
I therian, ovvero le persone che si identificano con un animale, potrebbero rivolgersi ai veterinari per farsi curare. E' l'ipotesi che ha messo in allarme l'Ordine dei Medici Veterinari del Portogallo che ha diffuso una nota ai suoi associati in cui si comunica ai medici che non sono autorizzati a eseguire diagnosi, trattamenti o qualsiasi atto clinico su persone, anche se si identificano con gli animali.
Il mondo dei theriani è riemerso prepotentemente negli ultimi tempi, tanto da indurre l'Ordine portoghese ad anticipare quello che ritengono possa a breve accadere, ma il fenomeno ha radici antiche che affondano nella Rete degli anni '90, in tempi in cui i social network non c'erano ma erano i forum e i gruppi a farla da padrone. E uno dei topic più forti legati in qualche modo al mondo degli animali, all'epoca, era quello della licantropia. Alcuni utenti però si distaccarono da questa scia, pensando che fosse troppo di nicchia "sentirsi" solo come un incrocio tra un lupo e un essere umano, e nacque così la “therianthropia”, una parola costruita a partire dal greco antico mettendo insieme le parole thēríon (θηρίον), “animale selvatico”, e ánthrōpos (ἄνθρωπος) ovvero “essere umano”.
Abbiamo chiesto alla veterinaria Danila D'Angelo, professoressa di Etologia Animale al Dipartimento di Medicina Veterinaria e Produzioni Animali dell'Università Federico II di Napoli di commentare questa notizia.
Dal punto di vista etico e professionale, perché un veterinario non può occuparsi clinicamente di una persona che si identifica come animale?
Il dibattito esploso in Portogallo sul fenomeno dei therian non è una trovata folkloristica. È il sintomo di una mutazione profonda nel nostro rapporto con gli animali e, soprattutto, della fragilità psicologica delle nuove generazioni nell'era dei social. Dal punto di vista medico e legale, il rifiuto dei veterinari di trattare pazienti umani non è una chiusura ideologica, ma un limite scientifico invalicabile. La medicina si fonda sulla specificità biologica.
Anatomia, recettori farmacologici e metabolismo umano seguono binari completamente diversi da quelli di un cane, di un gatto o di un rettile. Somministrare un farmaco veterinario a un essere umano, o applicare protocolli clinici non umani, espone a rischi tossicologici gravissimi. Inoltre, il quadro normativo è chiaro: intervenire clinicamente su un uomo senza essere iscritti all'ordine dei medici chirurghi configura il reato penale di esercizio abusivo della professione.
I “therian” stanno diventando sempre più visibili sui social e tra i giovani: lei è a stretto contatto con studenti ogni giorno, un target, relativamente all’età, che pare particolarmente colpito dal fenomeno. Ha notato qualcosa di insolito nel suo ambito?
Dall’interazione con i miei studenti di medicina veterinari non sono emersi ambiti relazionali interspecie ascrivibili a tale fenomeno. Ma la therianthropia sta trovando nei social network (da TikTok a Discord) una cassa di risonanza senza precedenti, intercettando una fascia d'età sensibilissima: gli adolescenti e i giovani adulti. In un'epoca in cui l'imperativo categorico è "emergere" e performare online, la ricerca di una propria identità unica può deviare verso percorsi disfunzionali.
Quanto incide la relazione con gli animali domestici?
Oggi la relazione con i nostri pet è più profonda che mai: li consideriamo membri della famiglia, un punto di riferimento emotivo insostituibile. Ma cosa succede quando questo legame, da fonte di benessere, si trasforma nel perimetro in cui si strutturano personalità disfunzionali? In alcune relazioni interspecie l’amore per gli animali diventa un rifugio per identità fragili. La relazione profonda e totalizzante con il mondo animale viene talvolta strumentalizzata per riempire i vuoti di personalità ancora mal strutturate.
