
Il No ha vinto al referendum sulla riforma della giustizia. La Costituzione non subirà variazioni. Con un'affluenza in Italia del 58,9%, i cittadini a bocciare la riforma sono stati circa il 53,8% (quasi 14,5 milioni di voti). Il No ha vinto quasi dappertutto ad eccezione di Veneto, in Friuli Venezia Giulia e in Lombardia, tutte e tre governate dal centrodestra. Il Sud Italia ha premiato il No con picchi in Sicilia, 60,98%,Calabria il 57,26%, e Basilicata.
Dopo la vittoria i partiti del campo largo si sono ritrovati per festeggiare nella piazza organizzata dalla Cgil e dai comitati per il No a Roma. Il voto è "un avviso di sfratto" al governo, per Giuseppe Conte, la dimostrazione che "batteremo Meloni alle politiche", ha assicurato Elly Schlein. Per Nicola Fratoianni è la prova che "cambia il vento". Amarezza nel centrodestra. Dopo il commento a caldo di Giorgia Meloni con un video pubblicato sui suoi social per ribadire che il governo "andrà avanti", sono intervenuti gli altri leader di maggioranza. "Il popolo sovrano si è espresso e noi ci inchiniamo alla sua volontà", ha dichiarato Tajani. E ancora Salvini: "Quando i cittadini si esprimono hanno sempre ragione." Il ministro Nordio: "Non mi dimetterò, non la considero una sconfitta personale"
L'ex presidente dell'Anm Parodi: "Vittoria di valore, gli slogan non pagano"
Cesare Parodi presidente dimissionario dell'Anm, in una intervista al Corriere della Sera definisce quella del REFERENDUM "una vittoria valoriale. La prova che anche quei cittadini che non conoscono la legge hanno capito i valori dei padri costituenti. In altre parole si è compresa l'importanza della questione giustizia prima ancora che la separazione delle carriere". Al netto di critiche più o meno pesanti, spiega: "Il risultato referendario testimonia che gli slogan non pagano. È più remunerativo adottare un certo equilibrio". "Questo risultato – aggiunge – testimonia che i cittadini conoscono i limiti dei magistrati. Anzi a questo proposito credo che l'invito ad ascoltarli possa essere il mio testamento, per così dire…Vi sono state critiche giuste. I criteri di nomina dei direttivi, peraltro già modificati, vanno forse ulteriormente cambiati. Servono più trasparenza e maggiore efficienza. Questa esperienza mi ha insegnato due cose. La prima è la forza della magistratura associata che pur separata in diversi orientamenti ha dimostrato di sapersi rispettare vicendevolmente e di saper perseguire obiettivi comuni. Penso che sia necessario che la magistratura trovi il modo di avviare un percorso di rinnovamento. C'è un'autocritica costruttiva da fare. Si deve dare risposta ad alcune critiche che ci sono state mosse – conclude l'ex presidente di Anm – e che meritano di essere analizzate. Poca trasparenza nelle nomine dei direttivi. Sarà la priorità per il mio successore".
