"Ma quale terza ondata, qui la seconda non è mai finita. Se dobbiamo sempre inseguire il virus non ne usciamo più, è come un incubo che non finisce mai". Non nasconde la stanchezza e la preoccupazione il prof. Paolo Grossi, direttore del reparto di Malattie infettive e tropicali dell'ospedale di Varese. Intervistato da Fanpage.it l'infettivologo varesino analizza la situazione epidemiologica della Lombardia, in evoluzione negativa a causa della diffusione delle varianti Covid che proprio a Varese erano state trovate per la prima volta poche settimane fa.

La situazione sembra precipitare rapidamente: prima quattro città in fascia rossa, poi la provincia di Brescia e altri nove comuni in arancione rafforzato. Ora preoccupa anche la città di Milano.

Cosa sta succedendo in Lombardia?

C'è una recrudescenza in alcune aree legata alla variante inglese, che si trasmette più velocemente. Stiamo avendo un'impennata in alcune aree. Nella nostra provincia al momento c'è solo Viggiù, una zona rossa dove ora vaccineremo tutti.

Il vaccino di massa nelle zone a rischio o le chiusure? Qual è la strategia giusta?

Entrambe le strategie: chiudere dove serve, fare zone rosse dove c'è un incremento marcato di nuovi casi e contestualmente vaccinare per creare una barriera. Condivido a pieno questo doppio approccio.

Alcuni esperti hanno segnalato il rischio che questa vaccinazione nelle zone molto colpite possa favorire lo sviluppo e la selezione di varianti.

Per questo è fondamentale prima creare la zona rossa e limitare il più possibile la trasmissione. Se la gente si comporta coerentemente con le misure, il rischio di creare problemi col vaccino non lo vedo.

A Milano l'indice Rt è in crescita e nelle scuole i contagi salgono del 30 per cento. Serve la zona rossa più ampia?

Secondo me in questo momento fare delle zone rosse mirate è la cosa giusta. È chiaro che la scuola è la priorità, sono state le scuole a innescare la ripresa del contagio, è stata un'imprudenza riaprirle. I ragazzi hanno tutta la mia solidarietà, ma è pericoloso. Loro per fortuna non sviluppano sintomatologie gravi, ma trasmettono il virus nelle famiglie e nelle persone più fragili.

Come vivete in ospedale questo nuovo allarme?

È faticoso. Dalla prima ondata abbiamo gestito migliaia di casi, è un anno che stiamo combattendo con questa situazione che è pesante e faticosa. Il personale non fa ferie, gli infermieri hanno avuto a lungo turni di 12 ore, è fisicamente e psicologicamente difficile. Vorremmo una fine del tunnel, che io non vedo.

Oggi sappiamo qualcosa in più sulle varianti?

Sulla variante inglese abbiamo dati in consolidamento e per fortuna i vaccini che abbiamo – Pfizer, Moderna  AstraZeneca – funzionano tutti e sono efficaci nella prevenzione della malattia grave. Sulla variante sudafricana i dati fanno ipotizzare una minore efficacia. Dobbiamo sperare che non inizi a circolare, altrimenti lo sforzo che abbiamo fatto rischia di risultare meno efficace.