
"A sei anni ho capito che il mio destino era tra zampe e code". Così inizia l'intervista a Luigi Sacchettino, veterinario esperto in comportamento e istruttore cinofilo. Sacchettino ha accettato di raccontare a Kodami come è la vita di chi si è dedicato alla cura degli animali, ad affrontare ogni giorno storie delicate di persone e dei loro compagni di vita a quattro zampe e di come e quanto l'aspetto di una professione che risulta tra quelle più colpite dal burnout incide sulla vita personale di chi la pratica.
Quando e perché ha deciso di fare il veterinario?
A sei anni ho capito che il mio destino era tra zampe e code. Gli animali esprimevano per me un'attrattiva irresistibile. Da adulto ho anche provato a deviare il percorso iscrivendomi a un'altra facoltà, ma il tentativo di fuga è fallito dopo un anno. Il richiamo del mondo animale era troppo forte per essere ignorato. Per questo, ho assecondato la mia curiosità e ho intrapreso il percorso di studi in medicina veterinaria.

Si è specializzato poi in comportamento canino. Cosa significa?
Significa studiare la mente e il comportamento degli animali per comprendere le cause profonde delle loro azioni, accettando il fatto che spesso loro capiscono noi meglio di quanto noi capiamo loro. Dopo la laurea, ho conseguito la specializzazione in Etologia Applicata e Benessere Animale. Ho poi ampliato il mio percorso clinico formandomi anche in terapia del dolore, in medicina di degenza e terapia intensiva: competenze che oggi mi permettono di guardare al paziente come a un individuo che può soffrire silenziosamente, anche quando non ha voce per dirlo. Ho proseguito il percorso con un dottorato di ricerca focalizzato sull'asse intestino-cervello, analizzando come i batteri intestinali influenzino le emozioni, il ché dimostra scientificamente che l'umore di un cane dipende anche dalla sua dieta. Per rendere l'idea: abbiamo scoperto che modificare la dieta di un cane ansioso può aiutare a migliorare il suo profilo comportamentale, proprio come si sta cercando di fare in medicina umana con gli psicobiotici.
La Federazione Nazionale Ordini Veterinari Italiani riconosce la figura del medico veterinario esperto in comportamento. Questo specialista formula diagnosi cliniche e cura le patologie comportamentali di cani e gatti. Per certificare questo percorso a livello europeo, oggi sono Resident del College Europeo di Medicina Comportamentale, l'ECAWBM. Questo significa che la mia vita sociale non è molto avventurosa e che non si smette mai di studiare, superando esami continui per restare aggiornati. Mi piace però pensare che non si insegna solo ai cuccioli a diventare degli adulti sani e normocomportamentali, ma si applica la medicina specialistica per evitare che la convivenza familiare diventi un caso clinico.
Lei è anche istruttore cinofilo, perché ha ritenuto importante diventarlo?
Sì, il mio percorso è iniziato sul campo: sono diventato prima istruttore cinofilo e poi medico veterinario, per poi specializzarmi in comportamento. Credo che questa sequenza temporale abbia rappresentato un passaggio fondamentale nella mia vita personale e professionale. L'attività di istruttore mi ha fornito competenze applicative pratiche, insegnandomi a osservare le dinamiche reali tra il cane e ile persone nel loro ambiente quotidiano, ben prima che la situazione degeneri in una patologia clinica. Ad esempio, questa esperienza mi permette oggi di capire le difficoltà concrete delle persone, traducendo la teoria scientifica in azioni quotidiane sostenibili.
Oggi sono anche Esperto Cinofilo nell'Area Comportamentale, una figura normata a livello nazionale dalla norma tecnica UNI 11790:2020 e certificata da organismi accreditati. Si tratta di un profilo professionale specializzato nell'analisi profonda del comportamento del cane e nella progettazione di programmi di riabilitazione comportamentale. In sostanza, ho iniziato parlando la lingua dei cani sul campo, ho continuato studiando la loro medicina e ora integro queste due anime. Questo mi consente di guardare il paziente non come un insieme di sintomi da correggere, ma come un individuo inserito in un sistema familiare, salvando la salute del cane, la stabilità mentale dei caregiver e la loro relazione.
