Maurizio Trenta, l’operaio morto per il caldo a Brescia: cosa rischiano i datori di lavoro

Maurizio Trenta, operaio edile di 40 anni, è morto lo scorso 31 luglio per un malore sul posto di lavoro a Trenzano, nel Bresciano. Trenta stava operando in un orario in cui non avrebbe dovuto: attraverso l'ordinanza 489, lo scorso 9 giugno, Regione Lombardia ha, infatti, imposto una pausa in orari specifici per i lavoratori che svolgono mansioni sotto il sole e che, durante giornate di caldo estremo, potrebbero compromettere la propria salute. Per questo la pm di Brescia Marica Brucci ha aperto un fascicolo d'indagine per omicidio colposo nei confronti dei datori di lavoro.
Ma cosa rischia concretamente un datore di lavoro quando un dipendente perde la vita durante l'attività lavorativa? Quali obblighi impone la normativa sulla prevenzione degli infortuni e in quali casi può scattare una responsabilità penale? Fanpage.it lo ha domandato all'avvocato penalista Paolo Di Fresco, per capire quali scenari si aprono per l'azienda e quali elementi saranno decisivi nelle indagini.

Qual è il principale profilo penale che emerge in questa vicenda?
Il reato che viene in rilievo è l'omicidio colposo. In termini semplici, si parla di omicidio colposo quando una persona muore non perché qualcuno abbia voluto provocarne il decesso, ma perché sarebbero state violate regole di prudenza, diligenza o specifiche norme di sicurezza. In un contesto lavorativo, il punto decisivo è capire se la morte del lavoratore sia collegata a omissioni o violazioni prevenzionistiche da parte di chi aveva obblighi di tutela.
Che cosa significa, in concreto, che la procura ha aperto un fascicolo per omicidio colposo?
Significa che il pubblico ministero ha ritenuto necessario verificare se vi siano responsabilità penali da accertare. Non è una condanna, né equivale a dire che la responsabilità sia già stata provata. È l'avvio di un'indagine che serve a ricostruire i fatti: che mansioni stesse svolgendo il lavoratore, in quali condizioni ambientali, quali misure di prevenzione fossero state adottate e se il caldo estremo abbia avuto un ruolo causale nel decesso.
Perché il caldo può assumere rilevanza penale in un caso del genere?
Perché il caldo estremo, se prevedibile e conosciuto, può trasformarsi in un rischio lavorativo che il datore di lavoro e gli altri soggetti della sicurezza devono governare. Se vi erano ordinanze (come in questo caso) o indicazioni tecniche che imponevano di evitare o rimodulare l'attività nelle ore più pericolose, il mancato rispetto di tali prescrizioni può diventare un elemento di colpa specifica. In altre parole, il caldo non è soltanto un dato atmosferico: può diventare un fattore di rischio che impone misure concrete di protezione.
Quanto pesa dal punto di vista penale l'ordinanza regionale che vieta il lavoro in certe fasce orarie?
Può pesare molto. Se davvero il lavoratore stava operando in un orario coperto dal divieto e in una giornata classificata ad alto rischio, l'ordinanza può rappresentare una regola cautelare precisa, cioè una prescrizione che serviva proprio a prevenire eventi dannosi legati al caldo. La sua eventuale violazione può rilevare su due piani: da un lato come illecito autonomo, con le sanzioni previste dall'ordinanza; dall'altro come indice di colpa nell'ambito dell'indagine per omicidio colposo, se si dimostrasse che proprio quella violazione ha contribuito causalmente alla morte.
Quale sarebbe la pena per l'omicidio colposo in un caso di infortunio sul lavoro?
In via generale, l'articolo 589 del codice penale punisce l'omicidio colposo con la reclusione da sei mesi a cinque anni. Ma se il fatto è commesso con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro, come può accadere nei casi di morte sul lavoro, si applica la forma aggravata prevista dal secondo comma: la pena è la reclusione da due a sette anni. Va anche aggiunto che, se vi fossero più vittime oppure morte e lesioni plurime, la pena può aumentare fino al triplo, con il limite massimo di quindici anni. Accanto a questo, possono aggiungersi ulteriori contravvenzioni per eventuali violazioni della normativa antinfortunistica o dell'ordinanza regionale.
E per la violazione dell'ordinanza regionale, invece, che cosa si rischia?
La violazione dell'ordinanza comporta l'arresto fino a tre mesi o l'ammenda fino a 206 euro, salvo che il fatto integri un reato più grave. Proprio quest'ultima precisazione è importante: se dalla violazione discende un evento mortale e si accerta il nesso causale con condotte colpose, il baricentro dell'indagine si sposta inevitabilmente sul reato di omicidio colposo.
Chi può essere chiamato a rispondere penalmente in casi come questo?
Non esiste una responsabilità automatica legata alla qualifica, ma in materia di sicurezza sul lavoro la magistratura guarda ai soggetti che avevano un concreto obbligo di protezione. Il datore di lavoro è il primo garante, ma possono venire in rilievo anche dirigenti, preposti, responsabili della sicurezza e, più in generale, chi aveva poteri organizzativi o di vigilanza effettivi. La Procura dovrà verificare, per ciascuno, quali compiti avesse, quali decisioni abbia preso o omesso di prendere e se vi sia un collegamento tra quella condotta e l'evento.
Quali elementi dovranno essere accertati per sostenere l'accusa?
I nodi principali sono tre. Il primo è il nesso causale: occorre capire se il caldo o comunque le condizioni di lavoro abbiano provocato o contribuito in modo determinante al decesso. Il secondo è la colpa: bisognerà verificare se siano state omesse misure doverose, per esempio la sospensione dei lavori nelle ore vietate, la riorganizzazione dei turni, le pause, l'idratazione, le aree d'ombra, il monitoraggio dei segnali di stress termico. Il terzo è la prevedibilità dell'evento: più il rischio era noto e segnalato, più diventa centrale il tema dell'omessa prevenzione.
Che valore ha l'autopsia disposta dalla procura?
Ha un valore decisivo. L'autopsia serve a chiarire la causa della morte e a verificare se vi siano elementi compatibili con un malore da stress termico o con altre cause. In un procedimento per omicidio colposo, soprattutto quando si ipotizza un decesso connesso alle condizioni ambientali di lavoro, l'accertamento medico legale è spesso il passaggio più importante, perché da esso dipende la tenuta del nesso causale tra condotta contestata ed evento.
Il fatto che, secondo quanto appreso, il lavoratore non soffrisse di patologie pregresse è rilevante?
Può esserlo ma non in modo automatico. L'assenza di patologie note può rafforzare l'ipotesi che l'evento sia stato determinato da un fattore esterno improvviso, come uno stress termico importante, ma non basta da sola a fondare una responsabilità penale. Anche su questo punto serviranno accertamenti tecnici seri. Nel processo penale contano le prove, non le impressioni: il dato sanitario va letto insieme alle condizioni concrete di lavoro e alle eventuali omissioni prevenzionistiche.
Se dovesse emergere che il divieto orario non è stato rispettato, questo basterebbe da solo per una condanna?
Non necessariamente. La violazione del divieto sarebbe certamente un elemento molto rilevante, ma da sola non esaurisce il giudizio penale. Occorre sempre dimostrare che proprio quella condotta abbia avuto un ruolo causale nella morte del lavoratore. In altre parole, il giudice dovrà valutare non solo se la regola sia stata violata, ma anche se il rispetto di quella regola avrebbe verosimilmente evitato l'evento.