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19 Maggio 2026
13:18

Un giovane veterinario su tre cambierebbe professione. La testimonianza: “Lo rifarei, nonostante il peso del dolore di chi non parla”

La veterinaria Eva Fonti, commenta a Kodami i risultati di un'indagine di Purina da cui è emersa la frustrazione dei giovani veterinari rispetto ad alcuni aspetti difficili nella professione che vanno dalla mancanza di formazione al rapporto con i proprietari. "Gestire anche il lato umano di situazioni molto delicate è molto complesso"

Intervista a Dott.ssa Eva Fonti
Veterinaria
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Un veterinario su tre non farebbe più la stessa scelta, tornando indietro. E' quanto emerge da una ricerca chiamata "Young Vet Insight", commissionata da Purina Nomisma, secondo cui la maggioranza dei giovani professionisti intervistati ha manifestato più di una perplessità rispetto a diversi aspetti della professione. Il 53% considera migliorabile la formazione universitaria, chiedendo più pratica clinica e competenze gestionali. L’81% ritiene che il proprio compenso non sia allineato alle responsabilità. Il 65% lamenta la difficoltà di conciliare vita privata e lavoro.

Abbiamo chiesto alla dottoressa Eva Fonti, veterinaria clinica che lavora a Minturno, in provincia di Cassino, di aiutarci a comprendere questi dati e raccontarci la sua esperienza diretta a distanza di 13 anni da quando ha aperto il suo ambulatorio.

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La dottoressa Eva Fonti

Un veterinario su tre dichiara che, potendo tornare indietro, non sceglierebbe nuovamente questo percorso. Lei?

Diciamo che il mio sentimento e la realtà dei fatti sono un po' contrastanti. Effettivamente forse anch'io non è detto che rifare la stessa scelta, sebbene è la prima cosa che dico di impatto ma poi penso al motivo per cui sono fiera di quello che faccio. Il nostro lavoro è molto bello, importante, ti riempie, ti dà tante motivazioni. E' fondamentale fare una formazione continua, dedicarsi, continuare a studiare e ricordarsi, soprattutto, che lo scopo è quello di far stare bene, quindi creare del benessere, guarire. Si tratta di una delle motivazioni più importanti quest'ultima che mi ha portato a questa scelta, da non dimenticare anche quando non ci si riesce ma si sa che si è dato tutto.

Purtroppo però, ritornando al perché a volte anche io sono presa dai dubbi, è una professione altamente frustrante e non solo quando purtroppo non si riesce a salvare una vita ma quando hai addosso tutto lo stress di contorno per il quale non sei formato a livello proprio psicologico.

Secondo il panel, i motivi per cui "non si regge" corrispondono in particolare ai carichi di lavoro elevati, allo stress e alla percezione di una retribuzione non adeguata alle responsabilità. Corrisponde alla sua realtà?

Purtroppo l'Università non ti forma dal punto di vista pratico. Devi poi attivarti nella formazione e serve tanta esperienza. Ciò che però a livello proprio umano ti fa soffrire, quindi al di là del contatto con gli animali in difficoltà, è avere a che fare con i proprietari. Ovvero gestire anche il lato umano di situazioni molto delicate. Praticamente il tuo lavoro di veterinario rientra in una professione sanitaria anche umana e noi ci ritroviamo forse peggio dal punto di vista della gestione del paziente e del suo corrispondente umano di come stanno i professionisti della salute umana. In quel caso, infatti, il rapporto è "one to one", in un certo senso. Nel nostro invece siamo molto vicino effettivamente alla pediatria, perché hai a che fare con chi non può parlarti di ciò che sta patendo e la persona di riferimento è un vero e proprio familiare dell'animale, quindi con le problematiche legate anche alla sfera affettiva, come è giusto che sia del resto la presenza di un animale in una famiglia.

