia. E contemporaneamente sarebbe un’operazione densa di significato nella corsa tecnologica, specialmente per quanto riguarda i chip che vengono prodotti copiosamente a Taiwan e che poi finiscono nel mercato statunitense. Non è un caso che, all’ultimo minuto, Trump abbia chiesto di partecipare a questo viaggio in Cina a Jensen Huang, amministratore delegato di Nvidia, colosso statunitense dei semiconduttori. Una società che a Taiwan ha un quartier generale regionale e che spinge per poter vendere di più sul mercato cinese, pur preservando gli accorgimenti strategici e di sicurezza nazionale.
L'avvertimento di Xi Jinping
Sono tutti tasselli di un puzzle complesso, che deve tener conto di ogni opzione, tra cui quella di un cambio di paradigma nella politica statunitense sul caso di Taiwan. I media statali cinesi raccontano che Xi Jinping sarebbe stato chiaro a riguardo, dicendo che una malagestione di questa questione potrebbe anche portare alla collisione o addirittura allo scontro tra i due Paesi. È sicuramente uno dei dossier più spinosi tra Pechino e Washington, in cui però le due parti potrebbero vederci un’opportunità. Non è un segreto che la Cina sia uno degli attori che sta mediando nella crisi nel Golfo. Ne è coinvolta fino al collo, dal momento che la maggior parte del petrolio iraniano che esce dallo stretto di Hormuz finisce proprio nella Repubblica Popolare. Xi Jinping potrebbe quindi offrirsi di aiutare Trump a gestire quella complicatissima partita chiedendo in cambio una svolta su Taiwan.
Un gruppo di senatori bipartisan, sia Repubblicani che Democratici, nelle ultime ore ha scritto a Marco Rubio, il segretario di Stato, per chiedergli di non permettere a Trump di scaricare così Taiwan, dicendo che loro non lo avrebbero accettato. Nemmeno in cambio di qualche concessione sull’Iran. Lui si è limitato a rispondere che la politica statunitense non cambia, è rimasta invariata dopo i colloqui tra Trump e Xi Jinping. Sul tema oggi è intervenuto anche il segretario al Tesoro, Scott Besset, che ha detto che Trump ne parlerà nei prossimi giorni. Non ci resta che aspettare.
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