
Non condividiamo solo l'unica amicizia sul Pianeta che lega due specie, ovvero quella tra essere umano e cane da 30, 40 mila anni. Siamo così vicini a livello evolutivo, tanto che si parla di co evoluzione, da avere anche gli stessi segnali biologici che aiutano a prevedere la durata della vita.
Questa scoperta, che potrebbe aiutare gli scienziati a comprendere meglio l'invecchiamento in entrambe le specie, è emersa da uno studio che fa parte del Dog Aging Project, un enorme progetto di ricerca avviato nel 2018, guidato dalle scuole di medicina dell'Università di Washington e del Texas A&M e che coinvolge numerosi altri enti e istituzioni e che studia appunto come si evolve il processo di invecchiamento nel miglior amico dell'uomo.
Gli esperti definiscono i loro risultati come "sorprendenti" e precisano nello studio che si tratta della "scoperta di una forte e altamente significativa correlazione positiva tra l'effetto dei singoli metaboliti sulla mortalità per tutte le cause negli esseri umani e l'associazione degli stessi metaboliti con la mortalità per tutte le cause nei cani". Il team ha inoltre riscontrato che "i biomarcatori identificati sono altamente correlati, suggerendo fortemente una firma molecolare generale della mortalità all'interno del metaboloma plasmatico negli esseri umani e ora anche nei cani. Date le numerose somiglianze tra cani e umani in termini di genetica, ambiente, malattie e trattamenti, e considerando che i cani hanno una vita molto più breve rispetto agli umani, sosteniamo che i cani rappresentino un modello traslazionale estremamente prezioso nel nostro continuo impegno per comprendere le cause e le conseguenze molecolari alla base della morbilità e della mortalità legate all'età negli esseri umani".
Ciò a cui sono arrivati i ricercatori è stato possibile analizzando campioni di sangue di cani partecipanti al Dog Aging Project che si fonda sulla scienza partecipativa: le persone che vivono con un cane infatti possono condividere informazioni dettagliate tramite un questionario e inviare campioni fisici dei loro cani nel corso della loro vita. Questi campioni di sangue sono stati esaminati per individuare modelli metabolici associati alla durata della vita, in particolare per seguire i cambiamenti fino al momento della morte. Con un lavoro a ritroso, poi, hanno ricavato le informazioni che hanno portato all'identificazione del processo legato a determinati biomarcatori, arrivando al paragone con l'essere umano. Gli esperti hanno esaminato migliaia di metaboliti contemporaneamente per identificare segnali più ampi che potessero prevedere il rischio di morte.
La dottoressa Kate Creevy, responsabile veterinaria del Dog Aging Project e docente al College of Veterinary Medicine and Biomedical Sciences della Texas A&M University, ha così spiegato a cosa serve aver identificato questi aspetti comuni: "Alcuni miei colleghi la definiscono un'impronta digitale. Spesso si osserva uno schema o un raggruppamento che presenta una correlazione con esiti migliori o peggiori, piuttosto che concentrarsi su una singola molecola. È importante sottolineare che questi biomarcatori non causano necessariamente un determinato esito; quando troviamo un biomarcatore associato alla mortalità, che avverrà prima o poi, non sappiamo con certezza che ne sia la causa ma se comprendiamo perché quel biomarcatore è presente, potremmo essere in grado di identificare la correlazione".