
Meglio non pensarci per allontanare il dolore della perdita e non capendo, invece, quanto sia importante seguire il proprio cane o gatto dal punto di vista della salute, soprattutto dopo il compimento del settimo anno d'età.
E' ciò che emerge, tra altri dati molto significativi e importanti rispetto alla durata e alla qualità della vita degli animali domestici, dal Vet Symposium 2026, l'evento promosso da Royal Canin a Montpellier che ha riunito oltre 700 professionisti veterinari provenienti da circa 80 Paesi.
Il tema centrale dell'evento da cui è stato anche tratto il nome dell'appuntamento (“Entering the age of tomorrow”), ha posto l'accento sulla necessità di un cambiamento concettuale per le persone che hanno in famiglia un cane o un gatto: l’invecchiamento non è più un processo inevitabile e passivo, ma un fenomeno biologico su cui è possibile intervenire in modo precoce e mirato, soprattutto ora che la vita media degli animali domestici è aumentata proprio grazie alle cure che vengono loro rivolte.
I due concetti chiave su cui sono stati interrogati migliaia di persone di riferimento di cani e gatti sono quelli legati alla cosiddetta "lifespan", ovvero la durata della vita, correlata alla "healthspan", cioè l'effettivo numero di anni in cui l'animale è considerato in buona salute. I veterinari hanno evidenziato che il loro ruolo principale sta proprio nel far comprendere alle persone che si rivolgono a loro l'importanza della prevenzione e della cura di malattie croniche in funzione, appunto, della durata della vita.
I sette anni d'età: punto cruciale per la salute di cani e gatti
E' stato in particolare evidenziato un momento in cui cani e gatti affrontano un passaggio fondamentale nella loro esistenza: a sette anni. E' l'età in cui si passa da una condizione di salute generale buona, nella media dei soggetti sani chiaramente, a quella dell'entrare nella fase di invecchiamento. Non si tratta di una soglia però generalizabile, ma appunto di una indicazione generica per dare un segnale alle persone di riferimento e per far aumentare la loro consapevolezza rispetto alla salute del proprio animale domestico.
Durante il symposium è stato chiarito che i 6–8 anni rappresentano una finestra biologica di transizione, soprattutto nei cani di taglia media e grande. Non si tratta di “vecchiaia” vera e proproa, ma dell’inizio di una fase in cui emergono alterazioni fisiologiche progressive. In particolare si evidenzia un rischio come l'osteortrosi precoce a carico del sistema muscolo scheletrico, l'obesità e altre patologie il cui rischio principale, però, è la sottodiagnosi, ovvero la non identificazione dell'insorgenza di problemi di salute e la "nascita" di un dolore cronico che effettivamente non comporta segnali clinici evidenti.
Perché gli umani di riferimento di cani e gatti non prestano attenzione ai segnali
E il dato più interessante che emerge dal Vet Symposium è proprio che molte persone non prestano attenzione alla salute del cane o del gatto per il timore di poterlo perdere. Su 19 mila intervistati, infatti, una percentuale molto alta ha dichiarato di tendere a rimandare riflessioni concrete sull'invecchiamento dell'animale fin quando non ci sono chiari segnali clinici che, però, potrebbero già rappresentare un avanzamento di determinate patologie. La metà delle persone che hanno risposto al questionario hanno proprio chiaramente affermato che non pensano proprio all'invecchiamento del cane o del gatto di famiglia e gran parte di costoro ha anche dichiarato di essere certa che non esistono in ogni caso interventi utili per rallentare o migliorare il processo di invecchiamento.
Le patologie più diffuse e come prestare attenzione
Ma quali sono le patologie più diffuse e a cui prestare attenzione? Una delle prime da segnalare, proprio perché è frutto della convivenza tra esseri umani e animali domestici, è l'obesità. Nella fascia d'età indicata durante il Symposium, avviene un aumento del rischio di sovrappeso e una riduzione della tolleranza all’esercizio. In questo contesto si identifica anche la possibilità di insorgenza del diabete che poi si estrinseca nel lungo periodo.
Il messaggio centrale del symposium relativamente all’obesità è che si tratta di una malattia causata dal comportamento umano principalmente, tanto che è considerata una condizione patologica cronica multifattoriale. Il ruolo dell'essere umano è dunque fondamentale per evitare la patologia e dipende strettamente dalla quantità di cibo somministrata, spesso stimata a occhio e non misurata con precisione, la frequenza degli snack, la densità calorica dell’alimento e il livello di attività fisica. Secondo i veterinari il comportamento alimentare cui viene abituato l'animale non è generalmente intenzionale, ma si accumula nel tempo attraverso errori ripetuti.
Un aspetto importante riguarda anche la percezione del corpo dell’animale. Molte persone tendono a reputare come normale il sovrappeso, con una conseguente distorsione visiva che rende difficile riconoscere precocemente l’aumento di peso. A questo si aggiunge una componente emotiva significativa, perché il cibo viene spesso utilizzato come forma di relazione e cura, un modo per esprimere affetto.
Come se non bastasse, è emerso che la diminuzione dell’attività fisica non è percepita come problema. Molti animali si adattano a stili di vita sempre più sedentari, determinati dalle abitudini quotidiane degli umani che hanno accanto, e non necessariamente da una reale riduzione della loro capacità di movimento. Questo contribuisce ulteriormente allo squilibrio energetico.
In generale, inoltre, il problema è proprio sottostimato. In molti casi le persone non riconoscono il sovrappeso fino a quando non gli è segnalato esplicitamente dal veterinario, con un conseguente ritardo nel porre rimedio alla situazione.