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Le banche stanno perdendo miliardi di dollari per i “capricci” di Elon Musk

A ottobre 2022 Morgan Stanley, Bank of America, Barclays e altre holding bancarie hanno finanziato l’acquisto di Twitter, avrebbero dovuto scaricare il debito subito dopo l’entrata di Musk, eppure dopo un anno non sono ancora riusciti a liberarsene, e dovranno venderlo a un valore più basso.
A cura di Elisabetta Rosso
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È passato un anno. A ottobre 2022 Elon Musk entrava nel quartier generale di Twitter (ora X) con un lavandino in mano, nel giro di pochi giorni ha licenziato metà del personale, rivoluzionato l'area moderazione, e trasformato il social in una terra selvaggia. Ora le banche che hanno finanziato l’acquisto da 44 miliardi di dollari stanno ancora cercando di contenere i danni ai loro bilanci. Tra queste ci sono Morgan Stanley, Bank of America, Barclays, BNP Paribas, Société Générale e Mizuho. Se tutto fosse andato secondo i piani avrebbero scaricato il debito sulle società di investimento di Wall Street subito dopo il prestito, eppure l'arrivo di Elon Musk, e le sue scelte poco ortodosse, hanno raffreddato l'entusiasmo degli investitori, e così le banche sono state costrette a tenere il debito sui loro bilanci, con un valore più basso. In cifre si traduce in centinaia di milioni persi, soprattutto per quelle holding come Morgan Stanley, Bank of America, Barclays e MUFG, che possiedono le quote più consistenti.

È anomalo per una banca trattenere il debito per un anno, un tempo lunghissimo per i ritmi del mercato finanziario, ora stanno cercando di liberarsene, come ha spiegato il Wall Street Journal. Eppure non è detto che la manovra vada a buon fine, innanzitutto devono assicurasi il rating da agenzie specializzate, come Standard & Poor's, Moody's e Fitch Ratings, (il rating è un metodo utilizzato per valutare sia i titoli obbligazionari, sia le imprese stesse, in base al loro rischio finanziario e rischio di credito). Se la valutazione è bassa allora sarà ancora più difficile per le banche vendere il debito, soprattutto senza subire perdite ancora più pesanti rispetto a quelle previste.

Il debito di Elon Musk

Il prestito per acquistare X avrebbe dovuto essere un affare per le banche, se infatti fossero riusciti a vendere il debito nei tempi previsti (quindi dopo il prestito fatto a Musk) avrebbero guadagnato decine di milioni di dollari. Invece l'incapacità di rivenderlo è diventato un macigno che pesa ancora dopo un anno. Secondo i banchieri la colpa è la "gestione capricciosa" di Elon Musk, che con le sue decisioni impulsive e impopolari ha allontanato investitori e inserzionisti. Il debito invenduto di X è infatti tra gli accordi “immobilizzati” più grandi e più longevi. Come spiega il Wall street Journal il pacchetto di debito di Musk era composta da 6,5 miliardi di dollari in prestiti a termine, 6 miliardi di dollari divisi equamente tra obbligazioni garantite e non garantite e una linea di credito rotativa di 500 milioni di dollari.

Tutti i problemi di X

Lo stesso Musk a luglio ha spiegato: “Siamo ancora generando un flusso di cassa negativo a causa di un calo del ~50% degli introiti pubblicitari, oltre che un pesante carico debitorio in eredità".  Ha poi aggiunto: "Twitter ha bisogno di arrivare a un flusso di cassa positivo prima di poterci permettere il lusso di qualsiasi altra cosa”. Già nel periodo tra aprile e maggio gli introiti pubblicitari di Twitter avevano toccato gli 88 milioni di dollari, in discesa dell’59% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

Come dicevamo, a partire da ottobre 2022 Musk ha rivoluzionato Twitter. Ha licenziato buona parte dell'area di moderazione, sostituito l'ufficio stampa con un programma che invia automaticamente l'emoji della cacca, fomentato i gruppi transfobici in nome di una liberà di parola. Non solo, ha anche inserito le spunte blu a pagamento, che hanno dato credibilità ad account falsi di Gesù, profili parodia, propaganda pro Cremlino o filonazista. La spunta non solo dà lustro al profilo ma, come ha spiegato proprio Musk, permette di avere anche maggiore visibilità su Twitter, sia nel feed, sia nella ricerca.

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