Che tipo di casi segue?
Seguo pazienti affetti da patologie del comportamento, disturbi dello sviluppo ed espressioni di disagio emotivo. A me si rivolgono le persone che riscontrano fobie legate ad esempio a temporali o rumori urbani, manifestazioni di "ansia da separazione" e forme di aggressività intraspecifica o interspecifica. Un'altra fetta importante di lavoro riguarda i disturbi legati all'invecchiamento, come la disfunzione cognitiva senile.
Ma non solo. Il mio lavoro in degenza e terapia intensiva mi porta a occuparmi di pazienti critici, dove la gestione del dolore è prioritaria e la qualità della vita- anche in fase terminale- diventa un imperativo etico. È un altro modo di ascoltare l'animale: quando il paziente non può comunicare con il comportamento, il dolore va riconosciuto nei parametri fisiologici, nella postura, nel respiro. La terapia del dolore è, in fondo, un linguaggio tradotto in farmaci e protocolli, ma nasce dalla stessa empatia.
In alcuni casi si usano anche dei farmaci specifici. Di cosa si tratta?
Attorno alla figura del veterinario esperto in comportamento animale esiste il pregiudizio legato all'uso degli psicofarmaci, con la falsa credenza che lo specialista passi il tempo a sedare i cani. In realtà, per impostare un percorso di riabilitazione, l'animale deve essere responsivo, vigile e in grado di apprendere. Se i farmaci vengono impiegati – e nella mia esperienza sono solo una parte della terapia – servono a riequilibrare i neurotrasmettitori per abbassare il livello di ansia, posizionando il soggetto nella condizione emotiva ideale per imparare. Per addormentare e sedare i pazienti ci sono già gli anestesisti in sala operatoria, il mio obiettivo è l'esatto opposto: svegliare le loro competenze cognitive e regolare quelle emotive.
Spesso le persone arrivano in clinica quando la situazione domestica è compromessa, convinti che il cane faccia i dispetti. Il mio compito consiste nello svelare che dietro un divano distrutto o una pipì fatta in casa non c'è un piano criminale, ma una sofferenza neurobiologica, emotiva. Intervengo per diagnosticare la causa medica del problema, ristabilire la comunicazione familiare e restituire serenità sia all'animale che alle persone che convivono con lui.
Il comportamento e la terapia del dolore sembrano due mondi distanti. Come si incontrano nel suo lavoro?
In realtà sono la stessa cosa vista da due porte. Il dolore cambia il comportamento: un cane che prima saltava sul divano e ora non ci sale più non è diventato "pigro" o "depresso", ha probabilmente qualcosa che non va nel corpo. E viceversa: un comportamento strano può nascondere dolore. La terapia del dolore mi ha insegnato a guardare prima il corpo, quando il cane non può dirmi dove gli fa male. Il comportamento mi ha insegnato a non dare per scontato che "è solo stress" quando magari c'è un'artrosi che non viene vista. In terapia intensiva, poi, se il paziente soffre non mangia, non collabora, non guarisce. Gestire il dolore è il primo passo di ogni cura. Non è un gesto di pietà: è medicina. E proviamo ad applicarla con compassione.
Dalla sua esperienza, come descrive oggi la relazione con il cane nel nostro Paese?
La relazione con il cane in Italia vive da anni una fase di profonda evoluzione. L'animale ha abbandonato il ruolo utilitaristico per diventare a tutti gli effetti un membro del nucleo familiare. Questo legame genera dinamiche complesse che si riflettono direttamente nella gestione clinica.
