A Tavernola, piccolo centro sulla riva del lago d'Iseo, oggi l'attenzione di tutti è concentrata sul pericolo incombente. Un'enorme frana, che ha messo in movimento oltre due milioni di metri cubi di materiale, ha accelerato a fine febbraio rischiando di precipitare nelle acque e provocare un'onda di tsunami. Ma mentre ci si interroga sulla messa in sicurezza dell'area, qualcuno prova a ricordare che il gigantesco smottamento non si è originato per caso, o per un evento naturale avverso, ma dopo decenni di attività umana.

A dirlo è Ezio Locatelli, ex parlamentare e consigliere regionale e provinciale, attivista e promotore dagli anni Ottanta del comitato contro la miniera di Parzanica- Tavernola. "Quello che indigna è la rimozione delle responsabilità, per cui andrebbe aperta un’inchiesta, e l’assenza di ripensamento sullo sviluppo del territorio", spiega  Locatelli a Fanpage.it. "I più si guardano bene dall’entrare nel merito delle scelte che ci hanno portato a questa situazione spaventosa. In tanti hanno la coscienza sporca per una situazione che era stata prevista, denunciata già nel 1985. Incontri, proteste, volantinaggi, manifestazioni, interrogazioni provinciali, regionali, parlamentari. Tutto sembra dimenticato".

La vicenda è tornata in primo piano sui giornali nelle ultime settimane. La frana è in movimento sul monte Saresano, sopra al lago d'Iseo. Una massa di roccia e terra che, nella settimana del 23 febbraio, si è mossa al ritmo di oltre 10 millimetri al giorno. Per questo si è deciso di chiudere alcune strade e di sospendere i lavori del cementificio Italsacci, che è posto proprio sull'asse della frana e che opera dagli inizi del Novecento. Sotto accusa però c'è l'attività di estrazione mineraria, portata avanti anche con esplosioni, che ha coinvolto quest'area per decenni e che potrebbe forse aver accelerato il movimento della massa di roccia.

"Nella storia di questa montagna ci sono anni di denunce e mobilitazioni, interi paesi che hanno espresso una netta opposizione alle escavazioni smodate, che hanno avuto il via libera delle autorità competenti nonostante sequela di pareri contrari", ricorda Locatelli, che di questa vicenda iniziò a occuparsi negli anni Ottanta da consigliere provinciale di Bergamo.

Dopo la chiusura della vecchia miniera Ognoli, il cementificio chiese infatti di aprire una nuova miniera a monte, la miniera Ca' Bianca, su un'area di 1,5 milioni di metri quadrati (poi ridotta a mezzo milione dopo le proteste). "Ci furono manifestazioni con centinaia di persone. Tutti i comuni rivieraschi si pronunciarono contro la miniera tranne i due interessati (Tavernola e Parzanica). Il Consiglio provinciale deliberò all’unanimità contro la miniera. La commissione VI del Consiglio regionale della Lombardia fece lo stesso nel luglio 1992. Nonostante tutto questo, la concessione ricevette il lasciapassare delle autorità competenti nel 1994-95.

"Avevamo denunciato l’impatto dal punto da vista paesaggistico, ma anche il rischio di destabilizzazione dei versanti. Dopo aver levato il “piede” della montagna con la prima miniera in basso, non si poteva e non si doveva aprirne un’altra a monte, con utilizzo tra l'altro di una quantità enorme di cariche esplosive", sottolinea Locatelli.

Oggi il fronte franoso è a 400 metri dal limite della miniera. Se prima la montagna si spostava di 3 millimetri al mese, poi ha accelerato fino a 2 cm al giorno. Dopo gli ultimi interventi c'è stata una frenata: "solo" 5 mm al giorno. "Quando andavo sul posto negli anni 80 gli anziani mi mostravano le fratture nella montagna, dicendo che la miniera l'avrebbe destabilizzata ulteriormente", ricorda l'ex parlamentare. "Trovo scandaloso che oggi si chieda la riapertura del cementificio, è una follia. Tanto più che in quella struttura sono stoccati quantitativi di sostanze nocive o tossiche che, in caso di crollo della montagna e spostamento di parte del materiale verso il lago, provocherebbero un disastro nel disastro. Penso che il cementificio dovrebbe cessare qualsiasi attività, impiegando i lavoratori in attività di bonifica e recupero ambientale sotto controllo pubblico. È l’unica soluzione, ma qui si sta muovendo un terzo della massa del Vajont. E Tavernola non tornerà più alla normalità".