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Covid 19
12 Gennaio 2022
12:57

Perché non è una buona idea contagiarsi deliberatamente con Omicron per essere libero dal Covid

Anche con una variante che può comportare un rischio del 15-20% inferiore di ricovero in ospedale, il rischio è quello di ammalarsi e mettere a repentaglio la propria vita e quella degli altri.
A cura di Valeria Aiello
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Contagiarsi deliberatamente, per diventare immuni (e ottenere il super green pass). È questa la moda – o meglio la follia – che spopola tra i non vaccinati, specialmente ora che le autorità sanitarie hanno introdotto l’uso obbligatorio della certificazione rafforzata per viaggiare sui mezzi pubblici e svolgere una serie di attività sociali. Li chiamano “Covid party”o “Corona party” e sono un fenomeno che va avanti da mesi in luoghi che diventano spazi di “contagio programmato”: persone sane che per un paio d’ore si ritrovano con persone positive al coronavirus per contrarre l’infezione, in modo da ottenere il pass sanitario senza vaccino. Con il rischio di ammalarsi gravemente, aver bisogno di un ricovero in ospedale e mettere a repentaglio la propria vita e quella degli altri. Ma qual è la probabilità che l’infezione progredisca verso una forma grave o letale della malattia? E quali sono gli elementi che aumentano questa probabilità?

Quanto è letale il virus?

La pericolosità dell’infezione non è la stessa per tutte le persone ma varia a seconda di una serie di fattori di rischio. Il primo fattore è quello relativo dell’età, in quanto un’evidenza ampiamente dimostrata è che l’impatto della malattia cresce in maniera sostanziale con il suo avanzare. Un altro aspetto decisivo nella predizione di condizioni cliniche gravi sono le comorbidità, cioè la presenza di patologie diverse in una stessa persona, che costituiscono un fattore di rischio anche nei più giovani, compresi bambini e adolescenti. Ad esempio, un’indagine condotta negli Stati Uniti su oltre 43mila pazienti Covid di età inferiore ai 18 anni, visitati al pronto soccorso o ricoverati in ospedale, ha riscontrato che quasi il 30% aveva una condizione cronica sottostante e che i fattori di maggior rischio per il ricovero o per la malattia severa sono il diabete di tipo 1, l’obesità, le anomalie cardio-circolatorie e l’epilessia.

Anche un’altra analisi, condotta sempre negli Stati Uniti su oltre 1,3 milioni di casi positivi nei non vaccinati, ha evidenziato che le malattie cardiovascolari, il diabete e le malattie polmonari croniche sono fattori di rischio che aumentano la probabilità di contrarre il Covid-19 in forma severa, indicando che il tasso di ospedalizzazione tra coloro che presentano comorbidità è di sei volte superiore rispetto chi non presenta gli stessi fattori di rischio, e che queste stesse persone hanno un rischio di morire di dodici volte superiore. Oltre ad età e comorbidità, diversi altri studi hanno evidenziato che anche il sesso, l’etnia, la predisposizione genetica sono tutti elementi che possono rendere severi, critici o fatali gli effetti dell’infezione, che può progredire in manifestazioni respiratorie acute, sino alla polmonite grave e alla morte.

Volendo tradurre in percentuali queste premesse, possiamo ricorrere ai dati dell’Istituto Superiore di Sanità su letalità media (2,4%) e i decessi per fasce di età in Italia, come riassunto nella seguente tabella elaborata dall’Istituto Spallanzani di Roma.

Alla pericolosità dell’infezione, che nel caso di Omicron potrebbe comportare una probabilità dal 15% al 20% inferiore di finire
in ospedale rispetto alla variante Delta, si aggiunge anche il rischio di Long Covid, ovvero di continuare ad avvertire sintomi a 12 settimane o più dal contagio. Tra i più comuni ci sono affaticamento, mancanza di respiro, disfunzioni cognitive e altre condizioni che generalmente hanno un impatto sulla vita di tutti i giorni. Ne parlavamo anche qui, riassumendo l’ormai consistente letteratura sul Long Covid.

Tra i diversi studi, un’indagine britannica che ha seguito per circa 5 mesi oltre 1.000 pazienti dimessi dall’ospedale e che ha evidenziato come solo il 29% dei guariti abbia riferito di aver pienamente recuperato il proprio stato di salute. Sempre in Gran Bretagna, un altro studio su quasi 50.000 pazienti dimessi dall’ospedale ha mostrato che nei 140 giorni successivi all’infezione un paziente su cinque è stato nuovamente ricoverato, e uno su dieci è deceduto, con percentuali rispettivamente quattro e otto volte superiori rispetto al rischio atteso in persone della stessa età e con le stesse condizioni mediche ma che non avevano avuto l’infezione.

Oltre a tutto ciò, è anche bene ricordare che contrarre l’infezione non significa necessariamente essere immuni al Covid, dal momento che a seguito della comparsa delle nuove varianti virali sono state chiaramente documentate reinfezioni, in particolare ad opera delle principali varianti di preoccupazione (VOC, variants of concern): Alfa, Beta, Delta, Gamma e Omicron. In altre parole, una precedente infezione non elimina il rischio di contrarla nuovamente, come suggerito dai dati sull’immunità protettiva che emergono dalle attività di ricerca e che indicano come, oltre alla durata variabile tra i 5 e i 12 mesi, l’immunità conferita da un precedente contagio non sia sufficientemente protettiva nei confronti di varianti diverse rispetto al ceppo che ha causato l’infezione.

Decidere quindi di contagiarsi volontariamente per essere "liberi dal Covid" non è solo una pessima idea ma può avere una serie di risvolti più o meno seri che chi ricorre a questo pericolosissimo stratagemma molto probabilmente non immagina neppure. 

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