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A Gaza si continua a morire, eppure a fare polemica è Macklemore che dice “Free Palestine” da un palco

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Dopo quasi tre anni di genocidio, dire “Palestina libera” da un palco è qualcosa che può costare contratti e spettacoli all’artista che pronuncia quelle parole. Per Macklemore, rapper statunitense, ha comportato la cancellazione dell’apertura di otto concerti di Ed Sheeran. Una vicenda da cui emergono parecchi spunti di riflessione: il rapporto tra arte e politica, la fondatezza di una posizione neutrale quando si parla di oppressi e oppressori, e il livello di normalizzazione a cui può arrivare l’oppressione in questione.

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Riavvolgiamo il nastro di quello che è successo. Lo scorso 4 settembre, mentre si esibiva nell’atto di apertura della prima data del tour di Ed Sheeran negli Stati Uniti, Macklemore ha spiegato che una delle ragioni per cui voleva far parte di un tour così importante, a cui assistono decine di migliaia di persone, fosse proprio quella di trovarsi davanti a uno stadio pieno e avere l’occasione di dire due parole che gli stanno molto a cuore. Free Palestine, Palestina libera. Ha detto che sono parole che vuole pronunciare in modo forte e chiaro, in modo che possano arrivare fino alle persone a Gaza e nella Cisgiordania occupata, per far sapere loro che non sono state dimenticate. Macklemore ha anche mostrato le immagini della devastazione nella Striscia a opera delle IDF, durante l’esibizione di Hind’s Hall, il brano che ha scritto due anni fa per sostenere le proteste nelle università statunitensi: il riferimento è a una sala dell’università Colombia, rinominata dagli studenti in memoria di Hind Rajab, la bimba di sei anni uccisa dai militari israeliani.

Il caso Macklemore

Probabilmente Macklemore, che ha sempre sostenuto pubblicamente la causa palestinese, sapeva che le sue parole avrebbero innescato le solite polemiche, perché dal palco ha anche precisato che il giorno in cui rinuncerà a esprimere ciò che pensa per mantenere certi privilengi o per non turbare il comfort degli spettatori sarà anche il giorno in cui non si meriterà più di stare sopra un palco.

Le polemiche, come previsto, non si sono fatte attendere. Sui social sono arrivati i post che accusavano il rapper di aver teso un’imposcata ai fan con della propaganda anti-israeliana e in particolare uno ha avuto molta visibilità perché è stato ricondiviso anche dalla cantante Pink. Il giorno successivo, durante la seconda data del tour, Macklemore si è rivolto ai membri della comunità ebraica tra l’audience, precisando che le critiche a Israele, all’apartheid, al genocidio, non sono critiche contro di loro. Ha detto che il suo è un messaggio di pace e di amore, affinché tutti gli esseri umani vengano trattati con dignità e rispetto. È stata l’ultima volta che il rapper è salito sul palco di Ed Sheeran. Sui social ha infatti raccontato di essere stato rimosso dal tour.

La versione del rapper

Ma prima di raccontare l’accaduto, fa una precisazione:

Vorrei dire una cosa che dovrebbe essere ovvia, in questo momento credo sia importante. Io non sono una vittima. Ed Sheeran non è una vittima e Pink non è una vittima. Abbiamo delle carriere, soldi, opportunità, sicurezza e ascoltatori in tutto il mondo. Qualsiasi siano le conseguenze che chiunque di noi si trovi ad affrontare per le cose che dice, torniamo tutti a casa dalle nostre famiglie. Le vittime sono i palestinesi. Gli uomini, le donne e i bambini che sono stati uccisi, affamati, sfollati e obbligati a vivere nel mezzo di una violenza inimmaginabile. Più di 20mila bambini sono stati uccisi, solo a Gaza. Delle persone sono state uccise oggi, altre persone verranno uccise domani. Non dobbiamo perdere di vista tutto questo.

Arrivando invece a quanto accaduto al rapper. Ed Sheeran gli avrebbe spiegato di essere stato chiamato da Robert Kraft – miliardario di origine ebraica, proprietario di uno degli stadi in cui sarebbe dovuto arrivare il tour nelle settimane successive – che gli avrebbe dato una sorta di ultimatum: o saltava la partecipazione del rapper, oppure sarebbero stati cancellati tutti i concerti. Sheeran – racconta sempre Macklemore nel suo lungo post – avrebbe detto che in effetti le parole “Free Palestine” e la bandiera palestinese avevano offeso molte persone con cui aveva parlato. E a quel punto il rapper gli avrebbe risposto che se quelle parole erano più offensive di migliaia di bambini palestinesi uccisi dalle Forze di difesa israeliane, allora c’era una distanza incolmabile tra le loro posizioni.