L'alto livello di coinvolgimento affettivo si traduce in una crescente richiesta di cure specialistiche, ma espone la persona al fenomeno del "caregiver burden". Gli studi scientifici confermano questo scenario. Una ricerca pubblicata da Spitznagel e colleghi nel 2017 evidenzia come i proprietari di animali con patologie croniche o comportamentali manifestino elevati livelli di stress psicologico, ansia e sintomi depressivi, sovrapponibili a quelli riscontrati nella medicina umana. È un dato che incontro quotidianamente: quando chi accudisce l'animale è esausto, anche il cane percepisce quella tensione e il percorso terapeutico rallenta.
Questo carico emotivo si unisce spesso a un peso economico reale. Comprendo perfettamente la frustrazione delle persone di fronte ai costi delle terapie. Ma la medicina veterinaria oggi non è più il vecchio ambulatorio di campagna; è diventata una disciplina specialistica, di precisione che impiega tecnologie avanzate e farmaci di ultima generazione. Mantenere questi standard richiede investimenti continui in attrezzature e percorsi di formazione continua complessi, i cui costi ricadono sulle strutture e sui medici. Non c'è alcuna speculazione sulle malattie dei pazienti; esiste il tentativo di offrire la massima qualità scientifica possibile. Quando chi cura l'animale è schiacciato dal peso delle cure, la comunicazione si incrina, riducendo l'aderenza alle terapie e influenzando il successo del protocollo. Dobbiamo prendere in carico l'intero sistema familiare, supportando l'essere umano per curare l'animale.
Per gestire questa realtà senza farsi travolgere, la stipula di una polizza assicurativa medica per gli animali a quattro zampe dovrebbe diventare una prassi normale, esattamente come avviene in altri Paesi europei. Proteggere il cane con un'assicurazione sanitaria fin da cucciolo permette di affrontare gli imprevisti clinici e le terapie specialistiche con serenità, evitando di dover scegliere tra il portafoglio e la salute dell'animale.
Quali sono gli aspetti più complessi della relazione tra persona e cane? E cosa non si riesce a far capire alle persone?
L'aspetto più complesso risiede nella difficoltà di riconoscere il cane o il gatto come un individuo biocentricamente diverso da noi, con bisogni specie-specifici precisi. Spesso la relazione è fortemente egoriferita: l'essere umano proietta sull'animale le proprie necessità emotive, le proprie convinzioni e persino i propri ritmi di vita, pretendendo che l'altro si adegui. Si fa fatica ad accettare l'alterità, ovvero il fatto che l'animale domestico non è un piccolo uomo peloso, ma un soggetto con una mente e un'etologia proprie.
La letteratura scientifica descrive ampiamente questo fenomeno. Una rassegna recente pubblicata su Animals (Mota-Rojas et al., 2021) analizza gli effetti dannosi dell'antropomorfismo sul benessere degli animali da compagnia, evidenziando come l'attribuzione di stati emotivi umani – come la colpa – porti a fraintendere i segnali di stress del cane. Per esempio, i comportamenti di sottomissione che seguono una "brutta azione" non sono espressione di senso di colpa, ma risposta di rassicurazione alle cure aggressive della persona; e la distruzione domestica in sua assenza è spesso interpretata come "dispetto", quando in realtà può essere panico correlato alla separazione.
C'è una verità che fatica a passare: l'amore da solo non basta. Volere bene a un cane non significa pretendere che tolleri dodici ore di solitudine in un appartamento perfetto senza protestare, o portarlo ovunque con noi solo perché non sopportiamo l'idea di lasciarlo a casa. Significa rispettare la sua natura, permettergli di annusare, di sporcarsi, di esplorare e di esprimere i comportamenti tipici della sua specie. Curare la relazione significa fare un passo indietro rispetto al nostro egocentrismo umano e iniziare a guardare il mondo dal loro punto di vista, accettando ciò che sono e non ciò che vorremmo che fossero per nostro comfort personale.
