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Sigilli sull’ufficio che si occupa di beni sotto sequestro al Tribunale di Milano, l’ipotesi: “Ammanco di denaro”

Sono stati posti sigilli su un ufficio del settore sequestri del tribunale di Milano: è stata aperta un’inchiesta che riguarderebbe solo il dipendente dell’ufficio e non tutto il settore.
Immagine di repertorio
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"Vietato l'accesso. Locale posto sotto sequestro": è quanto si legge in un cartello affisso sulla porta dell'ufficio decreti di archiviazione, che si trova al settimo piano del Tribunale di Milano, che si occupa di beni sotto sequestro che vengono poi destinati al Fondo unico di Giustizia.

Sul caso è stata aperta un'indagine, coordinata dal procuratore capo Marcello Viola e guidata dal colonnello della polizia giudiziaria dei carabinieri Alessio Carparelli, che riguarda solo il dipendente in servizio all'ufficio "decreti di archiviazione", che si trova nello stesso piano che ospita i giudici per le indagini e le udienze preliminari, e non tutto il settore. Stando a quanto riportato dal quotidiano La Repubblica, la scorsa settimana ci sono state perquisizioni nell'ufficio e un sequestro probatorio. Poi, venerdì è comparso il cartello che ha sicuramente destato perplessità e sconcerto tra i dipendenti del tribunale e non solo. Il funzionario, come è ovvio che sia durante un'inchiesta di questo tipo, non sarebbe più in servizio.

Gli approfondimenti riguarderebbero i documenti sui patrimoni. Le indagini sarebbero partite da una comunicazione dell'Agenzia delle Entrate, che avrebbe segnalato alcune anomalie ai pubblici ministeri, relativamente alla confisca di una somma di denaro destinata al Fondo. Da qui, l'avvio degli accertamenti amministrativi "nei confronti di un dipendente attualmente in servizio presso la sezione Gip-Gup", come riportato da una nota firmata dal presidente del Tribunale, Fabio Roia.

L'ufficio gestisce la burocrazia giudiziaria e la gestione dei soldi quindi sequestri, dissequestri, beni confiscati, risarcimenti. L'inchiesta si starebbe concentrando su un presunto ammanco. Sotto la lente degli investigatori, stando a quanto riportato da Ansa, ci sarebbe un ammanco di 985mila euro. Il dipendente avrebbe compilato e inoltrato un modulo per chiedere la restituzione a nome di una terza persona, che potrebbe essere di fantasia, di quella cifra che era stata prima sequestrata e poi confiscata. Equitalia ha poi segnalato l'anomalia proprio perché poco prima era stata confiscata e non si capiva a chi dovesse essere restituita. I vertici hanno poi verificato che non era stato emesso alcun provvedimento giudiziario per la restituzione e quindi hanno segnalato il caso alla Procura. Il dipendente potrebbe rischia un'accusa per falso ideologico.

Nella stessa nota della presidenza è riportato che si è svolta "un'attività di perquisizione e sequestro di diversi documenti custoditi nell'ufficio occupato dal dipendente". Bisognerà verificare siano state commesse in passato altre presunte irregolarità.

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