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OPINIONI

“Il restyling del lungomare di Napoli ha trasformato un’area storica in una nuova isola di calore”

“Pietra lavica, inserti in pietra bianca, zero verde: mentre le città europee progettano rifugi climatici, Napoli ha scelto la strada opposta”
Intervento di Emiliana Mellone
Co-founder di Cleanap
Il Lungomare di Napoli rifatto, lato via Nazario Sauro
Il Lungomare di Napoli rifatto, lato via Nazario Sauro

Da qualche giorno si può godere della bellissima desolazione del “nuovo” Lungomare, oggetto di un lungo e discusso restyling completato nel tratto di via Nazario Sauro. Una desolazione temporanea, però: gli spazi adiacenti alle attività commerciali potranno essere occupati da tavolini e dehors, già disciplinati dalle recenti linee guida comunali. E con l’estate alle porte, presto il tratto sarà un tripudio di gente, tavolini e gazebo (esteticamente omogenei, stavolta).

Alla comprensibile attenzione verso esercenti e commercianti, continuo però ad affiancare una domanda molto semplice: perché le nuove progettazioni urbane (in questo caso restyling) e le conseguenti linee guida comunali non prevedono quasi mai cura allo spazio pubblico?

Facciamo un passo indietro e un po’ di ordine. Tra il 2014 e il 2015, in occasione della consulta sulla mobilità – istituita dall’allora giunta De Magistris e di cui la mia associazione, Cleanap era membro attivo, fu presentato il progetto di riqualificazione del tratto di via Partenope-via Nazario Sauro. Oltre ad aver mosso forti perplessità sul voler definire l’intervento una “riqualificazione” anziché un “restyling”( cosa che oggi viene comunicata correttamente), considerando che si trattava di una sostituzione di finiture e non di una modifica delle funzioni e relativa organizzazione di una porzione dell’iconico lungomare cittadino, le associazioni posero l’attenzione sull’inadeguatezza dell’uso della pietra lavica per la pista ciclabile, il tema era particolarmente delicato perché il tutto insiste in un’area sottoposta a tutela monumentale e paesaggistica.

Il Lungomare di Napoli è infatti tutelato ai sensi della Parte II e della Parte III del Codice dei Beni Culturali, ovvero possiede un vincolo sia monumentale che paesaggistico e per tale motivo ogni intervento è sottoposto al parere vincolante della Soprintendenza. L’intervento così realizzato si configura come mero restyling, tra l’altro frammentando l’unitarietà del lungomare così come concepito nel progetto di fine dell’Ottocento.

Sarebbe stato invece auspicabile, anche considerando la ormai consolidata pedonalizzazione del tratto, un reale progetto di riqualificazione urbana che prevedesse funzioni adeguate alla vivibilità dei luoghi con la predisposizione di aree ombreggiate (anche reversibili e temporanee), aree di sosta attrezzate e pubbliche così come avviene nelle grandi città, e che coinvolgesse l’intero lungomare, effettuando scelte compatibili con il contesto tutelato.

Veniamo però alle riflessioni che questo intervento impone, e alla necessità di attualizzare il dibattito: una città storica non può essere una città immobile, né tanto meno anacronistica. Dovrebbe essere una città che si prende cura dei propri cittadini. Da attivista civica non posso non notare due grandi lacune in questo intervento. La prima riguarda il tema dell’adattamento climatico. In un’Europa che si conferma il continente che si riscalda più rapidamente (cfr. European State of the Climate (ESOTC) 2025 – Copernicus), mentre molte città iniziano a progettare interventi di riforestazione urbana, piantumazione, rifugi climatici e strategie di mitigazione, qui nasce invece una nuova isola di calore. Gli elementi ci sono tutti: pietra lavica etnea, inserti in pietra bianca di Trani, assenza totale di verde, nessuna aiuola, nessun albero, niente verde, nemmeno in forma temporanea o removibile. Non ci sono fontanine, né spazi d’ombra.

La seconda assenza, forse ancora più centrale, è la considerazione dello spazio pubblico. Perché vivibilità non significa semplicemente “bella passeggiata” con il mare sullo sfondo. Vivibilità significa poter sostare, attraversare, riposare, incontrarsi; significa poter vivere uno spazio urbano senza che il consumo diventi l’unica modalità possibile di permanenza. Ed è qui che emerge il vero limite di questo restyling: l’assenza di luoghi realmente pubblici con un’organizzazione dello spazio orientata quasi esclusivamente alla futura occupazione commerciale.

Senza voler ricadere nella fin troppo ovvia dicotomia tra pubblico e privato, ciò che colpisce è come questo modello urbano finisca inevitabilmente per intrecciarsi con turistificazione, gentrificazione e foodification della città. Una città che rinuncia allo spazio pubblico e ignora l’adattamento climatico non è una città neutrale: è una città che sceglie di guardare al passato. E allora la domanda diventa inevitabile: per chi viene progettata la città?

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