Il cane, il gatto ma anche la tartaruga o il coniglio sono veri e propri membri della famiglia che si ammala con loro, in qualche modo. Si ammalano di preoccupazioni e apprensioni e con l'animale, però, abbiamo in più la complicazione che non ci parla o per lo meno non lo fa nella stessa maniera in cui farebbe un bambino, ad esempio. Ogni animale, però, ci dice a suo modo ciò che prova e noi veterinari siamo degli interpreti: un gatto manifesta malessere in un determinato modo, un cane in maniera differente e c'è un'altra cosa che spesso i proprietari non riconoscono e che purtroppo non è tutto così palese: non si tratta di salute umana ma ognuno ha il suo percorso diagnostico in base all'appartenenza alla specie e spesso farlo capire è un'altra complicazione che ci troviamo ad affrontare.

Altro punto poi è il fatto che le spese veterinarie non sono una cosa da poco, perché purtroppo non c'è una mutua per gli animali, il ché ci pone di fronte a opinioni differenti tra chi ritiene che sia necessaria e chi invece pensa che bisognerebbe che lo Stato prediliga la salute umana come bacino in cui conferiscono le nostre tasse, quindi ci sono persone che magari non sono interessate che con i nostri soldi si vada ad aiutare gli animali.

Ma detto ciò, cosa succede? Che effettivamente abbiamo una problematica visto che le persone spesso non riescono a far fronte ad alcune spese. Ma non è l'unico problema: il mangime costa tanto, l'antiparassitario costa tanto e così via. Ecco poi che il proprietario da noi vuole la prestazione migliore ma pagandola poco. Ora, se da me arriva un animale che sta male e la persona pretende giustamente la perfezione, per quel singolo caso si potrebbe ad esempio arrivare anche a pagare 3 mila euro perché magari c'è la necessità di una risonanza magnetica o comunque di indagini complesse che hanno un costo.

Ecco, anche se riusciamo ad avere una guarigione, spesso a volte ci troviamo di fronte a persone che anche rispetto ad una semplice analisi del sangue con un costo sugli 80, 100 euro non riescono a coprirlo: per loro è una spesa importante, che non si trovano a voler sostenere o che non riescono a sostenere.

Il riflesso, su di noi, è che otteniamo però solo reazioni avverse: è  un problema serio, perché io mi trovo che la persona vuole che le curi il cane non pagando nulla e io purtroppo non posso far fronte a queste situazioni. E' una problematica grave perché in me, che sono un veterinario, crea una frustrazione: vorrei far guarire l'animale ma ho così le mani legate, perché pure se decidessi di mia iniziativa di fare l'analisi, il laboratorio a me chiede soldi, quindi a prescindere dal mio guadagno esistono spese vive.

Insomma, le spese veterinarie hanno un costo elevato, questo è un dato certo, ma noi veterinari vediamo così morire o non guarire molti animali. E sempre dal punto di vista economico, ci sono spese che vanno tenute sempre in considerazione: a volte il proprietario non mette in conto ad esempio dalla bolletta della luce alla carta che io uso per tenere lo studio asettico o tutti gli strumenti di cui c'è bisogno: siringhe, aghi di ogni tipologia, come quello che uso più piccolo per non far sentire dolore ai cuccioli.

Quindi il rapporto con le persone è una delle cose più complesse?

Non ci insegnano all'Università la mediazione con il pubblico. E' uno dei fattori più importanti perché questa professione possa funzionare nel verso giusto. Dovrebbero metterla come materia d'esame: è fondamentale saper comprendere e farsi comprendere dall'umano di riferimento del paziente, confrontarsi con lui. Alcuni di noi sono portati a farlo in modo naturale, ma tanti non hanno questa attitudine. A volte capita che una determinata cosa fatta all'animale e non spiegata in modo empatico alla persona, lì dove è possibile farlo rispetto a chi si ha davanti, possa far decidere al proprietario che il veterinario sia stato "una brutta persona". Non sono pochi i casi di colleghi messi alla gogna usando i social. Professionisti che hanno subito un odio mediatico dovuto ad un'antipatia personale. Sia chiaro: il medico va punito se sbaglia, ma a volte un'incomprensione porta a raccontare dei casi che non corrispondono alla realtà.

