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19 Ottobre 2026
17:56

Gli animali che piacciono agli scienziati conquistano la ricerca, gli altri restano ai margini

Uno studio rivela che gli scienziati studiano di più i mammiferi e gli uccelli perché li preferiscono ad altri animali. Un pregiudizio che rischia di lasciare nell’ombra specie altrettanto importanti per la biodiversità.

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Se un ricercatore si "innamora" di un merlo o di un cavallo, questi animali avranno più possibilità di essere studiati e, di conseguenza, maggiormente conosciuti anche per il grande pubblico rispetto ad altri. L'esempio dei due animali è utile per comprendere ciò che ha messo in evidenza uno studio nel quale è stato verificato che il "bias tassonomico", ovvero la tendenza a studiare alcune specie molto più di altre, dipende dal fatto che i ricercatori scelgono di approfondire rispetto a quelli che trovano più attraenti, invece di esplorare l'intera diversità della vita sulla Terra.

Pietro Pollo e Michael M. Kasumovic, ricercatori dell'Università del Nuovo Galles del Sud in Australia, hanno analizzato 1.383.803 articoli e 612 riviste per dimostrare che la ricerca in ecologia ed evoluzione è fortemente influenzata da questo bias. "Abbiamo riscontrato che la prevalenza di studi sui vertebrati nella letteratura scientifica nel suo complesso (ma non in alcune aree specifiche dell'ecologia e dell'evoluzione) – scrivono – è rimasta pressoché invariata dai primi anni 2000, quando furono pubblicati i primi studi sul bias tassonomico. Abbiamo inoltre osservato che gli studi sui vertebrati, rispetto a quelli sugli invertebrati, erano più diffusi nelle riviste ad alto impatto e, all'interno delle stesse, ricevevano un maggior numero di citazioni e menzioni sui media".

Gli esperti hanno verificato che questa modalità comporta poi un effetto a catena: ad esempio gli studi sui vertebrati hanno maggiore spazio sulle riviste più prestigiose, ricevono più citazioni negli altri studi e dunque da parte di altri ricercatori e provocano di conseguenza anche più interesse da parte dei media.

Gli esperti, poi, per comprendere la dinamica di questo tipo di approccio sono entrati anche in contatto con altri 868 ricercatori, scoprendo che la maggioranza ha una spiccata preferenza per determinati gruppi di animali, come i mammiferi e gli uccelli, rispetto a specie come i ragni.

Leggendo lo studio viene da chiedersi se tutto questo, in fondo, non faccia parte della nostra stessa natura. Il fenomeno riguarda infatti una questione più ampia, che va oltre la ricerca scientifica e investe il nostro modo di stare al mondo: la tendenza a guardare la realtà attraverso le nostre preferenze, attribuendo maggiore importanza a ciò che sentiamo vicino, familiare o interessante. Anche nello studio degli animali, dunque, rischiamo di lasciare che le nostre inclinazioni influenzino il modo in cui affrontiamo il tema della conoscenza della biodiversità. Forse è proprio questo uno degli aspetti più interessanti del lavoro di Pollo e Kasumovic: non ci mostra soltanto quali animali studiamo di più, ma ci mette di fronte ai nostri limiti umani. La sfida, allora, non è pretendere che gli scienziati non abbiano preferenze, ma fare in modo che queste non diventino un filtro che oscura ciò che suscita meno interesse, ma che potrebbe ancora insegnarci molto.

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