
La morte è parte integrante della natura e quando un animale muore diventa così una risorsa preziosa per molti altri, che si nutrono della carcassa e contribuiscono anche a riciclare e a restituire nutrienti all'ambiente. Ma per gli animali spazzini mangiare una carcassa può comportare anche molti rischi: soprattutto quello entrare in contatto con parassiti, batteri e altri pericolosi agenti patogeni.
Per ridurre questo pericolo, alcune specie sembrano però aver sviluppato una strategia molto precisa: evitare, per quanto possibile, di mangiare animali troppo simili a loro. È quanto emerge da uno studio pubblicato recentemente sulla rivista Ecology Letters, nel quale un gruppo di ricercatori spagnoli ha analizzato il comportamento di diversi vertebrati spazzini in una zona umida del sud-est della Spagna.
Meglio una carcassa di una specie "lontana"

Tra il 2020 e il 2021 i ricercatori hanno distribuito quasi 200 carcasse di pesci, uccelli e piccoli mammiferi nel Parco Naturale di El Hondo, nella provincia di Alicante. Due fototrappole installate vicino a ogni carcassa hanno permesso così di osservare quali animali arrivassero a nutrirsene e quali scegliessero invece di non farlo.
Successivamente gli studiosi hanno confrontato le specie che avevano consumato le diverse carcasse con un albero filogenetico, cioè una rappresentazione delle relazioni evolutive tra i vari organismi. In questo modo hanno potuto stabilire quanto fossero vicine, dal punto di vista evolutivo e biologico, l'animale spazzino e la carcassa. Il risultato ha mostrato una tendenza abbastanza chiara: gli animali osservati consumavano più spesso carcasse appartenenti a specie evolutivamente più lontane rispetto a quelle che avrebbero scelto casualmente.
In pratica, tendevano a evitare di mangiare i resti dei propri parenti più stretti e, di conseguenza, più simili da un punto di vista biologico e fisiologico. C'erano però alcune eccezioni: volpi e gazze, per esempio, sembravano non curarsi troppo di ciò che mangiavano ed erano meno selettive, mentre le averle – piccoli passeriformi predatori – mangiavano invece solo altri uccelli.
Una possibile difesa dalle malattie

Perché evitare i propri simili potrebbe essere vantaggioso? Il motivo è legato alla trasmissione delle malattie. Specie strettamente imparentate tendono infatti a condividere caratteristiche fisiologiche e biologiche e possono quindi avere anche una maggiore probabilità di essere colpite dagli stessi agenti patogeni. Un mammifero che consuma la carcassa di un altro mammifero simile – come una volpe che mangia i resti di un altro canide – potrebbe esporsi maggiormente a microrganismi capaci di infettarlo.
Secondo gli autori, preferire carcasse di animali appartenenti a specie più lontane è probabilmente una sorta di prima linea di difesa contro le infezioni. Non significa naturalmente che gli spazzini sappiano riconoscere consapevolmente la parentela evolutiva di ciò che mangiano: potrebbero reagire in maniera innata a caratteristiche chimiche, odori o altri segnali associati alla carcassa.
Lo studio mostra quindi un'associazione, ma non dimostra ancora quale sia esattamente il meccanismo responsabile di questo comportamento. Gli stessi ricercatori sottolineano infatti la necessità di ulteriori studi per capire quanto contino per esempio anche altri fattori, come l'età, le condizioni di salute, il comportamento sociale e naturalmente la disponibilità di cibo. Del resto, altri studi recenti hanno dimostrato che anche gli animali spazzini possono essere molto selettivi e cambiano dieta in base a numerosi fattori.
Il ruolo fondamentale degli spazzini

Gli animali che si nutrono di carcasse, i cosiddetti necrofagi, hanno un ruolo essenziale negli ecosistemi. Accelerando la decomposizione dei resti, contribuiscono al riciclo della materia e impediscono che grandi quantità di materiale organico rimangano nell'ambiente, aumentando il rischio di diffusione di malattie. Il loro ruolo può avere conseguenze enormi, e fin troppo spesso sottovalutate, anche sulla salute umana e sull'economia di un Paese.
Un esempio particolarmente evidente arriva dall'India, dove il crollo delle popolazioni di avvoltoi provocato soprattutto dall'uso veterinario del farmaco diclofenac – usato per curare gli animali allevati che poi mangiavano gli uccelli- è stato associato a un forte aumento della mortalità umana. Uno studio ha stimato oltre 500mila morti aggiuntive tra il 2000 e il 2005, collegando la scomparsa degli avvoltoi alla maggiore presenza di carcasse e all'aumento di altri spazzini, come cani randagi e ratti, che hanno favorito la diffusione di malattie, come la rabbia.
Tutto ciò, inevitabilmente, ha avuto un impatto anche sulla spesa pubblica legata alla gestione e allo smaltimento della carcasse e ai costi della sanità: gli studiosi hanno calcolato un aumento di ben 69,4 miliardi di dollari all'anno. Gli spazzini, dunque, non sono semplicemente animali che si nutrono di ciò che resta dopo la morte. Sono una parte fondamentale di un complesso sistema ecologico, nel quale ci siamo dentro direttamente e indirettamente anche noi. Il problema è che ci accorgiamo di quanto siano importanti solo quando è ormai troppo tardi.