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La Cedu archivia il caso sull’eredità Gucci, la figlia: “Chi ha ucciso ha incassato, chi ha perso il padre ha pagato”

La Cedu ha deciso di non accogliere il ricorso delle figlie di Maurizio Gucci contro l’Italia in merito alla loro condanna di dover rispettare l’accordo post divorzio firmato dall’imprenditore e l’ex moglie Patrizia Reggani. “Firmato sotto minaccia davanti a una sentenza che non avrebbe mai dovuto esistere”, ha commentato la figlia Allegra.
Allegra Gucci (foto da LaPresse)
Allegra Gucci (foto da LaPresse)

La Corte europea dei dritti dell'uomo ha deciso di non procedere sul ricorso presentato dalle sorelle Allegra e Alessandra Gucci contro l'Italia in merito alla loro condanna a rispettare l'accordo post divorzio firmato dai loro genitori, Patrizia Reggiani e Maurizio Gucci. L'imprenditore era stato assassinato il 27 marzo 1995 a Milano e per la sua morte era stata condannata in via definitiva come mandante a 26 anni di carcere proprio l'ex moglie. Prima dell'omicidio, però, i due avevano firmato un accordo per un vitalizio da 1,1 milioni di franchi svizzeri l'anno a beneficio di Reggiani, che negli anni aveva raggiunto un totale di circa 35 milioni di euro l'anno. Per concludere la battaglia legale durata anni attorno a quella cifra, nel 2023 le sorelle Gucci, uniche eredi, avevano firmato un accordo con la madre che prevedeva il versamento a suo favore di 3,9 milioni di euro per concludere la vicenda. Accordo che, secondo Allegra Gucci, sarebbe stato negoziato "sotto la minaccia concreta di procedure esecutive, il pignoramento dei beni, compresa l'abitazione", ma che per la Cedu è sufficiente per respingere l'istanza di un ulteriore esame. "Chi ha ucciso ha incassato. Chi ha perso il padre ha pagato", ha commentato Allegra su Instagram.

La battaglia legale per il vitalizio di Reggiani

Patrizia Reggiani era stata condannata in via definitiva a 26 anni di carcere perché ritenuta mandante dell'omicidio dell'ex marito, assassinato il 27 marzo 1995 nell'androne del palazzo di via Palestro a Milano. Dopo aver scontato 17 anni di carcere, era tornata libera nel 2017 (per buona condotta) e aveva chiesto alle figlie Alessandra e Allegra di tenere fede all'impegno preso dal padre di corrisponderle un vitalizio attingendo all’ingente eredità ricevuta. Reggiani e Gucci, infatti, il 24 dicembre 1993 firmarono a Saint Moritz un accordo che prevedeva un vitalizio da 1,1 milioni di franchi svizzeri da corrispondere ogni anno alla donna.

Secondo la giustizia italiana, con un verdetto confermato in tutti i gradi di giudizio e anche in Cassazione nel 2020, nonostante Reggiani fosse responsabile dell'omicidio del marito, aveva comunque diritto a beneficiare di quel patto economico in quanto "l'assegno, che sostituiva quello di divorzio, evitava per la Reggiani il rischio che l’ex coniuge chiedesse la revisione degli alimenti e si cautelava in caso di morte dell’obbligato".

L'accordo tra le eredi Gucci e Reggiani e il ricorso respinto dalla Cedu

Sottolineando che era stata proprio Reggiani a causare la morte del marito, le sorelle Allegra e Alessandra Gucci, assistite dagli avvocati Alberto Muratore Aprosio e Cecilia Frigerio, avevano deciso di rivolgersi alla Corte europea dei dritti dell'uomo. Cinque anni dopo quel ricorso, però, i giudici hanno deciso di non procedere, sottolineando che le eredi Gucci avevano già trovato un accordo con la madre e che deve essere rispettato. Il 17 febbraio 2023, infatti, Allegra e Alessandra hanno stipulato un accordo con Reggiani che prevede il pagamento di 3,9 milioni di euro in favore della vedova, al posto dei circa 35 milioni di euro di vitalizi accumulati in questi anni.

Commentando la vicenda con una nota pubblicata su Instagram, le sorelle Gucci hanno dichiarato di aver "dovuto negoziare" quell'accordo da 3,9 milioni di euro "sotto la minaccia concreta di procedure esecutive, il pignoramento dei beni, compresa l'abitazione". Pagare, dunque, sarebbe stato "l'unico modo per chiudere una controversia che, diversamente, si sarebbe protratta indefinitamente. Non era un accordo libero. Era resa davanti a una sentenza che non avrebbe mai dovuto esistere". Dietro quella cifra, continua la nota, "ci sono 20 anni di procedimenti, di udienze, di atti giudiziari, di spese legali in Italia e in Svizzera, di notti in cui due donne hanno dovuto fare i conti con il fatto che lo Stato le stava consegnando alla mercè di chi aveva ordinato la morte di loro padre".

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