
Lockdown per emergenza climatica, ho letto recentemente sui giornali. Può sembrare un parallelismo forte, ma è la condizione in cui molte persone stanno vivendo questa torrida estate. Questa reclusione non è stata imposta: non ci sono decreti. Anzi, il Governo continua a tacere e il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC), approvato alla fine del 2023, resta senza un'adeguata allocazione di fondi e, di fatto, inattuato. Eppure, se leggiamo le raccomandazioni della Dipartimento della Protezione Civile, quella sensazione claustrofobica, ma contemporaneamente rassicurante del «restare a casa» è l’unica soluzione che viene palesata: non uscire nelle ore più calde, evitare di viaggiare o di praticare esercizio fisico, proteggere gli anziani, i fragili, i bambini.
Proprio su questo punto, da mamma di una bambina di tre anni, mi sono trovata a riflettere sulla città del futuro, una città che non ha a che vedere con l’innovazione tecnologica (o almeno, non solo), ma una città a misura di bambine e bambini. Napoli ha è sul podio delle città italiane in con il più alto tasso di natalità, pari al 7,7%, oltre la media nazionale del 6.3%.
È un dato che dovrebbe spingerci a ripensare gli spazi pubblici a partire dai più piccoli. La città dovrebbe essere il luogo dove muoversi, giocare, passeggiare, incontrarsi, crescere: gli spazi pubblici, invece, in città sono sempre più rari, i parchi cittadini sono spesso poco confortevoli o inaccessibili, le aree gioco insufficienti e, troppo spesso, prive della manutenzione necessaria. Lo scorso 11 luglio, durante una passeggiata climatica a Napoli Est realizzata nell’ambito della campagna di monitoraggio ambientale popolare "Alla scoperta dell'acqua calda", insieme al progetto Girls4Climate di Cleanap, abbiamo misurato con una termocamera la temperatura del suolo di un'area giochi, all’interno del Parco Fratelli De Filippo a Ponticelli. La pavimentazione era totalmente esposta al sole e raggiungeva oltre 70 °C, mentre nel punto rilevato sotto l’altalena, la temperatura era di 56 gradi.
Temperature di questo tipo rendono quegli spazi di fatto inutilizzabili. Bastano pochi secondi di contatto per provocare ustioni, soprattutto ai bambini più piccoli, ma anche agli animali domestici. In queste condizioni le aree gioco si svuotano: esistono, ma non possono essere vissute. Ma oltre questa digressione più analitica, temperature di questo tipo rendono quegli spazi di fatto inutilizzabili. Bastano pochi secondi di contatto per provocare ustioni, soprattutto ai bambini più piccoli, ma anche agli animali domestici. In queste condizioni le aree gioco si svuotano: esistono, ma non possono essere vissute. Ed è qui che il tema dell'adattamento climatico smette di essere una questione tecnica e diventa una questione di diritti.
In questi giorni di caldo estremo l'unica forma di protezione per i nostri bambini sembra essere tornata quella che abbiamo imparato durante la pandemia: restare in casa. Ma per un bambino significa rinunciare alla libertà di movimento, alla scoperta, al gioco, a tutto ciò che rende lo spazio pubblico un luogo di crescita e di relazione. Adattare le città significa restituire alle persone la possibilità di vivere lo spazio pubblico. Significa decidere quale futuro vogliamo costruire.
La crisi climatica è l'eredità più concreta che stiamo lasciando alle prossime generazioni e forse è anche una delle chiavi attraverso cui leggere il senso di precarietà e incertezza che attraversa oggi molte scelte di vita, in Italia e in Europa, compresa quella di avere figli. Eppure continuiamo a trattarla come un'emergenza del presente, invece che come una responsabilità verso il futuro.
Questa estate torrida, che oggi ci appare eccezionale, rischia di diventare il riferimento più fresco che avremo nei prossimi anni: secondo molti esperti, le estati future ci faranno rimpiangere quella che stiamo vivendo. Non è una prospettiva inevitabile, ma un avvertimento: il tempo per intervenire è adesso. Le città, se da un lato sono tra i luoghi più esposti agli effetti della crisi climatica, dall’altro sono il livello più prossimo e che può agire più rapidamente, riprogettando spazi più resilienti, investendo nell’adattamento e mitigazione, scegliedo politiche pubbliche in linea con la transizione ecologica. Amsterdam, ad esempio, è stata la prima capitale al mondo a vietare la pubblicità di combustibili fossili e di prodotti ad alta intensità di emissioni, come alcuni tipi di carne, negli spazi pubblici. In Italia alcune città hanno iniziato a seguirne l'esempio, tra cui Firenze, Genova e perfino Monza, patria della Formula 1. Sarebbe un segnale politico importante vedere una scelta simile anche a Napoli.
Io credo che siamo ancora in tempo, ma non è più possibile rimandare: dobbiamo tornare a parlare e ad agire per il futuro, a considerare il domani non come qualcosa di già compromesso, ma come uno spazio che possiamo ancora trasformare. Per farlo serve ritrovare la capacità di immaginare: città più giuste, più vivibili, più capaci di prendersi cura delle persone e dell’ambiente. «Il futuro non è scritto», campeggiava anni fa una scritta sul muro in piazzetta Nilo. Ebbene, non lo è, ma dipende dalle azioni e dalle scelte che facciamo oggi. E quelle scelte, ora, richiedono coraggio e urgenza.