Caso Eni-Nigeria, la Cassazione assolve i pm De Pasquale e Spadaro: non nascosero le prove

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Sergio Spadaro e Fabio De Pasquale
La Cassazione assolve De Pasquale e Spadaro nell’ambito del procedimento Eni-Nigeria: nessun rifiuto di atti d’ufficio. Secondo la Corte, la mancata acquisizione delle chat fu una scelta discrezionale e condivisa.

La Corte di Cassazione ha messo la parola fine al procedimento nei confronti dei pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, cancellando le condanne pronunciate nei precedenti gradi di giudizio. Nelle motivazioni della sentenza, depositata dopo il verdetto estivo, i giudici hanno chiarito che ai due magistrati non può essere contestato penalmente il mancato compimento dell'atto oggetto dell'accusa.

Al centro della vicenda c'era il caso Eni-Nigeria, uno dei più delicati procedimenti per corruzione internazionale celebrati a Milano, nel quale era stata ipotizzata una maxi tangente legata all'acquisizione di un giacimento petrolifero in Nigeria. L'inchiesta aveva coinvolto, tra gli altri, l'amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi e l'ex numero uno della società Paolo Scaroni, entrambi poi definitivamente assolti nel 2021 insieme agli altri imputati.

De Pasquale e Spadaro erano stati accusati di rifiuto di atti d'ufficio per la mancata acquisizione di materiale che, secondo l'accusa, avrebbe potuto risultare favorevole agli imputati. La vicenda riguardava in particolare alcune chat segnalate dal pm Paolo Storari. Secondo l'accusa, quel materiale avrebbe dovuto essere acquisito nell'ambito dell'attività investigativa. Da qui era nata la contestazione nei confronti dei due magistrati che erano stati condannati sia in primo grado sia in appello. La Cassazione ha, però, ribaltato quel quadro, stabilendo che l'atto in questione non rientrava tra quelli che il pubblico ministero era giuridicamente obbligato a compiere.

Il punto centrale delle motivazioni riguarda proprio la natura dell'attività contestata ai due pm. Secondo i giudici, l'attività investigativa successiva o integrativa non può essere considerata un adempimento automaticamente imposto dalla legge. Spetta, infatti, al magistrato titolare dell'indagine valutare il materiale disponibile e decidere se procedere alla sua acquisizione, assumendosi la responsabilità delle proprie valutazioni. Nel caso specifico, dunque, De Pasquale e Spadaro non avrebbero omesso un atto che necessariamente doveva essere compiuto. Avrebbero invece effettuato una valutazione professionale sul materiale segnalato, concludendo che non fosse necessario acquisirlo. Inoltre, un elemento ritenuto particolarmente significativo dalla Corte è che i due magistrati informarono della loro decisione i vertici della Procura di Milano. Secondo la sentenza, i vertici della procura vennero quindi messi a conoscenza della situazione senza assumere iniziative per modificare quella valutazione.

La Cassazione si è soffermata anche sul concetto stesso di "rifiuto". Perché possa configurarsi il reato contestato, hanno spiegato i giudici, non basta che un determinato atto non venga compiuto: deve esserci una chiara volontà di sottrarsi a un'attività che il pubblico ufficiale aveva l'obbligo di eseguire. Nel caso di De Pasquale e Spadaro, secondo la Corte, questa condizione non sarebbe stata raggiunta: i magistrati non avrebbero manifestato esplicitamente la volontà di non compiere un atto obbligatorio. Avrebbero piuttosto valutato il materiale e ritenuto che non dovesse essere acquisito, condividendo la questione con i superiori dell'ufficio.

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