"Les Echos", Meloni incassa la sua "prima seria sconfitta"
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni incassa la sua "prima seria sconfitta". È quanto si legge in prima pagina sul quotidiano "Les Echos" dopo la vittoria del "no" al Referendum sulla giustizia. "Gli elettori italiani si sono mobilitati in modo massiccio per trasformare uno scrutinio tecnico sulla riforma della giustizia in una vera sconfessione per l'esecutivo", scrive il principale giornale economico francese, ricordando "il tasso di partecipazione record" di circa il 59 per cento. "I cittadini hanno respinto un testo maldestramente difeso dal governo", riferisce "Les Echos". "La campagna referendaria e' stata segnata da molte gaffe dei sostenitori del ‘si" e da un'ostilita' crescente nei confronti del corpo giudiziario", riporta il quotidiano, secondo il quale anche Meloni "e' stata vittima della sua goffaggine", affermando che una bocciatura della riforma avrebbe lasciato il campo libero a una giustizia lassista. (Frp) NNNN
Mulè (FI): "Voto strumentalizzato, la coalizione non è in discussione"
"È un verdetto non del tutto negativo, visto che la riforma ha ottenuto il consenso di oltre 12 milioni di italiani, con un distacco non di tipo tennistico, da ko", "bastava un tre o quattro punti in più a noi e in meno a loro e avremmo vinto". Lo afferma, in una intervista a Il Giorno, il deputato di Forza Italia Giorgio Mulè, analizzando l'esito della consultazione referendaria e ribadendo che "è stato un referendum non sulla giustizia ma sul governo Meloni" tanto che a suo avviso "il referendum è stato usato come test per attaccare il governo. Basta guardare il primo video che fanno i magistrati di Napoli in cui ballano come una scolaresca al grido di ‘Chi non salta la Meloni è'". Secondo Mulè la tenuta della coalizione non è in discussione poiché "questa è la dimostrazione che godevamo di un generale consenso" e, pur sottolinea che sull'asse verso Trump "qualcosina può aver inciso perché è stata strumentalizzata, magari il tema carburanti, ma poca roba. Anche se mi rendo conto che in certi frangenti tutto fa brodo", chiarisce che per il futuro dell'esecutivo non accade "nulla di particolare" in quanto "il governo ha detto chiarissimamente che sarebbe andato avanti anche in caso vittoria del No e così sarà". L'esponente azzurro definisce le recenti vicende su Nordio, Bartolozzi e Delmastro come "orpelli a una campagna referendaria che ha avuto sicuramente degli scivoloni, si è prestata a essere strumentalizzata con dichiarazioni e comportamenti, ma il cui risultato è stata solo farla deviare dal merito della questione principale, la separazione delle carriere". Inoltre aggiunge che sulla legge elettorale "servirà un tavolo condiviso in cui insieme si raggiunge un punto di equilibrio e di compromesso, senza forzature" perché "la legge elettorale deve essere fatta insieme, non si può fare a colpi di maggioranza, deve essere condivisa, si può essere d'accordo su delle sfumature, ma la radice deve essere condivisa, guai non fosse così". In merito alle dinamiche interne al centrodestra, Mulè osserva che "se adesso ci mettessimo a dare le croce a destra e a manca, a cercare capi respiratori, faremmo un cattivo servizio alla realtà" assicurando che "noi di Forza Italia abbiamo la coscienza pulitissima, poi ognuno farà il suo esame di coscienza", concludendo sulla necessità di mantenere una linea riformista da affrontare "con maturità, cercando di provare a vedere se ci sono dei punti di convergenza con gli altri partiti" e confermando sulla politica estera che "l'Italia mantiene una posizione di sano equilibrio tra le parti in causa".
Il ministro Zangrillo: "È stato un voto emotivo, dovevamo essere più diretti"
"È stato un voto emotivo, mi ricorda il Referendum sul nucleare che fu giocato tutto sul terrore. Poi anni dopo molti si sono pentiti della scelta di bloccarlo alle urne, ma quando si gioca sul tema dell'emotività spesso si va a finire così. Eppure io credo che siamo andati bene durante la campagna referendaria". Così il ministro della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo, intervistato da Il Giornale, commenta il risultato del Referendum sulla riforma della giustizia. Secondo Zangrillo "quelli del No hanno veicolato un messaggio chiaro ma del tutto strumentalizzato: se votate Sì attaccate la Costituzione. Ecco, forse dovevamo essere più diretti".
Bignami (FdI): "Per il governo non cambia nulla, si va avanti"
"Noi avevamo detto sin dall'inizio che non era un voto politico. Renzi invece nel 2016 chiamò gli elettori a votare per la sua riforma, affermando che se non fosse passata si sarebbe dimesso. Aveva trasformato il Referendum in un plebiscito pro o contro Renzi. Noi no. Abbiamo chiarito che il Referendum non avrebbe coinvolto il governo e quindi per noi non cambia nulla rispetto al prosieguo dell'azione del governo". Così Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d'Italia alla Camera, in un'intervista a Il Giornale. La necessità di una riflessione sulla sconfitta al Referendum "è evidente – aggiunge Bignami – innanzitutto dobbiamo chiederci quale sia il motivo per il quale non siamo riusciti a spiegare fino in fondo perché questa riforma era giusta".
