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“Ruba gli articoli, danni per miliardi di dollari”: la causa del New York Times contro ChatGPT

Da tempo si è aperto un dibattito controverso sui diritti d’autore. I chatbot hanno aperto nuove domande sulla proprietà intellettuale, e la denuncia contro OpenAI e Microsoft potrebbe diventare un precedente importante.
A cura di Elisabetta Rosso
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Il problema è sempre lo stesso. L'intelligenza artificiale (IA) per essere addestrata ha bisogno di milioni di testi e immagini prodotti da altri. Ingerisce, rielabora, e poi sputa fuori contenuti che aprono un grande interrogativo sul diritto d'autore. Ora, il New York Times ha aperto un nuovo fronte per combattere l'utilizzo non autorizzato dei dati da parte dell'IA.

La testata ha citato in giudizio OpenAI, la società madre di ChatGPT, e Microsoft, per violazione del copyright. Secondo la causa le aziende avrebbero utilizzato milioni di articoli pubblicati dalla testata per addestrare l'intelligenza artificiale. "Hanno cercato di sfruttare gratuitamente i grandi investimenti del Times", si legge nella denuncia. OpenAI e Microsoft sono anche accusati di "usare gli articoli e contenuti non a pagamento per realizzare prodotti che sostituiscono la testata sottraendole il suo pubblico".

Non solo, il New York Times nella causa ha anche sottolineato di aver subito “miliardi di dollari di danni legali ed effettivi” per l'uso illegale dei suoi contenuti. Ha anche chiesto di distruggere qualsiasi modello di chatbot che utilizza articoli e video della testata protetti dal copyright. Da tempo si è aperto un dibattito controverso sui diritti d’autore. I chatbot hanno aperto nuove domande sulla proprietà intellettuale, e ora la causa del Times potrebbe stabilire un precedente importante per definire un quadro legale per l'intelligenza artificiale.

Un problema per il giornalismo

Il Times ha anche spiegato di aver già sollevato il problema con Microsoft e OpenAI ad aprile, chiedendo "una risoluzione amichevole", nonostante il tentativo "non è stato possibile raggiungere alcuna soluzione". Oltre al problema della proprietà intellettuale, secondo il Times, ChatGPT e altri bot di intelligenza artificiale potrebbero essere potenziali concorrenti nel settore delle notizie.

In realtà sta già succedendo, la testata tedesca Bild ha licenziato i suoi giornalisti sostituendoli con l'intelligenza artificiale, e anche la testata CNET ha deciso di usare i chatbot per scrivere articoli e tagliare i costi. Alcuni organi di informazione, invece, hanno già accettato che l'IA venga addestrata con i loro contenuti. Tra questi Associated Press, e Axel Springer, che hanno infatti stretto un accordo a luglio con OpenAI.

Le allucinazioni dell'IA

La causa sottolinea anche come le cosiddette "allucinazioni" dell'intelligenza artificiale, le fake news prodotte dai chatbot e attribuite a fonti prestigiose, potrebbero causare un danno d'immagine. “Se il Times e altre testate giornalistiche non riusciranno più a produrre e proteggere il loro giornalismo indipendente, si creerà un vuoto che non potrà essere riempito da nessun computer o intelligenza artificiale”, si legge nella denuncia. E aggiunge: “Si produrrà meno giornalismo e il costo per la società sarà enorme”.

Le fake news dei chatbot

Due rapporti pubblicati da NewsGuard e da ShadowDragon (entrambe società che tracciano la disinformazione online), mostrano come la tecnologia stia creando un nuovo panorama per le fake news. A maggio, sono stati trovati 125 siti web che diffondevano notizie false generate con l'intelligenza artificiale. Reportage, notizie, consigli su moda, stile di vita, informazioni di celebrità. Alcuni sono stati anche tradotti in lingue diverse (ceco, cinese, francese, inglese, portoghese, tagalog e thailandese). Sono stati trovati anche oltre 50 articoli scritti dall'IA che offrono consigli medici.

"I consumatori di notizie si fidano sempre meno delle fonti di notizie in parte a causa di quanto sia diventato difficile distinguere una fonte generalmente affidabile da una fonte generalmente inaffidabile", ha spiegato Steven Brill, amministratore delegato di NewsGuard. "Questa nuova ondata di siti creati dall'intelligenza artificiale renderà solo più difficile per i consumatori sapere chi sta fornendo loro le notizie, riducendo ulteriormente la fiducia".

Non è l'unica causa

Il 13 gennaio 2022 già tre artiste, Sarah Andersen di Portland, Kelly McKeran di Nashville, e Karla Ortiz, di San Francisco, avevano avviato una causa legale negli Stati Uniti “per rappresentare una categoria di migliaia di colleghi colpiti dall'intelligenza artificiale generativa”. L’accusa era di sfruttare le opere degli artisti, senza il loro permesso e senza riconoscere una percentuale di guadagno, per addestrare i generatori di immagini.

Anche Getty Images, la più grande azienda statunitense di illustrazioni, foto e filmati, aveva avviato "un procedimento legale presso l’Alta Corte di giustizia di Londra contro Stability Ai", sostenendo che l’azienda avesse violato alcuni diritti d’autore "su contenuti di proprietà di, o rappresentato da, Getty Images”.

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