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17 Gennaio 2023
17:32

“Mio padre è morto abbandonato per 26 ore su una barella in ospedale”: la denuncia di Luca Paladini

“Per la mole di lettini che ho visto parcheggiato, c’era una evidente carenza di medici, infermieri e operatori. Per questo mi chiedo: cosa ci ha insegnato il Covid?”, a dirlo a Fanpage.it è Luca Paladini, leader dei Sentinelli di Milano. Il 12 gennaio suo padre è morto all’ospedale Sacco di Milano dopo essere stato lasciato per 26 ore su una barella del pronto soccorso.
A cura di Ilaria Quattrone
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"Trovo inaccettabile che mio padre abbia rischiato di morire su una barella. Non dovrebbe mai accadere che sia un figlio, che torna in pronto soccorso il giorno successivo, ad avvertire il personale che il padre sta morendo. Non può funzionare così. Mio padre ha rischiato di morire senza dignità. Per fortuna gli è stata concessa appena in tempo".

A dirlo a Fanpage.it è Luca Paladini, attivista per i diritti Lgbt, leader dei Sentinelli di Milano e candidato alle Regionali in Lombardia con la lista civica che sostiene Pierfrancesco Majorino. Il 12 gennaio scorso suo padre è morto all'ospedale Sacco di Milano dopo essere stato lasciato per 26 ore su una barella del pronto soccorso.

Il trasferimento in pronto soccorso

"Mio papà era un uomo di 87 anni, disabile al 100 per cento e al quale, dopo l'esperienza del Covid-19, era stata diagnosticata la demenza senile. Lo accudivo io. Nella sera tra il 7 e l'8 gennaio ha iniziato ad avvertire dolori allo stomaco e vomito. Il 9 gennaio lo ha visitato il medico di base che ci ha spiegato che potevano esserci problemi legati a qualche infezione".

"Il medico gli ha prescritto alcuni farmaci e ci ha raccomandato che se avesse continuato a star male sarebbe stato necessario chiamare un'ambulanza". E infatti è quello che è accaduto il giorno successivo, martedì 10 gennaio: "Lo hanno portato al pronto soccorso dell'ospedale Sacco di Milano. Sono entrato anche io con lui per fornire il suo quadro clinico".

"La prima visita è avvenuta quasi subito nonostante il pronto soccorso fosse abbastanza intasato. L'ecografia ha evidenziato che la cistifellea era abbastanza ingrossata". I medici hanno spiegato all'attivista che sarebbe stato necessario fare alcuni accertamenti. Per questo motivo era fondamentale trattenere il padre.

Le telefonate andate a vuoto

"Io ho chiesto di poter rimanere, ma mi hanno detto di tornare a casa perché ci sarebbero volute delle ore. Mi hanno detto che mi avrebbero telefonato loro per darmi notizie". Quel giorno però nessuno lo ha mai contattato. In serata è stato infatti Paladini stesso a chiamare in pronto soccorso.

"Alle 7 di sera una persona del pronto soccorso mi ha risposto e mi ha dato la stessa diagnosi che mi avevano dato diverse ore prima: "Suo padre ha un'infiammazione alla cistifellea, ma dobbiamo capire quanto si sta estendendo. Il quadro è in evoluzione. Le faremo sapere noi domani mattina presto".

Purtroppo però anche il giorno successivo è andato in scena lo stesso copione: nessuna telefonata. Dopo che Paladini ha fatto diverse chiamate, ha deciso di recarsi di persona in pronto soccorso: "Sono entrato e l'ho cercato tra le tantissime barelle, una in fila all'altra, e ho riconosciuto mio padre quasi con fatica. Non era lo stesso uomo che avevo lasciato il giorno prima. Era un uomo morente, agonizzante, con una flebo attaccata alla vena".

Il trasferimento in sala emergenza

L'attivista ha deciso di chiedere delucidazioni a una infermiera che era però indaffarata. Ne ha così fermata un'altra che ha capito subito che il quadro del paziente era molto critico: "Al punto che è stato immediatamente spostato ed è finito sempre all'interno del pronto soccorso in un luogo che si chiama "sala emergenza".

Lì il monitoraggio è apparso di gran lunga superiore: "Da quel momento ho avuto la sensazione che si stavano prendendo cura di mio padre, ma erano già passate 26 ore. Mio padre ha passato qualche ora in sala emergenza. Dopodiché la notte tra mercoledì e giovedì è stato trasferito nel reparto Malattie Infettive e il giorno dopo, il 12 gennaio, è morto. È morto in un reparto dove ho colto cura e attenzione, però c'è quel buco di 26 ore".

Paladini precisa subito di non voler elementi per poter dire che il padre sia morto per colpa dell'ospedale: "Non so cosa sia successo in quelle 26 ore e non so quanto possano aver contribuito a compromettere il quadro clinico di mio padre. Mi hanno detto che quel giorno avevano avuto un numero di pazienti elevato e non erano riusciti a gestire il tutto. Non me la sto quindi prendendo con medici e infermieri. Il dottore che ho visto in pronto soccorso, per esempio, era abbastanza provato dalla mole di lavoro". 

Certo è che qualcosa non ha però funzionato: "Siamo ancora di fronte al fatto che il pronto soccorso si vede investito da una mole di persone che non sa gestire perché non esistono strutture intermedie, come potrebbero essere le case comunità, e perché i medici di base sono vissuti ormai come burocrati. Questo significa che tutti vanno in pronto soccorso".

"Le altre Regioni che sicuramente hanno carenze in termini sanitarie hanno almeno la decenza di non vendersi come modello, cosa che invece fa Regione Lombardia. Inoltre la Lombardia è la seconda regione più ricca d'Europa quindi se il 90 per cento del budget va alla sanità, questo fa pensare che ci possano essere investimenti importanti nel pubblico per far sì che ci sia un'attenzione alla cura diversa rispetto a quella che c'è oggi".

"Per la mole di lettini che ho visto parcheggiato, c'era una evidente carenza di medici, infermieri e operatori. Per questo mi chiedo: cosa ci ha insegnato il Covid?"

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