Renzi: "Rotta la connessione tra Meloni e gli italiani"
"È un risultato che va ben oltre la domanda referendaria. Si è rotta la connessione sentimentale fra Meloni e gli italiani". Così Matteo Renzi, leader di Italia Viva, in un'intervista a La Stampa. La premier, spiega Renzi, "aveva iniziato questa campagna referendaria con il 60% dei consensi, l'ha chiusa con il 45. Tutti le dicevano: scendi in campo, mettici la faccia, vedrai che la gente voterà come tu gli dirai, esattamente quel che dicevano a me. E così ha caricato il referendum di significato politico: ha chiamato in causa Garlasco, stupratori, il decreto migranti, le scarcerazioni di Torino. Le ha provate tutte". Secondo Renzi "in astratto la premier avrebbe davanti a sé due strade: scegliere se spaccare tutto e andare a elezioni anticipate, ma non lo farà, perché per dimettersi ci vuole coraggio. E dunque sceglierà la seconda via: sopravvivere un altro anno, mentre tutti attorno a lei si daranno di gomito. Sarà una via crucis molto faticosa". Il leader di Italia Viva aggiunge: "Da oggi all'autunno del 2027 per il centrosinistra si apre una grande opportunità, a due condizioni. La prima è che ci si metta a discutere delle cose vere: il costo di benzina e bollette, la sicurezza, i cervelli in fuga, per dirne tre. E la seconda: le primarie devono essere libere e aperte".
Tra gli italiani all'estero ha vinto il Sì
Il voto degli italiani all'estero sul Referendum sulla riforma della giustizia è risultato in controtendenza rispetto al voto in Italia. A spoglio concluso (2.207 sezioni su 2.207), i Sì sono stati il 56,34% delle preferenze contro il 43,66% di No. 803.632c elettori hanno votato a favore della riforma della giustizia, mentre i contrari sono stati 622.652. Nel dettaglio, solo in Europa sono stati i No a vincere con il 56,24% delle preferenze, mentre i Si hanno vinto in America del Sud con il 72,86%, in America del Nord e centrale con il 57,64%, e nella macro area Africa-Asia-Oceania con il 53,02%. I votanti complessivamente sono stati 1.563.377: schede nulle 120.584, schede bianche 16.075, schede contestate 434.
Nordio: "Non mi dimetto, alcune riforme ora si fermeranno"
"Non la considero una sconfitta personale era una riforma in cui credevo e in cui penso di aver messo tutto l'impegno possibile. Ero certo che avremmo vinto. Mi inchino al popolo sovrano. Ma non penso a dimettermi. Ho ancora molte cose da fare, anche se alcune riforme si fermeranno". Così il ministro della Giustizia Carlo Nordio, in un'intervista al Corriere della Sera dopo la vittoria del no al Referendumsulla riforma della giustizia. "Penso ci sia stata una difficoltà di comunicazione – aggiunge – su un tema complesso. Noi abbiamo provato a spiegare con parole semplici, ma non siamo riusciti a fugare la paura che venisse ‘scassata la Costituzione'". Alla domanda se condivide quanto sostenuto dal sottosegretario Fazzolari, secondo cui ora l'azione delle toghe sarà più invasiva, Nordio risponde: "Sì, nel senso che limiterà l'iniziativa politico-parlamentare in alcuni ambiti a cominciare dall'immigrazione". Adesso, prosegue il ministro, "dobbiamo dedicarci all'efficientamento della giustizia: ai concorsi da bandire per completare la pianta organica dei magistrati e alla stabilizzazione del personale del Pnrr. Prendendola con filosofia diciamo che la sconfitta ci fa risparmiare molto tempo che avremmo dovuto dedicare ai decreti attuativi per fare tutto questo".
