Con le graduali riaperture previste dal Governo a partire da fine aprile saranno sempre meno gli studenti che dovranno seguire le lezioni a distanza, avvalendosi della dad (didattica a distanza). Una modalità di apprendimento che da un lato è stata quasi "demonizzata" da molti studenti, professori e genitori, ma dall'altro ha costituito per lunghi mesi l'unica maniera per non interrompere la formazione di milioni di studenti in un periodo eccezionale come la pandemia di Covid-19. È indubbio, comunque, che privare milioni di studenti del contatto con i compagni di classe e dell'interazione de visu con gli insegnanti è stata anch'essa una circostanza straordinaria, che avrà una portata probabilmente comprensibile solo tra qualche tempo. Fanpage.it ha raccolto le voci di due ragazze, la 21enne Anna e la 19enne Paola (nomi di fantasia, ndr), che si sono trovate a vivere l'università e la scuola "a distanza". E ha anche sentito due esperti: Simona Maurino, coordinatrice del servizio emergenza 114 del Telefono Azzurro, e Antonio Piotti, psicoterapeuta del Minotauro – Istituto di analisi dei codici affettivi, ente impegnato da trent’anni in attività di ricerca-formazione e consultazione-psicoterapia.

Le ragazze: Pensare che sarà un altro giorno davanti al pc dà un senso di sconforto

"Vi ho scritto come grido d'aiuto non solo mio ma di altri studenti riguardo ai nostri problemi psicologici a come la dad stia danneggiando tutti – dice la 21enne Anna -. Si pensa a tirare fuori i voti, fare verifiche e interrogazioni ma non si pensa a quello che stanno vivendo i ragazzi dietro lo schermo". Ancora più diretta Paola: "Quest'anno lo reputo perso, ma non per colpa dei professori, non siamo riusciti proprio a fare nulla. Il doversi svegliare e pensare che è un altro giorno davanti al computer, da sola, senza vedere nessuno dà proprio un senso di sconforto e abbandono".

Il crescente senso di disagio dei giovani rispetto alla dad trova conferma anche in alcune delle associazioni impegnate a cercare di risolvere i problemi dei ragazzi, come Telefono azzurro: "Rispetto al tema della dad in quest'ultimo anno abbiamo ricevuto un numero crescente di richieste di aiuto", spiega Simona Maurino coordinatrice del servizio emergenza 114, che evidenzia le "difficoltà a vivere la scuola mediata dallo strumento digitale. Ci hanno parlato di irrequietezza, difficoltà di concentrazione, ma ci sono poi anche stati dei casi in cui la didattica a distanza è stata un'occasione per chiedere aiuto". Non sono ancora chiari gli effetti che "l'interruzione dei sistemi formativi più lunga della storia", come dice Maurino, che ha coinvolto "oltre il 90 per cento della popolazione scolastica", circa un miliardo e 600mila studenti, avrà sugli stessi ragazzi.

Lo psicoterapeuta: C'è stata una criminalizzazione della dad

Ma in ogni caso non va dimenticato anche l'altro lato della didattica a distanza: il fatto cioè che grazie a questa modalità tanti studenti abbiano potuto in qualche modo continuare a studiare. Per lo psicoterapeuta Antonio Piotti c'è stata "una criminalizzazione della dad", e "una valutazione molto superficiale" delle sue conseguenze: "Quello che fa star male i ragazzi non è fare lezione a distanza, ma non vedere gli amici e veder chiusi tutti i luoghi di incontro, non solo la scuola". E anzi Piotti evidenzia i "meriti" della didattica a distanza: "Se soltanto questa pandemia fosse intervenuta 15 anni fa sarebbe stato un disastro educativo totale, perché avremmo perso i ragazzi, non avremmo potuto fare nulla".

È insomma la pandemia, con tutte le sue conseguenze anche sulla socialità e sulla scuola, il vero problema. E il perdurare della pandemia ha fatto peggiorare la situazione. "Le cose sono molto peggiorate dall'ultimo ottobre e sono arrivate ad essere molto gravi ora – spiega Piotti, che insegna prevenzione e trattamento delle condotte autolesive e del tentato suicidio in adolescenza all'Istituto di alta formazione Minotauro -. Il rischio suicidale è molto presente, c'è un aumento della depressione, disturbi del comportamento alimentare, atti autolesivi, tutte queste cose qui che sono sintomi di un malessere profondo".

La conferma è nei racconti delle due ragazze: Anna sottolinea come l'aspetto più problematico sia "l'isolamento sociale: è diventato sempre più difficile fare delle piccole cose. Ho finito col trascurare quello che dovevo fare, perché sembra poco reale guardandolo dallo schermo". Mentre Paola racconta un evento tragico che ha vissuto, ma sempre "da lontano", e cioè il suicidio di una sua compagna di scuola: "Un giorno a scuola diceva che non ce la faceva più, che stava impazzendo. È stato l'ultimo confronto: dopo questa giornata è passato circa un mese e poi è arrivata la notizia della sua morte. Nessuno se l'aspettava, eravamo tutti nelle nostre case senza poterci vedere con questo dolore, assurdo. Aveva 17 anni ne avrebbe compiuti 18 non tanto tempo dopo: non è stata la dad o la reclusione a portarla a questo, però diciamo che ha giocato un ruolo importante".

L'importanza di chiedere aiuto

Di fronte ai problemi psicologici generati dalla pandemia e a seguire da ciò che ne è derivato, come la didattica a distanza e l'isolamento sociale, ciò che tutte le persone sentite da Fanpage.it sottolineano è l'importanza di chiedere aiuto. "Andare da una psicologa mi sta aiutando molto, è un respiro d'aria fresca in mezzo allo smog", dice Paola. "Non è colpa nostra, non è un nostro deficit e non è giusto vergognarsene". Rivolgersi agli altri è anche l'appello che Anna fa a tutti i suoi coetanei: "Non avere paura a chiedere aiuto: anche se vi sembra la cosa più inutile è sempre meglio chiedere aiuto. Non siete deboli se chiedete aiuto.

(Interviste e servizio video a cura di Davide Arcuri)