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Alberto Genovese arrestato per stupro
1 Dicembre 2020
15:30

Caso Alberto Genovese, parla il suo bodyguard: “Ognuno fa quel che vuole in casa propria”

Simone Bonino conosce i segreti delle feste di Alberto Genovese, durante le quali aveva il compito di presidiare la camera da letto impedendo a chiunque di entrare. Anche la sera del 10 ottobre scorso, quando l’imprenditore digitale avrebbe stuprato una ragazza di 18 anni, era in servizio davanti alla porta. “Non ho sentito le urla, sarei intervenuto. Quando l’indagine sarà finita racconterò tutto in un libro”.
A cura di Salvatore Garzillo
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Alberto Genovese arrestato per stupro

È il supertestimone, l’uomo che era davanti alla camera da letto di Alberto Genovese e che, forse, sa tutta la verità su quella sera che è costata all’imprenditore digitale l’arresto per violenza sessuale su una 18enne. Era il 10 ottobre scorso, da allora anche la vita di Simone Bonino è cambiata. Per certi versi in meglio. Tante le ospitate in televisione, i brand che gli hanno chiesto di fare da testimonial, i messaggi di donne che tutto a un tratto si sono accorte di quanto è affascinante e prestante. “Sono diventato noto, non famoso, c’è una bella differenza – racconta a Fanpage.it – Le persone credono che ora sia un influencer perché mi vedono in televisione, ma io sono 20 anni che lavoro. Mi chiedono un’intervista, io vado, tenendo sempre a mente che c’è un’indagine in corso”.

Minacce e offese sui social

Per le strade di Milano c’è un adesivo che ogni tanto spunta. Dice “la droga dà, la droga toglie”. Sembra la sintesi della storia di Genovese e il concetto si può applicare anche all’esposizione mediatica di Bonino. Tra i messaggi che intasano la sua posta di Instagram ci sono anche minacce e offese di chi lo ha trasformato nel capro espiatorio di una vicenda con tante ombre. Sono in molti a non capire come abbia fatto a non sentire le urla della vittima, non glielo perdonano. “Non ho sentito proprio nulla, la musica era troppo alta – risponde -. Anche i vicini di casa si sono lamentati, tanto è vero che quella sera hanno chiamato la polizia. Se avessi sentito urla o avessi avuto la sensazione che c’era un pericolo sarei sicuramente intervenuto. Come è accaduto in altre occasioni in altri luoghi”.

Bonino, è bene sottolinearlo, non è in alcun modo coinvolto nell’inchiesta se non come persona informata sui fatti. “Il mio compito era stare davanti alla porta e stare molto attento che non entrasse nessuno. Mi era stato detto che c’erano oggetti di valore di Genovese”. A questo punto dell’intervista una domanda nasce spontanea: non era più semplice chiudere la porta a chiave? “Non è casa mia. Ognuno fa come vuole in casa propria. Io eseguo quello che mi viene richiesto. Andavo lì per fare un determinato servizio, seguivo gli ordini. Quando poi mi è stato chiesto di andare via perché non serviva più la mia presenza ho smontato e sono andato. È il cliente che decide”.

L'uomo che dava gli ordini

Ricapitolando, a un certo punto della serata qualcuno dice a Bonino che può andare via e lui, che ha ricevuto ordine tassativo di non allontanarsi da quella porta, se ne va. Secondo la ricostruzione sarebbero state circa le 2. Considerando che nessuno era riuscito a smuoverlo fino a quel momento, nemmeno l’amica della vittima che non riusciva a mettersi in contatto con lei e che era stata allontanata dal bodyguard, deve essere stato Genovese a parlargli. E invece no, Bonino dice che non prendeva ordini dal padrone di casa, lasciando intendere la presenza di una terza persona che aveva il ruolo di intermediario. È la stessa persona che portava le ragazze? Bonino si trincera dietro un “non posso dirlo a voi, l’ho riferito alla Squadra mobile”.

Il bodyguard, assistito dall’avvocato Roberto Rovere Querini, mantiene la sua linea comunicativa stando sempre attento a non andare oltre per timore di ripercussioni giudiziarie. Conferma che in quella casa era stato altre volte e che gli avevano anche fornito la divisa di Terrazza Sentimento, una polo nera con la parola "Sentimento" ricamata in rosso. A riguardo dei piatti pieni di droga non si esprime. “Non è un locale pubblico, è una casa privata, le regole sono diverse. Quello che succede in un appartamento privato resta privato per me”. Spesso usa la formula “non ricordo”. Ma c’è tempo per tutto e la sua amnesia dovrebbe risolversi tra qualche mese, a indagini chiuse. “Tanto questo è l’inizio, appena l’indagine è chiusa hai voglia a raccontare. Uscirà anche il mio libro esclusivo. Intanto continuo a lavorare, c'è già qualche cliente che mi ha chiamato per delle feste".

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