In "Così parlò Bellavista" di Luciano De Crescenzo Saverio lo spazzino ad un certo punto parla con Salvatore, il vice-sostituto portiere della piaga della tossicodipendenza. E in un formidabile scambio di battute si ironizza sul fatto sulle comunità di recupero vengono riabilitati solo i drogati, per  cui vengono ammessi solo «quelli originali», coi buchi sul braccio. Un analogo, amaramente ironico, ribaltamento dei fatti di cronaca, potremmo oggi chiacchierare della "fortuna nella sfortuna" di Gianni , il rider picchiato e derubato dello scooter, fondamentale mezzo di lavoro.

Gianni dopo il video ha ottenuto (si spera) giustizia, perché rapidamente sono stati fermati 6 presunti autori dell'aggressione, ha incassato la solidarietà umana di tanta brava gente; in suo nome sono state aperte delle raccolte fondi (i cui soldi si spera arrivino tutti al legittimo destinatario) e forse riesce anche a trovare un posto di lavoro degno di un cinquantenne che vuole solo mantenere la sua famiglia senza dover rischiare l'osso del collo.

Ma se non ci fosse stato, quel video? La rapina ai danni di Gianni sarebbe stata rubricata con due righe sul bollettino mattinale della Questura di Napoli alla voce «reati contro il patrimonio». Quei pochi e drammatici minuti hanno indignato napoletani e non napoletani che nella prima domenica del 2021 hanno cercato di «raddrizzare» l'anno appena iniziato e iniziato evidentemente male per il cinquantenne napoletano.

Di domande viviamo e domande dobbiamo porci: ma davvero ci voleva un video per ricordare a così tanta gente i "Gianni" di Napoli? Gente che per anni ha lavorato da dipendente e che nel giro di pochi mesi si è letteralmente ritrovata senza niente, troppo giovane per andare in pensione, troppo vecchia per cercare di sfangarla in un mercato del lavoro che chiede forze giovani e flessibili fino al livello massimo e indegno di fatica e fino a quello minimo di salario?

C'erano 6 persone ad accanirsi contro Gianni a calata Capodichino: ma quante si sono accanite negli anni contro lui e contro le generazioni degli anni Settanta e Ottanta, bruciate dalle crisi delle imprese grandi e piccole e del commercio all'ombra del Vesuvio? La storia di Gianni, del motorino della figlia sembra scritta da Cesare Zavattini e pronta per un film di Vittorio De Sica ma così non è: contiene talmente tanti livelli di grigio e nero da restare cupa anche se in presenza della solidarietà cittadina e della rapida risposta delle forze dell'ordine.

I sei balordi andranno in galera, si spera. Gianni ha riavuto il motorino e troverà un lavoro, si spera. Ma allora perché un napoletano come me non riesce a trovare pace in questa storia, non riesce a sorridere nemmeno dell'epilogo parzialmente positivo? Oggi sono sei anni dalla morte di Pino Daniele, ritrovo forse la spiegazione di questo malessere in uno dei suoi testi più belli, scritto oltre quarant'anni fa: «Voglio di più».

«Ed ho visto prestare le mani
Solo in cambio di un po' di rumore
Mentre a Sud il caldo t'ammazza e hai voglia di cambiare

Ed ho visto morire bambini
Nati sotto un accento sbagliato
Ieri mi sono incazzato ed oggi sono vero

Ma voglio di più
Di quello che vedi
Voglio di più
Di questi anni amari»