La categoria dei veterinari è quella che più soffre di burnout. Le è mai accaduto? Se sì, cosa si prova?
Conosco bene il burnout: quella sindrome da stress lavorativo che è riconosciuta anche dall’OMS, caratterizzata da esaurimento emotivo, cinismo verso il proprio lavoro e ridotta sensazione di realizzazione personale. È una sofferenza silenziosa che colpisce soprattutto le professioni sanitarie, dove l'empatia è uno strumento di lavoro e il confine tra cura dell'altro e cura di sé diventa labile. I medici veterinari sono particolarmente esposti: affrontiamo quotidianamente decisioni etiche gravose, gestiamo il dolore di pazienti che non possono chiedere aiuto, eutanasie, caregiver in crisi e aspettative spesso irrealistiche, il tutto in una professione che culturalmente viene ancora percepita come "vocazionale", quasi non ammetta il diritto di soffrire.
Fortunatamente non sono mai arrivato a quello stato. Non per merito, ma per scelta consapevole: mi prendo cura della mia igiene mentale grazie a un percorso di psicoterapia che mi aiuta a rimanere centrato, a riconoscere i segnali di sovraccarico prima che diventino strutturali. È un investimento sulla mia salute mentale che considero non opzionale, ma parte integrante della mia pratica professionale. Un medico veterinario “bruciato” non può curare nessuno – e un cane che fiuta lo stress del dottore non collabora granché, per cui è anche questione di efficacia clinica.
A questo proposito, c'è un aspetto che vale la pena di rendere noto: il nostro Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza per i Veterinari riconosce un rimborso per un numero limitato di sedute psicoterapeutiche all'anno. Non copre l'intero percorso, certo, ma è una stampella concreta a cui appoggiarsi. È un segnale importante: la nostra categoria sta lentamente imparando a legittimare la vulnerabilità dei suoi operatori. Sarebbe auspicabile che altre professioni sanitarie seguissero questa strada, e che il rimborso diventasse più capillare. Per ora, la mia raccomandazione a chi entra in questa professione è una sola: prendetevi cura di voi stessi. Perché la competenza tecnica si aggiorna con un congresso, ma la gentilezza e la pazienza – quelle vere, quelle che servono quando un cane terrorizzato ti guarda negli occhi – vanno coltivate ogni giorno, e a volte vanno anche un po' curate da qualcun altro.
Qual è l'aspetto del suo lavoro che le piace di più?
Il contatto diretto con gli animali: osservarli, prendermi cura di loro, provare a comprenderli quando stanno male e fare in modo di alleviare sofferenza fisica ed emotiva. C'è un momento, durante la visita, in cui il cane smette di guardare il caregiver e guarda te: non è ancora fiducia, è una specie di sospensione del giudizio, un "vediamo se ne vale la pena". Quando quel momento si trasforma in collaborazione, anche solo in un accettare di essere toccato, sento di avere la conferma che il mio lavoro ha un senso.
Ma devo confessare una cosa che non è scontata: mi piacciono molto anche le persone. Quando ti iscrivi a medicina veterinaria lo fai perché vuoi lavorare con gli animali, e invece scopri che passi la maggior parte del tempo a parlare con umani che decidono per i loro animali. È una sorpresa che smette di esserlo dopo il primo anno di pratica. Oggi considero le persone parte integrante del paziente: curare il cane senza curare la relazione è come aggiustare il motore di una macchina e dimenticare i freni. Funziona, ma non per molto.
La sfida più bella è proprio questa: tradurre quello che l'animale mi sta comunicando in parole che il suo umano di riferimento possa recepire, senza farlo sentire in colpa e senza banalizzare. Quando riesco a farlo, e vedo la tensione di una famiglia sciogliersi perché finalmente capisce cosa prova il proprio cane, ho la sensazione di aver fatto qualcosa di buono per tutti e due. Non è male, come risultato di una giornata di lavoro.