Ed Sheeran tenta di giustificarsi

Ed Sheeran si sarebbe giustificato dicendo di non voler prendere posizione pubblicamente. Macklemore, nel post, dice di comprendere il perché: prendere posizione può costare contratti con i brand, sponsor, partecipazioni a festival ed eventi, relazioni, opportunità. Però, aggiunge, la neutralità non esiste quando c’è un oppresso e un oppressore: in quel caso non prendere una posizione significa avallare chi opprime. E poi conclude dicendo che quelle parole – Palestina Libera – gli sono costate otto concerti, ma che alla fine lui aveva bisogno di due occasioni per stare di fronte a 90mila persone e dire quello che doveva dire. E che se tutto questo ha aiutato a riportare l’attenzione pubblica sulla questione palestinese, ben venga.

Ed Sheeran qualche ora dopo ha pubblicato un post sui suoi social media dicendo di essere profondamente addolorato dal conflitto tra Israele e Palestina, dalla sofferenza e il dolore di entrambe le parti (ancora una volta, un tentativo di equidistanza che maschera l’incapacità di dire le cose come stanno) ma che la decisione di rimuovere Macklemore è stata presa dai promoter del tour. Ha detto di aver provato a trovare una soluzione, ma che di fronte a un aut-aut non se la sia sentita di deludere i fans che si erano organizzati per andare ai suoi concerti o gli altri artisti che partecipano al tour (spoiler: tutti gli altri artisti che erano stati ingaggiati per l’apertura hanno rinunciato in solidarietà a Macklemore e al suo messaggio). E poi ha aggiunto che il fatto di non parlarne pubblicamente non significa che lui non abbia una posizione personale sul conflitto o che non gli interessi. Ma ha rivendicato la scelta di non usare le sue piattaforme – che siano i social o i palchi dei concerti – per la politica. Chi va ai suoi concerti non si aspetta un forum politico, ha scritto. E comunque, ci sono tanti approcci diversi allo stesso obiettivo, che è la pace (generico).

Prendere posizione

Ci potremmo chiedere se il ruolo dell’artista sia quello – come sosteneva Nina Simone – di riflettere il proprio tempo, quindi le sue battaglie e le sue ingiustizie, oppure possa fermarsi al compito di intrattenere. Ci potremmo chiedere se davvero le grandi questioni politiche possano essere scisse, dall’opera di un’artista ma anche da qualsiasi altra cosa che facciamo. Ci potremmo chiedere se sia possibile parlare di neutralità di fronte a un genocidio. E ci potremmo anche chiedere come siamo arrivati a considerare controversa la richiesta di uno stop alla violenza.

Il punto è che mentre noi ci chiediamo tutte queste cose, quella violenza continua indisturbata. Questa notte, a Gaza, un edificio pesantemente danneggiato dai bombardamenti israeliani ha ceduto. Ed è crollato, mentre decine di persone, tra quelle mure martoriate, dormivano. Si parla di decine di morti, altrettanti dispersi. Ci sarebbero una cinquantina di bambini, intrappolati tra le macerie. Ogni ora che passa, le speranze di estrarre qualcuno vivo sono più basse. Ma i soccorritori continuano a scavare a mani nude, perché Israele non permette ai mezzi pesanti di entrare nella Striscia.

Cosa è davvero controverso?

Non a quelli che servirebbero per scavare tra le macerie, almeno. Presto invece, potrebbero tornare i carri armati, secondo il ministro della Difesa Israel Katz, che oggi ha detto che è solo questione di tempo prima che Israele riprenda la guerra (semmai fosse finita) nella Striscia di Gaza e proceda a emigrare due milioni di palestinesi. Un piano di deportazione forzata e pulizia etnica che si somma all’apartheid che viene documentata tutti i giorni in Cisgiordania. Eppure, queste parole da un ministro israeliano non sembrano suscitare molte reazioni. Non in Occidente, almeno, dove i Paesi europei non sono riusciti nemmeno a votare all’unanimità (l’Italia si è tirata indietro) le sanzioni contro le colonie nella West Bank. Colonie che le stesse Nazioni Unite dichiarano illegali. Tutto questo non è controverso. Un artista che dice Palestina Libera da un palco sì, invece.

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