Scampia e Casalesi stanno cercando di entrare nel mercato della droga del Parco Verde di Caivano

Da un lato, quella della provincia di Caserta, ci sono i Casalesi; dall'altro lato, sponda Napoli, i clan di Scampia, già legati a quelli locali. Entrambi interessati allo stesso affare, seppur con modalità diverse: mettere le mani sul sistema droga di Caivano, quello che, negli anni, è stato una macchina perfetta capace di produrre milioni di euro senza soluzione di continuità.
Obiettivo numero uno, manco a dirlo, il Parco Verde. Il complesso popolare nato negli anni '80 per offrire alloggio agli sfollati del terremoto dell'Irpinia, passato per anni di degrado e consolidatosi come uno dei più noti fortini della droga: pochi ingressi, facili da controllare, palazzoni con decine di abitazioni che diventano facili nascondigli per persone e merce. E, soprattutto, quel lungo, lunghissimo periodo di "disinteresse" da parte delle Istituzioni che, nei fatti, ha consegnato il controllo nelle mani della criminalità organizzata.
Gli ultimi elementi che confermano questo assalto al Parco Verde arrivano dall'ordinanza eseguita dai carabinieri ieri, 14 aprile: in carcere tre indagati, accusati di avere fatto parte del gruppo che, nel settembre scorso, si era reso responsabile di una "parata" e di una "stesa" tra quelle strade; in quella circostanza erano stati recuperati otto bossoli, cinque nei pressi del blocco B4 (tra viale Tulipano e viale Margherita) e gli altri tre in viale Margherita, all'incrocio tra il ristorante pizzeria "da Antonietta" e l'ingresso del viale di accesso agli edifici B2.
Il raid al Parco Verde partito da Scampia
I tre finiti in manette sono Antonio Cangiano, Salvatore D'Arco e Michael Rossi, quest'ultimo già ai domiciliari per altra causa. Non sono legati alla camorra del posto, vengono da Napoli. Dai quartieri di Scampia e Secondigliano. I lettori di targhe e le telecamere li hanno seguiti mentre, tutti insieme, uno dietro l'altro, raggiungevano Caivano, hanno ricostruito il loro percorso, che tocca i punti dove sono stati trovati i bossoli, e li hanno seguiti anche dopo, quando sono tornati a Napoli.
Dei collegamenti con la camorra di Caivano, però, sono emersi. Cangiano è stato più volte controllato insieme a personaggi legati al clan Cifariello-Cancello (che gravita nell'orbita degli Amato-Pagano) e che hanno contatti anche con personaggi di vertice dei Sautto-Ciccarelli, il gruppo egemone nel Parco Verde. D'Arco, invece, risulta vicino ai Ciccarelli ma ha un rapporto di parentela acquisita, tramite la moglie, con Gennaro Antonio Sautto, fratello del capoclan Nicola. E Michael Rossi è stato fermato in compagnia di una figlia della moglie del fratello del boss.
In definitiva, tira le somme il gip nell'ordinanza, i tre indagati risultano collegati ai coniugi Gennaro Antonio Sautto e Sonia Brancaccio, entrambi ritenuti ai vertici dei "Sautto-Ciccarelli". E questo porta a non escludere che il gruppo proveniente da Scampia abbia fatto in qualche modo da "spalla" ai Sautto, per conquistare il controllo della droga che, era passato nelle mani dei Ciccarelli, clan poi colpito da arresti e condanne.
Il progetto dei Casalesi per il controllo della droga a Caivano
Di diverso tipo sarebbe invece il tentativo di infiltrazione dei Casalesi. Che avrebbero scelto una via "imprenditoriale". Sullo sfondo, le stesse difficoltà del sistema droga di Caivano e il vuoto di potere ciclico che deriva dagli arresti che, di volta in volta, hanno arginato il clan Sautto e il clan Ciccarelli, più di recente il gruppo che fa capo ad Antonio Angelino.
Il progetto emerge dalle indagini che hanno portato all'esecuzione di 23 misure cautelari il 30 marzo. Protagonisti Carmine e Antonio Zagaria, fratelli del superboss Michele "Capastorta", e il nipote, Filippo Capaldo. Sarebbero stati a capo di un gruppo criminale che avrebbe tentato non solo di controllare la droga tra Caserta e provincia, ma anche di espandersi nei comuni vicini.
In particolare, avrebbero messo gli occhi sui Caivano. Non con raid armati ma imponendosi come fornitori. E parte integrante del piano sarebbero stati i rapporti con la ‘ndragheta: tramite i rapporti con le cosche di Reggio Calabria avrebbero assicurato rifornimenti di cocaina costanti, assicurati e a prezzi più bassi.