L’aggressione col machete al capotreno del giugno 2015
in foto: L’aggressione col machete al capotreno del giugno 2015

Ms13, Barrio 18, Latin King. Sono nomi che i milanesi avevano purtroppo imparato a conoscere quando, nel giugno del 2015, un capotreno di Trenord, Carlo Di Napoli, era stato aggredito a colpi di machete da alcuni giovani appartenenti a una "pandilla", una delle bande formate da giovani sudamericani. Non si trattava, allora, di un fenomeno nuovo: la prima operazione contro le pandillas a Milano risale al 2000. E purtroppo non è neanche un incubo del passato: perché alcune sere fa la violenza delle gang di latinos è tornata a colpire, ferendo gravemente un ragazzo di 23 anni, accoltellato su un autobus della linea 93 tra via Bassini e via Vavassori Peroni, in zona Lambrate.

Nell'ultima grossa operazione, le pandillas riconosciute associazioni a delinquere

"Si tratta purtroppo di un fenomeno ciclico, ci sono state operazioni nel 2000, nel 2004, nel 2009", spiegano a Fanpage.it alcuni investigatori che studiano il fenomeno da anni e sono stati impegnati attivamente nell'ultima grande operazione contro le gang che aveva inferto loro un duro colpo. Un colpo duro, ma non mortale: "Queste bande hanno riferimenti internazionali, le puoi ‘decapitare' ma poi si riorganizzano: si alimentano dall'estero con nuovi membri, con quelli che non vengono toccati dalle indagini ma anche con coloro che escono dal carcere". A Milano l'operazione più importante contro il fenomeno era stata condotta nel 2013: oltre 100 custodie cautelari e per la prima volta l'accusa di associazione a delinquere, che ha retto in giudizio. Quella operazione è stata fondamentale per capire meglio il fenomeno: "La banda è la loro vita, se la tatuano addosso, non si nascondono", dicono le fonti a proposito del forte senso di appartenenza al gruppo. Un sentimento che produce due effetti che fanno assomigliare le pandillas alla criminalità organizzata presente in Italia: in primo luogo, è difficile che chi appartiene a una pandilla possa pentirsi. L'appartenenza è un marchio che resta impresso a vita, proprio come i tatuaggi. In secondo luogo genera molta omertà, anche tra le vittime che spesso sono appartenenti a gruppi rivali: "Se parlassero potrebbero portare magari gli investigatori a scoprire gli atti criminosi precedenti che hanno portato poi a quello che hanno subito".

Il ragazzo accoltellato non collabora con gli inquirenti

È forse questa la ragione per la quale il 23enne accoltellato due sere fa sull'autobus a Milano, un 23enne di El Salvador che secondo gli investigatori sarebbe legato a una gang di latinos, ha detto di non conoscere i suoi aggressori, che sarebbero 7-8 sudamericani. "Capire a quale gang è legato potrebbe aiutare a capire chi sono gli aggressori", dicono gli esperti. Perché il fenomeno delle gang è articolato in bande contrapposte tra loro, animate da odi viscerali ma anche da alleanze "liquide". Nella geografia milanese del fenomeno le gang più famigerate sono la Ms13, la Mara Salvatrucha, a cui appartengono i giovani che aggredirono il capotreno. È di impronta salvadoregna così come i rivali del Barrio 18 o "La 18", altra violenta gang presente e attiva a Milano. La zona di influenza della Ms13 è Lambrate, lì dove è avvenuta l'aggressione. Ma a Lambrate operano anche i Latin Kings, altro gruppo che ha base a Sesto San Giovanni ma che secondo le nostre fonti è uno dei gruppi più radicati su tutto il territorio milanese: "Sono divisi in capitoli, guidati da un Rey, sono sia ecuadoriani sia peruviani". Attivi sul territorio milanese sono anche i Trinitarios, dominicani. "L'universo delle pandillas è fatto di contrapposizioni, vivono molto la dimensione del gruppo e quindi per loro e per i loro traffici il lockdown può aver rappresentato davvero un duro periodo, da cui adesso sono venuti fuori".

Le pandillas sono legate al traffico internazionale di stupefacenti

Già, i traffici: l'operazione del 2013 aveva documentato come la droga fosse la principale fonte di sostentamento di questi gruppi criminali, che gestivano un traffico internazionale di stupefacente orchestrato con modalità davvero cruente. "La cocaina, proveniente dal Messico, veniva impiantata in cilindri che veterinari compiacenti installavano all'interno di una cavità naturale presente sull'addome di una determinata razza di cani, i dogo argentini, che facevano così da involontari corrieri". E che poi venivano uccisi per recuperare lo stupefacente.

La violenza e le armi bianche

La violenza d'altronde sembra connaturata alle pandillas: a giugno dello scorso anno il cadavere di un ragazzo peruviano di 32 anni, Edgar Luis Calderon Gonzales, venne ritrovato al Parco Lambro, a Milano. A ucciderlo due salvadoregni, membri della gang Barrio 18, che a febbraio di quest'anno sono stati condannati a 14 anni uno e 11 anni e 8 mesi di carcere l'altro per omicidio preterintenzionale. Nel marzo del 2019 invece il cadavere di Odir Ernesto Barrientos Tula, capo della Ms-13, era stato ritrovato sepolto nei campi del Milanese. A ucciderlo altri appartenenti alla gang per una faida interna. Per ammazzarlo gli hanno sferrato al torace numerose coltellate, un segno distintivo delle pandillas: "Sono le loro armi principali, l'arma bianca fa parte dell'aggressione di gruppo, l'accoltellamento è il loro modo di esprimere la supremazia".