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Domenico Caliendo morto al Monaldi di Napoli

La mamma di Domenico Caliendo, il bambino napoletano col “cuore bruciato”, ha scritto un libro sul figlio

Patrizia Mercolino ha scritto il diario degli ultimi anni con l’avvocato Francesco Petruzzi che oggi assiste la famiglia dopo il trapianto al Monaldi.
A cura di Redazione Napoli
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Patrizia Mercolino e Francesco Petruzzi
Patrizia Mercolino e Francesco Petruzzi
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La storia di Domenico Caliendo, il bambino col «cuore bruciato» morto dopo un trapianto di cuore all'ospedale Monaldi di Napoli diventa un libro-testimonianza, scritto a quattro mani dalla mamma del bimbo,  Patrizia Mercolino e l'avvocato Francesco Petruzzi che assiste la famiglia Caliendo nella vertenza con l'equipe di Cardiochirurgia Pediatrica dell'ospedale dei Colli.

È una sorta di diario di quei drammatici giorni, con flashback che raccontano di quanto Patrizia, a quarantadue anni, scopre di aspettare Domenico: il terzo di tre figli. La malattia, il trapianto, il dramma. Il resto è storia di questi giorni. Patrizia riavvolge il nastro degli ultimi tre anni e racconta la sua esperienza di madre.

Mi sentivo dentro un incubo senza nome.
Il tempo passava e io non sapevo più distinguere il giorno dalla notte.

Ogni mattina chiamavo il Monaldi per avere notizie e ogni pomeriggio mi presentavo lì. Piano piano cominciai a prendere i mezzi da sola, senza più chiedere aiuto a mio padre. La mattina svegliavo i bambini, li preparavo, li portavo a scuola, sistemavo casa, facevo la spesa, preparavo il pranzo e anche la cena in anticipo per tutti. Cercavo di non lasciare niente indietro, perché la vita doveva continuare. Appena potevo, verso le 3, uscivo. Prendevo il treno per Garibaldi, poi la metropolitana fino al Policlinico e da lì facevo tutta la salita, diretta al Monaldi. Tornavo a casa la sera, esausta, con le caviglie gonfie, la testa che pulsava e un vuoto addosso che non riuscivo a spiegare. Passavo mezza giornata sui mezzi per stare solo un’ora con mio figlio. Ma per me quell’ora valeva tutto.
Che cosa avesse Domenico non era ancora chiaro.
I medici ci giravano intorno, dicevano che stavano
ancora cercando di capire, che serviva tempo, che bisognava vedere come sarebbe evoluto il quadro.
Poi, finalmente, la diagnosi. Domenico aveva una miocardiopatia dilatativa. Il muscolo del cuore non pompava come avrebbe dovuto. Era un cuore stanco, troppo stanco per un bambino piccolo. In quei mesi in terapia intensiva gli avevano somministrato tutte le medicine più forti, a dosi altissime. Ma niente. Non migliorava. La situazione restava grave, come bloccata in un punto da cui sembrava impossibile uscire.

Così, quando andavo a trovarlo, lo trovavo quasi sempre sedato. Eppure non ho saltato una visita. Mai. Anche se ogni volta uscivo più svuotata di prima, andavo. Antonio invece non volle mai entrare in terapia intensiva, né allora né dopo. Ognuno ha il suo modo di reggere il dolore, e il suo era quello di restare fuori da quella stanza triste. Poi, piano piano, quasi per miracolo, i medici cominciarono ad abbassare la sedazione.
Domenico era un guerriero. Stava reagendo con le sue forze. Aveva dentro una tenacia che sembrava più grande del suo corpo. A quel punto ci dissero che volevano provare due strade. La prima era trasferirlo in reparto, somministrargli una terapia diversa, meno invasiva, vedere se mangiando e stabilizzandosi ci potesse essere anche solo un piccolo miglioramento. La seconda strada era il trapianto. Ma prima di valutare quella seconda opzione, ci dissero che volevano tentare la prima. Così lo trasferirono nel reparto di cardiochirurgia. E lì per me cominciò un altro calvario.

Pubblicato per Piemme da Mondadori Libri S.p.A.
© 2026 Mondadori Libri S.p.A., Milano
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