Il focolaio di meningite nei locali di Napoli è falso, catena Whatsapp smentita del Cotugno: “Tre casi, nessun morto”

"Evitate quanto più possibile zona baretti e gente che frequenta quella zona", perché "è in corso un focolaio di meningite", e "sono già morti due ragazzi e ce ne sono 8 ricoverati al Cotugno": sono i messaggi che stanno circolando in queste ore sui social e tra le chat ma, è bene sottolinearlo da subito, ci sono alcune persone ricoverate ma non c'è l'evidenza di un focolaio di meningite in corso e non risultano decessi. I pazienti hanno contratti ceppi infettivi diversi (non sono, quindi, tutti collegati) e per tre ricoverati, che si conoscono, è verosimile che non ci sia stato un contagio diretto tra loro.
Si parla di focolaio epidemico, locuzione entrata praticamente nel lessico comune col Covid, quando viene rilevato un aumento dei casi di una malattia rispetto a quanto atteso all'interno di una comunità o di una regione ben circoscritta; per quanto riguarda il numero dei ricoverati al Cotugno, è lo stesso ospedale a spiegare che rientrano "nei flussogrammi stagionali attesi".
La nota dell'ospedale infettivologico "Cotugno"
Attualmente nell'ospedale Cotugno sono ricoverati due ragazze e un uomo che lavora come buttafuori in un locale; il primo caso si è verificato a fine dicembre, gli altri nei giorni successivi. Sulla vicenda l'Asl Napoli 1 Centro ha avviato una indagine epidemiologica per ricostruire i contatti e quindi eventuali contagi. Il Cotugno ha diffuso una nota sulla vicenda per "fornire opportuni chiarimenti per una corretta informazione alla cittadinanza.
Nel Cotugno, spiega l'ospedale, ci sono dei pazienti ricoverati che presentano "diverse matrici patogene e non sono riconducibili a un unico ceppo infettivo" (quindi non si tratta di contagi collegati), e questi casi rientrano "nei flussogrammi stagionali attesi, in particolare alla luce del brusco cambio di temperature".
L'ospedale conferma che 3 dei pazienti affetti da Neisseria meningitidis si conoscono tra loro (uno arrivato ieri e ricoverato in Rianimazione, gli altri due in reparto in condizioni stazionarie) ma "l'assenza di correlazione cronologica tra le insorgenze non suggerisce l'ipotesi di una catena di contagio diretta". "I pazienti – conclude la nota – sono ad ogni modo in fase di valutazione clinica e il Servizio di Igiene e Sanità Pubblica dell'ASL sta completando i protocolli di screening e sorveglianza previsti".
La notizia fake del focolaio di meningite a Napoli
I messaggi stanno viaggiando senza controllo tra le chat, nella più classica delle dinamiche delle fake: un argomento che causa molta preoccupazione, l'avvertenza che "è ancora una informazione riservata", la raccomandazione a non frequentare determinati luoghi (tra cui viene citato il locale "Ambasciatori Club Restaurant") del quartiere Chiaia. L'entità della diffusione dei messaggi è intuibile dalla scritta che compare sui messaggi: "Inoltrato molte volte".
Probabilmente l'origine è proprio nei tre casi attualmente ricoverati al Cotugno, ma la situazione è stata ingigantita col passaparola fino ad arrivare ai fantomatici otto ricoverati collegati tra loro e ai due decessi inesistenti.
Il messaggio dell'Ambasciatori
Il titolare dell'Ambasciatori, uno dei locali menzionati nella catena, ha pubblicato in mattinata un comunicato sui social: "Negli ultimi giorni stanno circolando informazioni false e gravemente diffamatorie che mi coinvolgono personalmente e che tentano di associare il mio nome a episodi sanitari del tutto inesistenti".
"Desidero chiarire in modo netto – prosegue Peppe Pelosi – che non esiste alcun focolaio di meningite riconducibile alla mia persona, né tantomeno a luoghi o attività con cui collaboro. Si tratta di fake news prive di qualsiasi fondamento, diffuse con l’unico obiettivo di danneggiare la mia reputazione e quella di Ambasciatori".
"Questa vicenda sta creando al mio assistito e alle sue attività un enorme danno d'immagine e patrimoniale – spiega a Fanpage.it l'avvocato Mariarosaria Castiello, legale di Pelosi – e procederemo con la denuncia alla Polizia Postale perché si risalga a chi ha fatto circolare queste notizie infondate".
