Spesso, di fronte a disavanzi e debiti crescenti di qualche settore dello Stato, si interviene con ostentata saccenteria rimproverando presunte condotte dissennate, non rispettose del principio del “buon padre di famiglia”: l’ammontare delle entrate e delle spese, deve, in un intervallo di tempo ragionevole, eguagliarsi, pena l’insorgere di un indebitamento crescente.
Si tratta, in genere, di rimproveri infondati e originati da una vetusta concezione dello Stato e dei suoi meccanismi di finanziamento. Uno Stato può battere moneta per coprire l’eccesso di spesa sulla tassazione e/o può emettere titoli del debito pubblico da far sottoscrivere ai risparmiatori. Vi è, tuttavia, una sola amministrazione statuale che, ahimè, deve comportarsi come il buon padre di famiglia: si tratta dei Comuni per i quali il pareggio di bilancio è un vincolo oramai ineludibile, al quale essi non possono sottrarsi. L’unico buon padre di famiglia è oramai, suo malgrado, il Sindaco: egli può solo provare a lasciare in eredità a chi gli succederà la patata bollente dell’onere del risanamento, così fanno i grandi comuni italiani, Napoli Milano Torino e Roma innanzitutto. Essi ondeggiano tra i lasciti velenosi e il miraggio della cancellazione di miliardi di debito in nome di un’ingiustizia (del debito) che sovente copre anche la propria insipienza amministrativa. Oppure, come nel caso dei Comuni di piccola e media dimensione, entrano nelle soffocanti maglie del predissesto o nella sanzione di insolvenza del dissesto: secondo il Centro Studi Enti Locali, nel 2019, le due procedure riguardavano in prevalenza Comuni campani, calabresi e siciliani. In questa venefica miscela di incapacità amministrativa, di ingiustificati tagli dello stato alle amministrazioni periferiche, di esplosività della situazione finanziaria vi è qualche Comune, raro per la verità, che decide di percorrere strade differenti e inconsuete per il panorama politico italiano.

Si tratta, in genere, di Comuni di piccole e medie dimensioni per i quali la cogenza del vincolo di bilancio ha costituito l’occasione di un ripensamento della macchina organizzativa comunale. Lungi da noi elevare queste esperienze virtuose a mo’ di esempio facilmente mutuabile per un grande Comune di difficile governance è possibile, tuttavia, valutare come una buona amministrazione possa trasformare un circolo da probabilmente vizioso a potenzialmente virtuoso. Prendiamo, ad esempio tanto per non fare nomi, il Comune di Pozzuoli, in provincia di Napoli, che da qualche anno sta dimostrando una indubbia capacità amministrativa. Facciamo un passo indietro: nel 2015 il Comune decide di aderire alla norma “spalmadebiti” che consente di distribuire il debito fin qui cumulato su di un arco temporale di trent’anni. Si tratta di una scelta che può presentare dei rischi e dei vincoli: per il periodo della “spalmata” le entrate comunali dovranno essere pari alle uscite, comprensive dell’anticipazione della quota capitale (un trentesimo nel nostro caso) da ripagare. Se così non fosse lo spalmadebiti innescherebbe il pagamento del vecchio debito con nuovo debito con esiti di dissesto certo per chi non può emettere titoli o battere moneta. Perché, dunque, l’operazione funzioni è necessario – il lettore scusi la nostra tediosità- che il bilancio comunale abbia tre caratteristiche: realismo delle poste di bilancio, certezza degli introiti, controllo delle uscite.
Nel caso di Pozzuoli, tra il 2015 e il 2021, questi principi si sono esplicitati in alcune operazioni facilmente riscontrabili dai bilanci annuali, ovvero:
• ricognizione dei residui di bilancio diretta a verificare: la fondatezza giuridica dei crediti accertati e della loro effettiva esigibilità;
• affidabilità futura delle entrate;
• costituzione di una struttura di coordinamento, di una direzione unica, in grado di gestire entrate tributarie, canoni idrici e contenzioso tributario;
• attività di recupero dell’evasione e dell’elusione.
Qualche cifra, fuor di apologia per il comune flegreo: nel periodo tra il 2014 e il 2020 la riscossione a Pozzuoli è cresciuta per i tributi di oltre il 25%, per i canoni idrici del 102%, dei canoni patrimoniali del 26%, percentuali di incremento che fanno fischiare le orecchie al Sindaco di una qualche grande città. In definitiva, se un simile programma ha successo è possibile non solo ripagare la quota capitale dello spalmadebiti con entrate di bilancio ma, addirittura, allargare la spesa sociale a scapito del pagamento degli interessi, come una riduzione della tassa sui rifiuti per i cittadini meno abbienti. Morale della favola: la credibilità delle lagnanze sulle ingiustizie dei tagli giganteschi dello stato ai Comuni è tanto maggiore quanto più l’Ente Locale dimostra capacità amministrativa e paradossalmente di ovviare ad essi. E in Campania c’è chi è credibile e chi non lo è.

*L'autore è docente di Economia internazionale presso l'Università degli Studi di Napoli "L'Orientale"