Qual è un caso in particolare che le ha fatto dire: “Ho fatto la scelta giusta” e un altro che invece le ha provocato sofferenza?
La medicina veterinaria mi ha insegnato che i confini tra andare bene e stare male sono più sottili di quanto si creda. E che a volte la stessa giornata ti attraversa entrambi. Il caso che mi ha fatto dire: "Sì, questa è la mia strada" non è stato un successo terapeutico, ma un addio. Un gatto anziano, seguito per giorni in terapia intensiva per una patologia degenerativa dolorosa. La famiglia era attaccata a lui con una tenerezza che si vedeva nei dettagli: la copertina portata da casa, la voce con cui gli parlavano, la paura negli occhi quando mi chiedevano se fosse ancora il momento di sperare. Quando è arrivato il momento dell'eutanasia, ho fatto in modo che avvenisse con la stessa dignità con cui avevamo curato ogni giorno della sua degenza. Dopo, chi lo accudiva mi ha scritto per ringraziarmi. Non per averlo curato – quello era il mio lavoro – ma per averli accompagnati in quel momento di strappo emotivo, per essere stato con il loro animale e con loro. Quel ringraziamento mi ha fatto capire che la medicina veterinaria non è solo guarire: è anche saper stare accanto quando la guarigione non è più possibile. E che farlo con umanità è una scelta che vale la pena di essere fatta ogni giorno.
Il caso che mi ha fatto rimanere male è stato quello di un Bulldog con aggressività interspecifica grave. La famiglia mi aveva contattato, avevamo fatto una visita, avevo spiegato la pericolosità della situazione e delineato un percorso terapeutico strutturato. Ma loro hanno deciso, dopo molte titubanze, di rivolgersi ad un educatore cinofilo come "tentativo" prima della mia terapia. La parola "tentativo" mi ha colpito: come se la salute comportamentale di un cane fosse un optional da provare, non una condizione medica da trattare. Non hanno compreso la gravità del rischio, non hanno capito che un cane con quella tipologia di aggressività non ha tempo per esperimenti. Ci sono rimasto male, ovviamente. Ma soprattutto sono rimasto preoccupato per quel cane, che nel frattempo ha perso settimane preziose e ha continuato a vivere in uno stato di ansia cronica senza che nessuno gli leggesse correttamente i segnali. La sofferenza in questo lavoro non è sempre un fallimento clinico: a volte è la consapevolezza che la medicina più avanzata non serve a nulla se chi decide per l'animale non riconosce la sua sofferenza come prioritaria.

Tornando indietro, rifarebbe le stesse scelte?
Nei film romantici l'epilogo è sempre "per sempre, contro tutti e tutto". È una promessa bellissima, ma nel mio caso non funziona così. Ci sono giorni in cui adoro il mio lavoro, giorni in cui non lo tollero, e giorni in cui sono semplicemente impaziente di togliermi il camice e allentare la presa. La mia relazione con la professione è più complicata, più vera, e non ha bisogno di colonna sonora.
Ma se dovessi dire cosa mi farebbe ricominciare, oltre la passione per gli animali e la consapevolezza che posso provare ad alleviare la loro sofferenza in ogni fase della vita – dalla culla alla terapia intensiva – la risposta è semplice: le persone con cui lavoro. All’Università a Napoli ho due referenti straordinari, la professoressa Danila d'Angelo e il professor Francesco Napolitano, che mi guidano e sostengono con un garbo raro: sanno quando stringere e quando allentare. A Caserta, in clinica Animal Life, c'è uno staff di colleghi con cui ci sosteniamo a vicenda nei giorni buoni e in quelli meno buoni. Forse è proprio questo il motivo per cui, alla fine, direi di sì: non per il lavoro in sé, che è tosto e a volte ingrato, ma per chi c'è intorno a me mentre lo faccio. La professione veterinaria è dura, ma non è solitaria. E forse è sufficiente.