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La storia di Marios: “Passavo 14 ore al giorno attaccato al telefono. Ora sono finito in terapia”

Marios è un personal trainer, lavora a Londra. Dopo essersi accorto di passare troppo tempo davanti al suo smartphone ha deciso di seguire un percorso di terapia in 12 sedute dedicato proprio alla dipendenza da smartphone. Parliamo di un tema molto discusso negli ultimi mesi, su cui esistono già diverse proposte di legge.
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C’è un’espressione che sta tornando spesso quando si parla di social network: “Big Tobacco Moment”. Storicamente il Big Tobacco Moment è la fase in cui i consumatori hanno capito le conseguenze del tabacco sulla salute. Ora si parla di “Big Tobacco Moment” per i social network tutte le volte che emerge qualcosa in più sui loro effetti, come è successo nel processo che si è tenuto nel tribunale di Los Angeles questa primavera. Da una parte erano schierate le Big Tech che rappresentano i social e le piattaforme, dall’altra circa 1.600 utenti che hanno voluto dimostrare gli effetti della dipendenza da social network. Il caso raccontato dalla BBC è un po’ più complesso. Marios è un uomo, attorno ai 40 anni. Lavora come personal trainer, a Londra. Alla giornalista Ruth Clegg ha spiegato che da qualche tempo ha capito di avere un problema con il suo smartphone, tanto da aver deciso di cominciare un ciclo di 12 sedute di terapia. L’esordio dell’intervista è abbastanza esplicativo: “È una sensazione che provo da molti anni: questo bisogno incontrollabile di stare al telefono. È come portarsi dietro il proprio spacciatore personale”.

In effetti gli screenshot lo confermano. Il problema comincia da Instagram: Marios dice che è “la sua rovina”. E poi ricade sulle altre app. “La mia medicina è sempre in tasca, lampeggia, emette segnali acustici e mi ricorda di prenderne una dose”. Durante il processo a Los Angeles anche KGM, una delle querelanti, aveva sollevato lo stesso problema. Nel suo caso la dipendenza era ancora più accentuata: parliamo di 16 ore al giorno passate solo su Instagram. Un uso che Adam Mosseri, capo di Instagram, aveva definito “problematico” ma non una dipendenza.

Il problema della dipendenza da social network

Certo, è molto difficile che i social network siano in grado di provocare tumori ai polmoni o alla bocca. Quello che rimane da capire sono gli effetti cognitivi, come possono cambiare il modo in cui percepiamo noi e gli altri, le nostre relazioni e anche la gestione dei flussi di dopamina. Difficile fare studi scientifici sul lungo periodo: pensate all’età che hanno i social network che usiamo adesso. Facebook è nato nel 2004, Instagram nel 2010 e TikTok nel 2016. E tutti sono molto cambiati quando hanno integrato i meccanismi di raccomandazione.

Se prima erano spazi in cui raccontarsi e sbirciare cosa facevano gli altri, con il tempo sono diventati delle piattaforme di contenuti verticali definiti dall’algoritmo. Ogni volta che facciamo swipe verso il basso è un po’ come tirare la leva di una slot. Possiamo trovare il contenuto più in linea con le nostre aspettative oppure quello più deludente della giornata. Nell’ultimo anno il tema è arrivato sul banco dei governi, soprattutto in Occidente.

Alcuni Paesi hanno vietato l’uso dei social network per gli utenti più giovani, a partire dall’Australia. Altri invece stanno discutendo proposte di legge. In Italia ci sono discussioni aperte sul divieto di social per gli utenti più piccoli e anche una proposta di legge sulla dipendenza algoritmica, firmata da Lorenzo Basso e Antonio Nicita. Tra i punti di questa proposta c’è anche il blocco dello scrolling infinito, quel sistema per cui dopo ogni video sui social ne possiamo sempre trovare un altro.

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