La ricerca nasce per il lancio di una piattaforma rivolta ai giovani veterinari. Pensando a loro, puoi raccontare qual è la parte più dura del suo lavoro?

Una grande problematica è proprio il burnout, perché purtroppo, come in tante altre professioni sanitarie, quando chiudi l'ambulatorio ti porti a casa i pensieri rispetto ai casi che hai affrontato. Perché gli animali che curi non sono solo degli individui da soli ma dei pazienti che hanno una famiglia intorno. Per me significa che quando mi portano un cane, un gatto, un qualsiasi animale ci può essere una persona per cui quell'animale è tutto, magari è il suo unico familiare.

Ci può essere un bambino, ad esempio, che è contentissimo perché ora ha il primo cucciolo della sua vita ma capita che i genitori l'hanno preso in un negozio di animali che gliel'ha dato pieno di parassiti o addirittura con una parvovirosi, perché non gli hanno fatto delle vaccinazioni.  Quel "dono perfetto", che tale non era chiaramente perché ci vuole consapevolezza nel regalare un animale, viene così ricoverato perché chi glielo ha consegnato ha pensato solo a lucrarci. Della salute degli animali sono tanti quelli che non se ne fregano, soprattutto quando si comprano dai cosiddetti "cucciolifici".

Mi è capitato anche di dover affrontare il dolore delle persone anziane che in quel cane o quel gatto hanno la loro unica compagnia e si trovano a dover fronteggiare una malattia dell'animale e, purtroppo, anche una perdita a volte.

Noi veterinari tutte queste storie ce le portiamo a casa. Dobbiamo riuscire a mettere un confine perché altrimenti cadiamo nella depressione dovuta alla professione. Io sono una di quelle persone che ho rasentato il burnout: ne sono uscita riuscendo a capire che dovevo necessariamente mettere un limite. Perché quando ti chiamano che c'è un'emergenza sei portato a dire sempre: "Sì vengo, sì intervengo". A rispondere sempre a telefono, a dare sostegno, non solo medico ma anche emotivo.

Tutto questo purtroppo ti logora, ti fa a volte mettere da parte i tuoi interessi e anche la tua famiglia. E non è giusto perché altrimenti rischi di essere inglobato e non riuscire a sopravvivere.

E quale è la parte più bella della sua professione?

Salvare delle vite, rendersi conto che si riesce a fare del bene e anche vedere negli occhi dei pazienti e dei loro umani di riferimento quel senso di gioia e gratitudine. E' impagabile, nonostante tutto ciò che ho descritto e che fa parte del quotidiano.

Quindi, dottoressa, rifarebbe questa scelta?

Credo che almeno il 95% di noi ha scelto questa professione con una grande motivazione: guarire e aiutare esseri viventi cui non appartiene la cattiveria. E sì la rifarei a costo di tutti i sacrifici che si fanno. Credo anche che nessuno di noi ha fatto il veterinario pensando di arricchirsi, i nostri stipendi e il nostro tenore di vita non corrispondono a quello dei medici in umana.

E voglio aggiungere un'ultima cosa, rispetto alle donne veterinarie: non siamo per niente tutelate ad esempio durante la maternità. Abbiamo un'indennità ma io non avrei mai potuto pagare una sostituzione nel mio ambulatorio privato con quei soldi. Ho dovuto lavorare finché potevo, ovvero fino all'ottavo mese di gravidanza e  non siamo nemmeno una categoria a rischio sanitario. Sono ritornata al lavoro con la bimba di appena due mesi. Ecco, questi sono i risvolti negativi che anche a me farebbero dire "non rifarei la scelta " ma non rinuncerò alla mia missione, nonostante tutto.

Le informazioni fornite su www.fanpage.it/kodami sono progettate per integrare, non sostituire, la relazione tra il paziente ed il proprio veterinario.
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