Politico: "La sconfitta riporta bruscamente Meloni sulla terra, non è più invincibile"
La sconfitta subita da Giorgia Meloni al Referendum sulla riforma della giustizia ha incrinato l'immagine di invincibilità politica della presidente del Consiglio e rilanciato le opposizioni in vista delle elezioni generali del prossimo anno. È quanto si legge sull'edizione europea del portale "Politico". Il "no" si è imposto con il 54 per cento, in un contesto segnato da un'affluenza elevata, pari al 59 per cento, trasformando il voto in un giudizio piu' ampio sull'operato del governo. La bocciatura della riforma, difesa dall'esecutivo come strumento per correggere un sistema giudiziario ritenuto politicizzato, viene ora interpretata come il primo grave passo falso del mandato di Meloni. I partiti di opposizione hanno colto subito il segnale politico: Elly Schlein ha detto di essere certa di poter battere Meloni alle prossime elezioni, Giuseppe Conte ha parlato di "nuova stagione politica", mentre Angelo Bonelli ha sostenuto che il risultato dimostra l'esistenza nel Paese di una maggioranza contraria al governo. Anche Matteo Renzi ha evocato il rischio che la premier diventi un'"anatra zoppa". Secondo l'analisi riportata, il voto indebolisce Meloni anche sul piano delle riforme istituzionali, compresa l'ipotesi di rafforzare il ruolo del premier con un mandato fisso ed elezione diretta. Ora, per la presidente del Consiglio, si apre una fase più incerta, con la necessità di riprendere rapidamente l'iniziativa politica, anche per evitare che il peggioramento del contesto economico e l'esaurimento dei fondi europei accrescano la pressione sul governo.
Ad Arcore ha vinto il No con il 50,2%
Il no al Referendum sulla giustizia vince, di misura, anche ad Arcore. Per soli 47 voti, i 9.305 votanti, il 67,33% degli aventi diritto, hanno bocciato la riforma a lungo sognata dal loro più illustre concittadino, Silvio Berlusconi. Il Comune famoso per essere stato per anni la residenza del fondatore di Forza Italia è una vera eccezione nella Brianza che, come il resto della Lombardia, ha tenuto alte le ragioni del si. Se nella provincia ha infatti vinto il si con il 52,78%, ad Arcore il No ha prevalso con il 50,25%, ovvero 4.657 voti contro i 4.610 sì. Un successo di misura, ma pur sempre un successo.
Centrosinistra in piazza dopo la vittoria, Schlein: "Batteremo Meloni alle politiche"
I leader del centrosinistra si sono ritrovati alla manifestazione organizzata dalla Cgil a piazza Barberini per festeggiare dopo i risultati del referendum. "È l'inizio di "una nuova primavera", a difesa della Costituzione, per i diritti e contro tutte le guerre, ha dichiarato il segretario della Cgil Maurizio Landini, Accanto a lui, quasi tutti i leader del campo largo: la segretaria Pd Elly Schlein, la guida dei 5 Stelle Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni di Avs. "Abbiamo vinto e questa vittoria è vostra, avete difeso la Costituzione – ha detto Schlein – Adesso restate mobilitati, venite a migliorarci, abbiamo bisogno di voi". Schlein intende prendere sin da subito un impegno: "Batteremo Giorgia Meloni alle Politiche, c'è già una maggioranza alternativa a questo Governo e noi lavoreremo per essere all'altezza delle vostre aspettative. La promessa che vi vogliamo fare dopo questa mobilitazione condivisa è l'unità. Continueremo ad essere testardamente unitari", ha assicurato. "Questo voto, con un'affluenza così alta, è un messaggio politico chiaro per Giorgia Meloni. È un voto di cui il governo deve tenere conto e cominciare ad ascoltare il Paese e le sue priorità".
Referendum Giustizia 2026, diretta dopo i risultati: il No vince in 17 regioni su 20
Il No vince in 17 regioni italiane mentre il sì se ne aggiudica solo tre. Con un'affluenza in Italia del 58,93%, i cittadini contrari alla riforma sono stati circa il 53,8% (quasi 14,5 milioni di voti). Il No ha vinto dappertutto tranne in Veneto, in Friuli Venezia Giuliace in Lombardia. In sostanza il No ha preso più voti in tutte le regioni governate dal centrosinistra (Umbria, Puglia, Emilia Romagna, Toscana, Sardegna, Campania) ed è riuscito a conquistare ben 10 regioni governate dal centrodestra. Il record di No si è toccato in Campania, con una percentuale del 65,22%. A trainare è Napoli, oltre il 70%, ma le grandi città hanno guidato alla vittoria anche altre regioni come Lazio e Piemonte: a Roma si è raggiunto il 60,3%, a Torino il 64,7%.