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Dior 56 euro, Armani 98 e Alviero Martini 20: quanto pagano i brand del lusso per produrre le borse

Negli ultimi mesi al centro delle inchieste dei carabinieri c’è stata la produzione di borse e accessori firmati Alviero Martini, Armani e Dior: le aziende per abbattere i costi affidavano la produzione agli opifici cinesi per poi rivendere in negozio i prodotti per migliaia e migliaia di euro.
A cura di Giorgia Venturini
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Le portiamo a casa in eleganti confezioni, come se non ci fosse cosa più preziosa. E forse così è, dal momento che il loro costo è circa due volte lo stipendio medio di un milanese. Ma dietro alle borse della moda del lusso, ci sarebbero persone sfruttate costrette a lavorare in condizioni di scarsa igiene e dall'assenza di misure di sicurezza. Questo quello che stanno svelando da mesi i controlli dei carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro di Milano: tutto è iniziato con gli accessori di Alviero Martini, poi è stata la volta delle borse di Armani e ora di Dior.

Alla base della produzione di accessori di questi famosi marchi c'è la volontà di abbattere i costi e un sistema che si ripete: le aziende affidano la produzione a società esterne che a loro volta subappaltano a laboratori con lavoratori di origine cinese che si nascondono in qualche struttura del Milanese o in giro per la Lombardia. Alviero Martini, Armani e Dior: cosa sta accedendo, ma soprattutto perché, nonostante queste inchieste, la loro reputazione non sembra in procinto di calare?

I costi di produzione e vendita degli accessori di Alviero Martini

Lo scorso gennaio la prima a finire in amministrazione giudiziaria era stata la Alviero Martini Spa, l'azienda che produce borse e accessori con le carte geografiche. I carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro avevano svelato che la casa di moda, che da vent’anni fa capo alla holding Final Spa, aveva affidato parte della sua produzione a opifici che, a loro volta, avevano subappaltato a laboratori cinesi per – così come per tutti gli altri casi – ridurre i costi e massimizzare i profitti. Ma in questi capannoni gli operai lavoravano in nero e in clandestinità, vivevano sul posto di lavoro e cucivano per tantissime ora al giorno.

Così – dopo sopralluoghi e accertamenti del caso – il Tribunale di Milano aveva emesso la misura nei confronti dell'azienda. La Alviero Martini Spa era stata accusata di non aver controllato i suoi fornitori. Le sue ispezioni interne invece avrebbero potuto svelato prima i sospetti di caporalato.

Poco dopo l'uscita dell'inchiesta era arrivata la nota stampa dell'azienda precisando di "essersi messa tempestivamente a disposizione delle autorità preposte, non essendo peraltro indagati né la Società né i propri rappresentati, al fine di garantire e implementare da parte di tutti i suoi fornitori, il rispetto delle norme in materia di tutela del lavoro".

Ma come venivano massimizzati i profitti affidando la produzione a laboratori cinesi? Il costo medio di produzione per un accessorio di Alviero Martini era di circa 20 euro: il prezzo di vendita nelle vetrine dello stesso prodotto era invece di 350 euro. Insomma, minor costi alti profitti. A discapito dei lavoratori però.

La prima relazione degli amministratori giudiziari nominati dal Tribunale di Milano hanno fornito parere positivo, segno che le cose potrebbero essere cambiate dopo l'inchiesta. Nel giro di qualche mese quindi potrebbe essere revocata la misura di prevenzione.

I costi di produzione e vendita delle borse di Armani

Passano pochi mesi e i carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro entrano nei laboratori, sempre cinesi e sempre in Lombardia, dove vengono prodotte le borse di Armani. Questa volta a finire in amministrazione giudiziaria è la Giorgio Armani Operations spa. Anche in questo caso la carenza di controlli hanno agevolato "colposamente" (e quindi non volontariamente) chi è accusato di caporalato, ovvero chi gestisce gli opifici.

Sul posto di lavoro si è scoperto che i lavoratori erano in condizioni di pericolo: oltre al fatto che i "dipendenti" non erano mai stati sottoposti alla visita medica di idoneità, sui macchinari erano stati rimossi i dispositivi di sicurezza e i dispositivi chimici e infiammabili non erano custoditi nel modo corretto.

Con le borse di Armani però i costi iniziano a salire. I carabinieri hanno verificato che la borsa che negli store del brand di alta moda viene venduta a 1.800 euro viene in realtà prodotta a un costo di 93 euro. Con questa cifra l'azienda subappaltatrice non autorizzata vendeva la borsa all'azienda subappaltatrice autorizzata: quest'ultima a sua volta vendeva l'accessorio in questione alla società appaltatrice in house a 250 euro. Fino alla cifra che troviamo nelle vetrine di circa 2mila euro.

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L'azienda aveva rilasciato la seguente nota stampa: "Apprendiamo della misura di prevenzione decisa dai Tribunali di Milano nei confronti della Giorgio Armani Operations. La società ha da sempre in atto misure di controllo e di prevenzione atte a minimizzare il rischio di abusi nella catena di fornitura. La Giorgio Armani Operations collaborerà con la massima trasparenza con gli organi competenti per chiarire la propria posizione rispetto alla vicenda".

I costi di produzione e vendita delle borse di Dior

E infine lunedì 10 giugno è finita in amministrazione giudiziaria la Manufactures Dior Srl. Anche in questo caso il copione è lo stesso: lavoratori costretti a operare in condizioni pessime di sicurezza in opifici gestiti da cinesi. I carabinieri con le loro indagini hanno svelato che parte della produzione della pelletteria con marchio Dior avveniva nella società Pelletteria Elisabetta Yang e presso la New Leather: qui le condizioni dei lavoratori "erano tali da integrare gli estremi illeciti sfruttamento del lavoro". I locali dei laboratori "si presentavano in condizioni di insalubrità al di sotto del minimo etico".

A spiegare i costi di vendita e produzione sono stati anche alcuni lavoratori sentiti dai militari. Uno di loro ha spiegato che le borse avevano un costo variabile dai 35 ai 70 euro. Nel dettaglio, in condizioni si sfruttamento i lavoratori producevano la borsa Dior (modello Po312yky) a un costo di 53 euro, la stessa poi veniva venduta nelle vetrine dei negozi di lusso a 2.600 euro.

L'obiettivo degli imprenditori finiti sotto indagine – ancora una volta – era quello di abbattere i costi della lavorazione. Oltre a una produzione a prezzi stracciati, venivano completamente evase le imposte dirette relative al costo dipendenti (contributi, assicurazione infortunio; si pensi ai lavoratori in nero).

Perché queste inchieste non hanno un impatto sulla reputazione delle aziende

Nonostante queste tre inchieste giudiziarie nella moda del lusso, la reputazione del brand non sarebbe mai stata veramente in discussione. Andrea Barchiesi, il fondatore di Reputation Manager (società che si occupa proprio della costruzione della reputazione online di aziende e brand), a Fanpage.it aveva commentato così la "crisi" che sta attraversando l'azienda di Giorgio Armani dopo l'uscita dell'inchiesta:

"Non è così grave, è un po' tra gli addetti al settore: si è accesa, ma è rimasta bassa di picco e si è quasi subito spenta. Dal punto di vista dell'immagine non ci sarà un forte impatto, molto dipenderà dall'esito giudiziario. Bisognerà vedere come evolverà, ma per adesso si è messa in una camera un po' tecnica. È una crisi particolare, non c'è interesse, forse anche per l'eccezionalità del personaggio".

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