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“Le borse di Dior costano 56 euro e vengono vendute a 2600”: cosa svela l’inchiesta dei carabinieri

“La pelletteria Elisabetta Yang per la produzione di un determinato modello di borsa rimette alla committente Dior un costo a prezzo pari a 53 euro laddove il costo a dettaglio di tale prodotto è di 2600 euro”: così venivano sfruttati i lavoratori.
A cura di Giorgia Venturini
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Ancora una volta il mondo del lusso. Ancora una volta un'accusa di caporalato. Dopo le operazioni dei carabinieri della Tutela del lavoro di Milano avevano svelato lo sfruttamento nella produzione di Alviero Martini e Armani, il Tribunale di Milano ha commissariato la Manufactures Dior srl. Il copione è sempre lo stesso: stando agli atti dei magistrati, negli opifici a conduzione cinese è stato riscontrato l'utilizzo e lo sfruttamento di manodopera irregolare e clandestina. E ancora: transito, in molteplici cinesi, degli stessi soggetti irregolari da un opificio all'altro e la presenza, in tutti i casi esaminati, del medesimo committente della produzione in sub appalto.

E anche in questo alla base c'è una produzione che viene delegata a sub aziende appaltatrici che realizzano borse che poi vengono vendute sul mercato a prezzi esagerati: questo accessorio sarebbero costata alla maison 56 euro realizzate da operai sfruttati nei laboratori cinesi ma nelle lussuose vetrine il prezzo è di 2.600 euro. Lo si legge nelle carte: "La pelletteria Elisabetta Yang per la produzione di un determinato modello di borsa rimette alla committente Dior un costo a prezzo pari a 53 euro laddove il costo a dettaglio di tale prodotto è di 2600 euro". Ma come funziona lo sfruttamento all'interno dei laboratori?

Stando a quanto spiegato dal pubblico ministero: "I brand di moda nel momento in cui si avvale, attraverso contratti di sub appalto," sono "dediti ad un pesante sfruttamento lavorativo". Nel dettaglio: "Nel caso delle indagini è emersa una prassi illecita così radicata e collaudata, da poter essere considerata inserita in una più ampia politica d'impresa esclusivamente diretta all'aumento del profitto. Le condotte investigate non paiano frutto di iniziative estemporanee e isolate di singoli, ma di un'illecita politica d'impresa. Si dà vita, così, ad un processo di decoupling organizzativo (letteralmente: "disaccoppiamento"), in forza del quale, in parallelo alla struttura formale dell'organizzazione volta a rispettare le regole istituzionali, si sviluppa un'altra struttura, "informale", volta a seguire le regole dell'efficienza e del risultato. In questo modo, la costante e sistematica violazione delle regole genera la normalizzazione della devianza, in un contesto dove le irregolarità e le pratiche illecite vengono accettate ed in qualche modo promosse, in quanto considerate normali". Poi la Procura precisa: "L'unico strumento per far cessare questa situazione, in un'ottica di interventi proporzionali, è una ‘moderna messa alla prova aziendale'".

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