Proiettarsi nel corpo e nella mente di un animale diventa un meccanismo di difesa, una via di fuga (o "coping mechanism") per sfuggire alle ansie, alle pressioni sociali e alle complessità del mondo umano. I social convertono poi questo disagio individuale in un "trend" collettivo, normalizzando e spettacolarizzando comportamenti che meriterebbero un ascolto ben diverso.
In casi come questi, quale dovrebbe essere il corretto approccio da parte di un veterinario: ascolto, orientamento vesto specialisti della salute mentale o cos'altro?
Di fronte a un ragazzo che si presenta in clinica veterinaria manifestando un'identità animale, l'approccio del professionista deve evolvere. Non basta un fermo rifiuto burocratico; serve un'attivazione etica che dimostra quanto oggi sia urgente un approccio multidisciplinare.
Il veterinario diventa la prima "antenna" sul territorio in grado di intercettare il sintomo di un malessere profondo. Il suo compito è accogliere la persona senza ridicolizzarla, per poi orientarla con tatto e fermezza verso specialisti della salute mentale. Nessuna figura da sola ha la chiave per risolvere queste complessità: serve un dialogo costante tra veterinari, psicologi, servizi sociali e psichiatri per mappare e gestire le nuove forme di disagio giovanile.
C’è il rischio che episodi del genere possano creare confusione sul ruolo della professione veterinaria o banalizzare il lavoro clinico che svolgete quotidianamente sugli animali?
C'è un pericolo strisciante nella spettacolarizzazione di questi episodi: sì, sicuramente la banalizzazione del lavoro clinico. Presentare la clinica veterinaria come un luogo dove "chiunque si senta un animale" può ricevere risposte mediche svilisce decenni di evoluzione scientifica.
La medicina veterinaria è una disciplina scientifica rigida, fatta di chirurgia complessa, oncologia, epidemiologia e terapia intensiva. Confondere l'empatia verso gli animali con l'atto medico rischia di far passare il messaggio che la cura degli animali sia un mestiere di pura "gestione dei sentimenti", oscurandone il valore scientifico e il ruolo cruciale nella salute pubblica globale ("One Health").
Un veterinario riceve una formazione specifica per gestire situazioni delicate dal punto di vista psicologico o relazionale con i proprietari degli animali?
I medici veterinari oggi ricevono una formazione specifica per gestire situazioni relazionali ed emotive delicate. I percorsi di studio integrano elementi di psicologia legati al legame uomo-animale ("Pet Owner Relationship"), pensati per supportare i proprietari in momenti tragici come la comunicazione di una diagnosi infausta, la gestione del dolore o la scelta dolorosa dell'eutanasia.
Tuttavia, questa preparazione è focalizzata sulla gestione dello stress della persona in funzione della salute dell'animale. Il veterinario non possiede le competenze psicoterapeutiche per trattare i disturbi dell'identità, la dissociazione o le patologie della personalità umane. Riconoscere questo limite è il primo atto di responsabilità medica.
La spettacolarizzazione mediatica del fenomeno può far mettere da parte poi quelli che sono i veri problemi delle persone che vivono con animali?
Il rischio più grande, tipico della narrazione mediatica contemporanea, è che la caccia al click facile su fenomeni marginali finisca per oscurare i drammi quotidiani e reali di chi vive con un animale e di chi se ne prende cura.
Mentre l'opinione pubblica analizza il fenomeno dei therian, passano in secondo piano questioni sistemiche urgenti quali: l'epidemia silenziosa di burnout e stress da compassione che colpisce i veterinari stessi, una delle categorie professionali a più alto tasso di suicidi e logorio psicologico a livello globale; le difficoltà strutturali e gestionali dei canili, dei fenomeni connessi al randagismo
La vera sfida, per i media e per i professionisti della salute, è saper guardare oltre lo schermo dello smartphone: smettere di spettacolarizzare il sintomo social per iniziare a curare le fragilità strutturali della nostra società.