"Non è che in questo periodo di Covid la mafia si sta dando da fare e noi siamo chiusi in casa. Noi ci siamo". Lo tiene a precisare più volte Nando dalla Chiesa, professore all'Università degli Studi di Milano in Sociologia della Criminalità organizzata. L'antimafia c'è: è presente nonostante nelle prime settimane di pandemia ha dovuto annullare convegni, ma "poi ci siamo organizzati e abbiamo imparato come fare anche tenendo incontri e lezioni a distanza".

Professore, ha appena vinto il premio "Don Peppe Diana". Premi ed eventi sull'antimafia non si sono fermati nonostante la pandemia. Una risposta importante?

È un'ottima risposta, segno che la mafia non è l'unica a darsi da fare in tempo di Covid. Ma anche il mondo dell'antimafia non si è fermato. È vero, il nostro capitale sociale sono gli incontri e le relazioni, ma con i giorni abbiamo imparato a organizzarci a distanza. Noi ci siamo.

Anche la politica non è rimasta indietro nella lotta alla mafia?

La politica su questi temi è tradizionalmente due passi indietro. È stata costretta a fare delle scelte di avanguardia solo quando i migliori servitori dello Stato sono rimasti uccisi. Allora è stata approvata la legge sull'associazione di stampo mafiosa, quella sulla confisca dei beni, sulle misure dei collaboratori di giustizia e sul carcere duro. Fino al 1996 quando è stato approvato l'uso sociale dei beni confiscati. Ma queste prese di posizione arrivano sempre e solo dopo i terremoti sociali e giudiziari. Altrimenti queste decisioni non sarebbero mai state prese.

Ora ancora di più con la pandemia?

Ora più che mai la politica e gli enti pubblici non devono avere fretta nell'assegnare gli appalti. Devono capire che non possono presentarsi alle gare società create solo pochi giorni prima il bando perché questo vuol dire che hanno avuto qualche informazione. Per questo i prefetti, già quando ci sono i primi sospetti, devono emettere interdittive antimafia. Ci vuole una fortissima determinazione da parte delle istituzioni e della politica per tenere la criminalità organizzata fuori dagli appalti pubblici: i mafiosi sono professionisti che si servono di altri professionisti.

Cosa può fare l'antimafia in questo momento?

L'antimafia deve pretendere dalla politica, soprattutto in un momento come questo, una grande determinazione e servirsi di persone competenti in materia. Non basta dire che è un bravo funzionario, deve essere anche esperto sul tema. I mafiosi si informano su tutto, per questo devono farlo anche gli enti pubblici.

Un impegno richiesto anche al cittadino

Da tutti. Decidere di voltarsi dall'altra parte è la strategia peggiore che può fare un cittadino: vuol dire che sta dando un'arma in più al proprio avversario. I cittadini non sono indignati contro il narcotraffico perché lo considerano un mondo lontano, ma devono capire che la ‘ndrangheta nella nostra società produce danni notevoli alla salute e all'ambiente.

E i danni peggiori sono proprio nella sanità?

Sì, il disastro che abbiamo avuto nella sanità alla risposta al Covid è dovuto anche al clientelismo e alla presenza della ‘ndrangheta e Cosa nostra nella sanità. La criminalità organizzata fa funzionare enti pubblici solo per aumentare i loro interessi. E se le istituzioni non fanno il bene comune allora vuol dire che sono un fallimento. Prendiamo l'esempio delle farmacie, ormai ci sono fonti certi che la ‘ndrangheta sta investendo in questo tipo di attività: si servono di questo mercato per ripulire il denaro ottenuto da affari illeciti e per controllare un pezzo del sistema sanitario.

Oltre alla sanità su cosa si deve concentrare l'antimafia?

Sui piccoli comuni: le amministrazioni comunali che hanno organi o strumenti di contrasto alla criminalità organizzata sono veramente poche. Eppure i clan puntano a prendersi "tutti i tombini", come ripetono spesso nelle intercettazioni telefoniche. Basta dunque dare indicazioni ai prefetti, gli unici che possono intervenire con delle interdittive. Gli stessi prefetti però devono essere supportati dalla politica. Ma ripeto, alla base di tutto ci deve essere determinazione. Lo Stato può fare quello che vuole, appena ha reagito ha mandato tutti i Corleonesi in carcere dopo però aver pagato a caro prezzo, in vite umane, la presenza della mafia sul territorio.

Lo stesso vale per le grandi opere pubbliche?

Certo. Per essere più chiaro, a Milano decido il candidato sindaco da votare alle prossime elezioni comunali in base a come penseranno di risolvere la questione dello stadio San Siro. In un paese normale la forte presa di posizione di una società, come ha fatto l'Inter, non sarebbe possibile. Chi ha detto che si può demolire uno stadio senza che i tifosi lo richiedano. Invece c'è chi ha notato delle debolezze e ha voluto approfittarne. Eppure la non trasparenza dei capitali è sempre stata una cattiva consigliera.