Vende cittadinanze italiane anche a 10mila euro con l’aiuto di sindaco e funzionari: imprenditore arrestato
Un imprenditore bresciano è stato arrestato e posto ai domiciliari nella giornata di ieri, venerdì 9 ottobre. La misura cautelare è stata eseguita dalla guardia di finanza di Gardone Val Trompia e dal nucleo di polizia Economico-finanziaria di Brescia, insieme alle misure interdittive della sospensione dall'esercizio di pubblico ufficio nei confronti di due funzionari pubblici. Le indagini sono condotte dalla Procura di Brescia e avrebbero portato alla luce un sistema illegale che prevedeva il rapido ottenimento della cittadinanza italiana per persone di origine brasiliana che non ne avevano i requisiti e che pagavano fino a 10mila euro per un passaporto falso. Gli indagati sono in tutto dieci e le ipotesi di reato sono, a vario titolo, di atti contrari ai doveri d'ufficio, favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, turbata libertà degli incanti, falso, autoriciclaggio e smaltimento illecito di rifiuti pericolosi.
Le false cittadinanze pagate fino a 10mila euro ciascuna
Le indagini sono partite da un'anomalia statistica riscontrata in un comune dell'Alta Valtrompia e avrebbero scoperto un sistema operativo dal 2016 e con un uomo di origine brasiliana, che si trova agli arresti domiciliari dallo scorso settembre, che svolgeva il ruolo di intermediario. Stando a quanto ricostruito, l'imprenditore bresciano avrebbe garantito a cittadini brasiliani che arrivavano in Italia con un visto turistico il rapido ottenimento della cittadinanza italiana anche se non avevano i requisiti di legge.
Anche attraverso la collaborazione di alcuni pubblici ufficiali, tra i quali un sindaco e il personale degli uffici Anagrafe e Stato civile, incassava dai clienti dai 3.700 e i 10mila euro a pratica e gli faceva stabilire residenze fittizie. I casi analizzati sono in tutto 408, di cui 170 risulterebbero falsi. Di questi, ancora, solo l'1 per cento sarebbe rimasto a vivere in Italia. Con queste pratiche, il profitto illecito avrebbe superato 1,2 milioni di euro, di cui almeno 200mila sarebbero già stati riciclati su conti correnti nazionali ed esteri.
Gli appalti truccati e gli illeciti ambientali
Da questa indagine è partito un secondo filone che riguarda un presunto sistema illecito che sarebbe stato utilizzato per pilotare l'assegnazione di appalti pubblici a favore di determinate imprese private. I casi principali sono tre. In uno di questi ci sarebbero stati accordi preventivi tra un funzionario pubblico e un imprenditore, mentre altre società si sarebbero prestate a presentare offerte irricevibili. Il funzionario avrebbe attestato la regolarità del servizio anche se i lavori, almeno in parte, non erano stati eseguiti e così liquidava la somma d'appalto.
L'ultimo filone, invece, riguarda i presunti gravi illeciti ambientali che avrebbe commesso lo stesso imprenditore bresciano ora agli arresti domiciliari. Con il supporto dei carabinieri e delle analisi effettuate da Arpa Lombardia, sarebbero emerse numerose condotte di smaltimento illecito di rifiuti pericolosi.
In un caso, per esempio, a seguito della demolizione di un vecchio complesso industriale della Bassa Bresciana nel quale si producevano elettrodomestici, sarebbero stati generati almeno 300 metri cubi di rifiuti pericolosi contenenti elevate percentuali di amianto. Secondo l'accusa, i materiali sarebbero stati frantumati nel cantiere senza i giusti strumenti di contenimento delle polveri e i rifiuti sarebbero stati occultati e sversati in cinque posti diversi come materiale di riempimento edile o abbandonati direttamente nei boschi.