20 Giugno 2021
12:43

Una tratta di schiavi dall’estero per lavorare nei campi del Cilento smantellata dai carabinieri

Rumeni e moldavi “reclutati” nei loro paesi d’origine e poi “smistati” in Cilento: gli uomini utilizzati per i lavori nei campi e costretti a condizioni di lavoro e di alloggio che gli inquirenti definiscono “disumane”. Le donne costrette a lavorare come badanti, ma tutti dovevano pagare un “pizzo” alla banda. Nove le persone coinvolte, la tratta smantellata dai carabinieri di Vallo della Lucania.
A cura di Giuseppe Cozzolino

Era una vera e propria "società" di importazione di schiavi dalla Romania e dalla Moldavia quella smantellata dai carabinieri di Vallo della Lucania. Persone che venivano reclutate nei due territori dell'Est Europa, in particolare quello bessarabico, portati in Italia e qui costretti a subire ogni forma di sfruttamento possibile. Nove le persone raggiunte dai carabinieri quest'oggi, di cui due portate in carcere ed una ai domiciliari, mentre per altri sei è scattato l'obbligo di dimora. I reati formulati dal Tribunale di Vallo della Lucania su richiesta della Procura vanno dall'estorsione all'associazione a delinquere, passando per lo sfruttamento e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Secondo quanto ricostruito dai carabinieri, in collaborazione con le forze dell'ordine rumene e moldave, era proprio nel territorio ad est del fiume Nistro che avveniva il "reclutamento", presso una sorta di agenzia di lavoro che si trova nella capitale moldava di Chișinău. Qui, le ignare vittime venivano "ingaggiate" e portate in Italia, principalmente nel Cilento ma anche in Calabria. Ad Agropoli avveniva dunque uno "smistamento", per poi essere avviate ai lavori nei campi, ma in condizioni che gli inquirenti definiscono disumane, al punto da essere talvolta rinchiuse all'interno di bettole in condizioni igienico-sanitarie precarie e pericolose. Altre, per lo più donne, venivano obbligate invece a lavorare come badanti. Tutti, inoltre, dovevano "versare" una parte dei loro scarsi guadagni al gruppo, con la minaccia di pesanti ripercussioni, compreso l'arresto perché lasciati senza documenti. Tra i nove che componevano l'associazione smantellata dalle forze dell'ordine, quattro erano ai vertici: due italiani e due moldavi, tutti residenti tra Pollica ed Agropoli. Erano loro a reclutare le vittime e portarle in Italia. Gli altri cinque erano principalmente "accompagnatori" delle stesse, ma ricoprivano anche i ruoli di "esattori" per conto della banda e di "sostituire" quei lavoratori e quelle lavoratrici in caso di problemi con altre di "fresca" importazione, in modo da avere sempre manovalanza disponibile.

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