
Gli elefanti comunicano attraverso un complesso sistema di vocalizzazioni che include sia il classico e iconico barrito che tutti conosciamo, ma anche e soprattutto un insieme di suoni bassissima frequenza impercettibili per l'orecchio umano, chiamati rumble. Questi suoni, tradotti in italiano anche come brontolii o borbottii, vengono spesso emessi da più individui contemporaneamente, creando una sorta di coro confuso in cui si sovrappongono le "voci" di diversi elefanti.
In realtà, dietro questo caotico "chiacchiericcio" corale potrebbe esserci una forma di comunicazione molto più complessa e, soprattutto, organizzata. A suggerirlo è un nuovo studio pubblicato recentemente su Scientific Reports, che ha utilizzato anche l'Intelligenza Artificiale per individuare schemi, contesto e pattern ricorrenti nei "cori" vocali degli elefanti africani di savana, provando così a "tradurre" la lingua di questi iconici e affascinanti mammiferi.
I rumble, i borbottii di gruppo degli elefanti
Il rumble è la forma di comunicazione vocale più frequente e importante per gli elefanti. A differenza del celebre barrito, però, è un suono a bassissima frequenza che in buona parte scende sotto i 20 Hz entrando nel campo degli infrasuoni e risultando così parzialmente o totalmente non udibile all'orecchio umano. Questi versi possono servire, per esempio, a mantenere il contatto tra individui separati, a salutarsi quando si ritrovano o a coordinare gli spostamenti del gruppo.
Il problema è che molto spesso gli elefanti non vocalizzano uno alla volta. I loro versi si sovrappongono formando veri e propri cori. Circa il 60% dei rumble registrati negli elefanti dell'area di studio, l'Amboseli National Park in Kenya, compare infatti all'interno di queste sequenze collettive. Per gli scienziati analizzarle è perciò particolarmente difficile: è un po' come cercare di riconoscere una singola voce in mezzo a molte persone che parlano contemporaneamente una lingua che neppure conosciamo.
L'AI scolta i cori degli elefanti

Per provare a capirci qualcosa in più, i ricercatori hanno analizzato 902 registrazioni di elefanti raccolte nel corso di diversi decenni. Nel complesso, le registrazioni riguardavano 84 singoli elefanti appartenenti a 39 diverse famiglie e comprendevano sia rumble singoli che quelli sovrapposti. Gli scienziati hanno utilizzato anche il machine learning, un sistema di apprendimento automatico tramite Intelligenza Artificiale che permette a un sistema informatico di riconoscere schemi all'interno di grandi quantità di dati apparentemente confusi.
Il modello è stato addestrato usando rumble singoli associati a situazioni comportamentali già conosciute, come il contatto tra elefanti separati, i saluti o l'avvio di uno spostamento di gruppo. Poi è arrivata la parte più interessante: il sistema è stato messo alla prova anche sui cori, nei quali le voci degli elefanti si sovrappongono.
L'AI è riuscita così a collegare le caratteristiche acustiche dei cori al contesto comportamentale in cui erano stati prodotti, anche quando i singoli versi non potevano essere facilmente separati. Questo suggerisce che un coro di elefanti non sia semplicemente una sovrapposizione casuale di vocalizzazioni individuali, ma possa funzionare come un segnale collettivo che segue schemi e regole molto precise.
Quando le voci degli elefanti diventano più simili
Lo studio ha inoltre individuato un fenomeno ancora più interessante: in alcune situazioni le vocalizzazioni degli elefanti diventano progressivamente più simili tra loro dal punto di vista acustico. Gli autori parlano di una vera e propria convergenza vocale, cioè una tendenza di individui diversi a modificare alcune caratteristiche dei propri versi, rendendoli così più simili durante uno stesso scambio di rumble.
Questo fenomeno è stato osservato in particolare in alcuni precisi contesti sociali, come quelli legati alla coordinazione del gruppo. Potrebbe quindi aiutare gli elefanti a mantenere una sorta di sintonia durante interazioni nelle quali devono decidere insieme cosa fare o dove andare. Non significa, naturalmente, che l'Intelligenza Artificiale abbia finalmente tradotto la lingua degli elefanti, cosa che tra l'altro si sta cercando di fare anche con i capodogli.

I ricercatori hanno identificato associazioni tra caratteristiche delle vocalizzazioni e contesti comportamentali, non un dizionario capace di trasformare ogni rumble in una frase. Il risultato è comunque molto importante, perché permette di studiare una parte della comunicazione degli elefanti che finora era particolarmente difficile da analizzare, ma che come spesso accade aprono molte altre domande.
Esistono vocalizzazioni che hanno un significato preciso soltanto quando vengono prodotte insieme ad altre? Alcuni versi potrebbero contenere informazioni destinate all'intero gruppo e non a un singolo individuo? Per ora non abbiamo ancora le risposte. Ma grazie all'AI, quel coro apparentemente indistinto comincia finalmente ad avere una struttura che possiamo "vedere". E chissà, forse un giorno riusciremo davvero a tradurre la lingua degli elefanti e capire cosa si dicono davvero.