Mi raccontarono, poi, che anni dopo, quando al paese arrivò Zamberletti per compiacersi dell'avvenuta ricostruzione, il nonno – che la casa se l'era rifatta da solo – prese ‘o ribotto e uscì da casa, intenzionato a spiegare a parole sue all'onorevole come la pensava sull'argomento.

Alle 19.35 del 23 novembre 1980 avevo tre anni e nove mesi circa. Ricordo la boccia del pesciolino rosso che ballava e poi tutti fuori casa ad aspettare, questo ricordo. Napoli vulcanica è instabile per costituzione e fatalista per necessità. Non c'erano i cellulari, alcuni non avevano nemmeno telefono a casa. Ci volle del tempo per contattare la metà irpina della famiglia. «È nu disastro, tutto sotto pietre e polvere».

La polvere, vedi, è una cosa che troverai spesso nei racconti del terremoto d'Irpinia e Basilicata. Anni dopo c'è chi la ricorda ancora. Questo ti dice alcune cose: che erano case di paese, fatte di pietra, annientate da un'onda più forte della bomba su Hiroshima. Che nel cratere della calamità furono azzerate strade e confini, come su un tavolo pieno di briciole ‘scutuliate' a terra. Non ti dice – ma questo oggi lo sappiamo tutti –  che dopo 2.914 morti, 8.848 feriti e 300mila sfollati, il problema, negli anni a venire, è stato soprattutto che fare di quelle briciole.

Mi presento, sono un figlio del terremoto. Non terremotato. Terremotato è un'altra cosa e sa di cori allo stadio, di diatribe Nord-Sud. I nati a ridosso degli Ottanta sono troppo giovani per ricordare e troppo vecchi per non ammettere che qualcosa di quella polvere è rimasto sulla pelle, come un tatuaggio.

Non ho mai vissuto in una casa popolare ma ricordo le notti alle Salicelle di Afragola dove chi doveva occupare entrava, piazzava una porta e aspettava qualche giorno per farsi attaccare l'acqua e l'elettricità. Gli Apecar che con lentezza trasportavano pezze e mobili rotti di notte nei nuovi quartieri del post-sisma. Un popolo di senza casa che si spostava dal centro di Napoli dove il tufo giallo nel corso degli anni ha continuato a regalare crepe nei vasci, solai spezzati come schiene sotto le cassette di frutta, mattonelle che si alzavano come un respiro catarroso e i pompieri col foglio di sgombero «per imminente pericolo».

Da giornalista ho visto poi centinaia di «imminenti pericoli» continuare a convivere con gli inquilini, al rione Sanità, a Materdei, a Poggioreale, ai Quartieri Spagnoli. Chi riceveva la carta se la metteva in una vetrinetta insieme alle bomboniere di matrimoni e comunioni. Ogni tanto se la guardava o la esibiva: «Lo vedete dottore? Tengo la casa pericolante». Le graduatorie per gli alloggi popolari che assomigliavano alla Terrae Motus per come cambiavano ogni giorno, liquide come manco Zygmunt Bauman avrebbe potuto ipotizzare. Forse per questo motivo ho iniziato a fare il cronista a Napoli occupandomi di emergenza casa.

L'impronta lasciata sulla Generazione Terremoto è la paura di mettere radici, unita alla fatale consapevolezza che prima o poi anche le più solide e profonde possono essere sdradicate nel più crudele dei giorni (e nemmeno giorni, bastano 90 secondi di energia dal centro della terra). Noi figli sismici degli anni Ottanta, quando abbiamo avuto l'età per farlo abbiamo capito perché Pino Daniele aveva chiamato “Libertà” una canzone che inizia: «Chiove ‘ncoppa a ‘sti palazze scure, ‘ncoppa ‘e mure fracete d'a casa mia». Sarebbe stata libertà sapere che la storia a un certo punto mette un punto e si volta pagina.

E invece la ricostruzione del post-Terremoto in Irpinia è stata lenta come far camminare un elefante sulle Alpi. Una storia a parte: quando ho potuto ho divorato tutti gli atti, le sentenze, i libri, i documentari. «Girava il soldo» mi avrebbe detto poi un democristiano napoletano di quelli che girava con la valigetta piena di mazzette di denaro.

«Quattro giorni dopo il sisma, il 27 novembre 1980 – lo racconta Mimmo Lopresto – da vico Banchi Nuovi partì l'iniziativa di occupare tutte le case vuote dell'area Napoli Nord. Nacquero Comitati di Lotta per la Casa e il Lavoro in tutta Napoli.Occupammo le case vuote al Frullone , alla Vela Gialla, al lotto H ed S. Al Frullone la signora Rosa, 70 anni all'epoca, mi disse: ‘Mimmo è la prima notte dopo 40 anni di matrimonio che dormo da sola in una mia stanza con mio marito'».

Il terremoto ha cambiato la composizione della classe politica alimentata per decenni a denari di ricostruzione, l'asse dell'interesse si è spostato in luoghi che in condizioni normali sarebbero stati borghi coi mercatini e le cantine sociali e per un certo tempo della nostra storia hanno avuto dieci, venti, trenta filiali di banche cooperative nate come funghi a macinare il ‘soldo' che doveva ricostruire. Noi figli del 23 novembre stiamo scontando ancora quel sistema in politica, nello sviluppo economico e sociale.

Quarant'anni dopo abbiamo le nostre pietre d'inciampo: le immense composizioni di pali innocenti che sostengono palazzi e muri, ancora in piedi in molti comuni della Campania, Napoli inclusa, le vite sgarrupate e deportate in zone che si chiamano 167 di Scampia, Parco Verde di Caivano, rione Salicelle di Afragola, bipiani di Ponticelli Monteruscello e potrei continuare all'infinito. Rioni-dormitorio dove periodicamente l'Italia scopre che non c'è l'Italia. A Scampia dove le promesse hanno fatto il giro così largo e lento da sembrare nuove a ogni giro le Vele dovevano diventare Università. Per ora sono lì, ormai finiranno per essere davvero un davvero monumento da tutelare, le piramidi di Cheope all'ombra del Vesuvio.