A Milano lavorare non basta, una mamma: “600 euro di mensa e 400 di libri, posso pagare lo sport a una sola figlia”

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A Milano lavorare non basta. Oriana, 44 anni, racconta a Fanpage.it il peso del caro vita tra centri estivi, scuola e sanità: “Costretta a scegliere cosa garantire alle mie bambine per arrivare a fine mese”.

La nostra redazione raccoglie segnalazioni e testimonianze di famiglie che ogni giorno fanno i conti con l'aumento del costo della vita e con le difficoltà di conciliare lavoro, figli e spese sempre più alte. Se anche tu vivi da pendolare, ultra pendolare o hai scelto di lasciare Milano pur continuando a lavorarci, scrivici a segnalazioni@fanpage.it o clicca qui.

A Milano e nell'hinterland il costo della vita corre più veloce degli stipendi. E per chi ha figli, tra centri estivi, babysitter, mensa, libri, sport e spese mediche, arrivare a fine mese può diventare un'impresa. Oriana, 44 anni, ha raccontato a Fanpage.it una situazione che non dovrebbe essere normale: "lavorare e, nonostante questo, essere costretti a scegliere cosa garantire ai propri figli".

Oriana vive a Nova Milanese, alle porte di Milano, e da nove anni gestisce un punto vendita. Il suo stipendio, però, non è mai aumentato: circa 1.500 euro al mese, con una partita Iva. Nel frattempo, il costo della vita è cresciuto e con lui tutte le spese che una famiglia deve sostenere. Una condizione che rende ancora più complicata la maternità, soprattutto quando il lavoro prevede turni anche nel fine settimana.

Il problema, però, non è solo quanto si guadagna, ma quanto costa riuscire a lavorare quando si hanno dei figli. Oriana ha una babysitter, ma non può permettersela sempre. Anche i servizi per l'infanzia, ha spiegato a Fanpage.it, spesso non sono compatibili con gli orari lavorativi, soprattutto durante l'estate. Un esempio sono i centri estivi. La scuola è terminata l'8 giugno, mentre il centro frequentato dalla figlia iniziava il 15: "Ho pagato circa 600 euro e il servizio non copriva neanche tutto il periodo necessario". Le alternative private, invece, erano troppo costose. Così, Oriana ha dovuto lasciare la figlia più piccola dalla nonna in Calabria dove resterà fino al 5 settembre. "È il paradosso di una famiglia in cui entrambi i genitori lavorano, ma il reddito non basta a sostenere i costi della rete di servizi necessaria per conciliare lavoro e figli", ha rincarato. Per chi lavora su turni, infatti, non è sufficiente che un servizio esista: deve essere disponibile nei giorni e negli orari in cui serve davvero. A tutto questo, secondo la 44enne, si aggiungerebbe anche la perdita di quella solidarietà informale che un tempo consentiva ai vicini e alle famiglie di aiutarsi a vicenda. "Oggi nessuno si offre di aiutarti, non esistono favori reciproci", ha aggiunto.

Il conto del caro vita, però, non si limita al periodo estivo, arriva anche dentro la quotidianità delle bambine. Oriana ha raccontato di essere stata costretta a scegliere quale delle due figlie iscrivere a un'attività sportiva: "Un lavoro ‘normale' non mi permette di dare alle mie figlie quello di cui hanno bisogno e questo non è giusto. Perché una famiglia che lavora dovrebbe essere costretta a scegliere quale figlia può fare sport?".

A settembre, poi, arrivano altre spese. I libri scolastici quest'anno si aggirano, nel suo caso, "sui 400 euro". Mentre "la mensa arriva a circa 600 euro per una sola figlia". E a queste cifre bisogna aggiungere tutto il resto: alimentazione, bollette, trasporti, abbigliamento, casa. Poi ci sono le spese impreviste, quelle che possono mandare in crisi un bilancio già tirato. "Una delle mie figlie aveva bisogno di occhiali per riuscire a vedere la lavagna", ha ricordato la 44enne. "Di fronte ai tempi della sanità pubblica, però, aspettare mesi non era possibile. Sono stata obbligata a prenotare una visita privata per l'inizio della scuola".

È qui che il caro vita smette di essere una formula generica e diventa qualcosa di concreto: la rinuncia a un'attività, una visita privata pagata per necessità, una bambina mandata dai nonni perché il centro estivo costa troppo. "Il lavoro non dovrebbe condannare alla precarietà", ha concluso Oriana a Fanpage.it, sottolineando una contraddizione: a Milano e nell'hinterland si lavora, "ma non ci si sente più al sicuro".

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