Social vietati dopo le proteste, Lancini: “Inutile, iniziate da quelli dei politici”
Quando i giovani fanno qualcosa che spaventa gli adulti, la risposta sembra essere sempre la stessa: togliere loro i social. Succede anche questa volta, dopo i disordini e le proteste di piazza a Milano. Il tema è meravigliosamente bipartisan. Anzi, questa volta è stata la deputata del PD Lia Quartapelle a ritirare fuori la proposta per attaccare il governo: "Il governo vuole rispondere ai disordini di Milano con la repressione, con formule fantasiose", ha scritto su X. "Perché non partire dalla legge bipartisan Mennuni-Malpezzi-Madia che limita l’uso dei social ai minori? È dai social che si convocano le manifestazioni". In effetti nelle manifestazioni dei giorni scorsi, social come Instagram, Telegram e TikTok sono stati il principale strumento per chiamare a raccolta ragazzi e ragazze nelle piazze. Su Fanpage.it abbiamo per esempio raccontato le dinamiche del gruppo Italia in Piazza, tra gli organizzatori del corteo di Milano. Tagliare fuori i giovani dalle piattaforme non sembra però la ricetta migliore per placare il disagio di una generazione che chiede di essere ascoltata.
Ne abbiamo parlato con Matteo Lancini, psicoterapeuta, docente di Psicologia dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca e autore di un recente libro sulla rivoluzione dei rapporti nelle nuove generazioni (A volte ti amo). La sua posizione è piuttosto netta. "Innanzitutto chiederei a chi sottoscrive e sostiene queste proposte di chiudere immediatamente i propri profili social, come ho suggerito la settimana scorsa durante un'audizione alla Commissione Cultura della Camera".
Deduco non sia d'accordo con la proposta…
Non è una proposta, è uno slogan. A me piacerebbe abolire i social, ma è un'idea inattuabile. In Australia hanno provato a vietarli ai minori e stanno fallendo. I veri provvedimenti per migliorare la società dovrebbero partire da altro. Cominciamo dal divieto d'uso dei social a tutti gli adulti, parlamentari e docenti compresi. Procediamo poi dalla chiusura dei gruppi WhatsApp dei genitori, con l'obbligo di tornare a far incontrare scuola e famiglia in presenza. Vorrei che si smettesse di avere delle specie di influencer come rappresentanti di classe e si tornasse a un confronto reale tra genitori e insegnanti. Bisognerebbe poi vietare la sovraesposizione e la ripresa dei figli nei primi 13 anni di vita, un fenomeno che ha generato una vera e propria pornografizzazione della società. Anziché togliere qualcosa agli adulti, per l'ennesima volta si sceglie invece di toglierlo ai ragazzi.
Ritiene questa battaglia strumentale?
Iniziative del genere vengono avanzate come slogan politici poiché del tutto inattuabili sul piano pratico. Un adulto con responsabilità legislative che propone leggi inapplicabili perde di credibilità agli occhi dei giovani. Lo hanno fatto di recente diversi leader internazionali in momenti di difficoltà elettorale: si dichiara di voler vietare i social semplicemente per parlare alla pancia dell'elettorato. Il compito dei nostri politici sarebbe quello di promulgare leggi attuabili e, soprattutto, di restituire spazi reali. Se togli i social, devi riaprire i cortili e i giardini. Oggi, invece, si gioca unicamente sulla sicurezza: se un adolescente va a giocare a pallone nei posti sbagliati, si finisce per chiamare le forze dell'ordine invece di gioire perché non è davanti a uno schermo.
Sembra che l'intento delle recenti proposte sia vietare i social per impedire ai ragazzi di organizzarsi in attività violente. Cosa ne pensa?
La rete oggi è anche il luogo in cui si strutturano comunità, si fa comunicazione e si sviluppa il dibattito politico giovanile. Privare i ragazzi di questi spazi senza offrire alternative reali dimostra una profonda incomprensione del mondo giovanile. Le nuove generazioni sono cresciute con un forte disincanto verso il futuro e con una motivata sfiducia negli adulti, che vedono spesso troppo impegnati sui propri dispositivi o sulla propria immagine per essere punti di riferimento credibili. Ciononostante, dimostrano grande sensibilità verso i temi collettivi.
Spesso si accusano i social di contribuire alla crescente disperazione e rabbia giovanile. Qual è la sua lettura?
Premetto che condanno fermamente ogni forma di violenza. Ma la disperazione giovanile non dipende dai social o dall'intelligenza artificiale. Dipende da una società che ha sdoganato la violenza a ogni livello. Viviamo in una realtà in cui abbiamo normalizzato la guerra e il conflitto acceso, e in cui la violenza e l'individualismo caratterizzano il comportamento degli adulti in ogni contesto. Invece di offrire un ascolto autentico, gli adulti liquidano la questione attribuendo le colpe alla musica trap, ai videogiochi o ai social network, imponendo divieti o "allenamenti alla vita" come se i ragazzi fossero criceti. In realtà, per molti ragazzi la rete rappresenta un contenitore emotivo per la rabbia che, se uscisse dalla dimensione digitale per riversarsi nel reale, potrebbe diventare devastante.
Cosa intende?
La violenza di piazza o l'esasperazione sono il segnale di una disperazione profonda. Quando un giovane è disperato e sente di non aver nulla da perdere, che sia rompere una vetrina, fare del male o far del male a se stesso, l'origine della violenza risiede nella stessa assenza di prospettive. Peraltro, la sofferenza giovanile viene messa al centro del dibattito mediatico solo quando si traduce in episodi di cronaca con armi o violenza manifesta. Nessuno dedica la stessa attenzione al fatto che da oltre dieci anni la principale modalità di espressione del disagio nei giovani maschi sia il ritiro sociale – l'equivalente dei disturbi della condotta alimentare tra le ragazze – o al fenomeno degli atti autolesionistici e dei suicidi.