Nicole Poggi, a 27 anni in Guatemala per gli animali selvatici: “Ho pianto quando ho liberato una scimmia”

Classe 1999, romagnola, Nicole Poggi sogna da sempre di fare la veterinaria. Non in ambulatorio, ma nella natura più selvaggia, per curare gli animali selvatici. Negli ultimi tre mesi è stata in Guatemala per un tirocinio post-laurea in un centro di recupero e conservazione degli animali selvatici: è partita a febbraio dopo nemmeno due mesi dalla laurea in Medicina Veterinaria di Teramo.
Quando ci risponde al telefono è ancora lì: da lei sono le sei di mattino, sotto la sua voce si sente il rumore fitto degli uccelli che cinguettano all'alba. Poteva raggiungerci solo in quell'orario perché da lì a poco avrebbe iniziato la sua giornata in struttura, tra gli animali della foresta. A Fanpage.it ha raccontato la sua storia.
Cosa ci fai in Guatemala?
Sto svolgendo il mio traineeship post-laurea. Cercavo una realtà che mi permettesse di fare esperienza subito dopo la laurea in medicina veterinaria, anche perché per diventare veterinaria di animali selvatici non c’è un percorso delineato, quindi la strada devi costruirla in parte da solo e ci vuole molta determinazione.
Perché proprio in questo Paese?
Non avevo in mente un Paese specifico in cui andare. Il mio sogno è viaggiare e conoscere la natura che c’è in ogni angolo del mondo. L'unica cosa per me fondamentale era trovare un centro con una forte impronta etica. In questo mondo bisogna stare attenti: molti si professano centri di recupero ma sono attrazioni per turisti dove l'animale è a disposizione per foto e selfie, ma se vuoi il bene dell'animale, il contatto con l'uomo non può esserci, se non nella misura in cui serve per curarlo e aiutarlo a reinserirsi nel suo habitat. Per trovare un posto simile io ho inviato oltre 100 mail e alla fine ho scelto il centro più vicino al mio modo di essere e di intendere questo lavoro. Mi sono laureata a dicembre e a febbraio ero già qui.
Di cosa ti occupi?
I veterinari e i volontari del centro collaborano con gli enti governativi che confiscano gli animali sottratti al traffico illegale. A volte sono gli operatori stessi del centro che vanno a recuperarli, altre volte è la polizia forestale a portarli qui. Ci occupiamo di curare, stabilizzare e accompagnare nella riabilitazione gli animali feriti con l'obiettivo ultimo di rimetterli in libertà nel loro habitat naturale.
Ti definisci "veterinaria degli animali selvatici". Da dove nasce questa scelta?
È un sogno che arriva da molto lontano. Io dico sempre che sono nata sentendomi veterinaria, nel senso che sento di voler fare questo da quando ho memoria. Mia mamma dice che da bambina alla domanda "cosa vuoi fare da grande" ho sempre risposto allo stesso modo: “La veterinaria”.
Perché proprio gli animali selvatici?
Mi sono sempre immaginata così, non l'ho deciso crescendo. Da sempre quando pensavo alla figura della “veterinaria” mi veniva in mente l’immagine di una persona che cura gli animali nella foresta o nella savana. Non è mai esistito nella mia mente l'ambulatorio con cane e gatto, ma il lavoro nella natura. Ogni scelta della mia vita, fin dalla scuola superiore, è stata finalizzata a questo obiettivo.
Finora in questi mesi in Guatemala di quali animali ti sei occupata?
Ovviamente io qui sto facendo un tirocinio, quindi sto qui per imparare e aiutare nella gestione degli animali ricoverati. In questi mesi sono arrivati tanti animali. Scimmie feriti dai bracconieri, pappagalli con le piume delle ali tagliate, ma anche opossum, cerbiatti, tucani, cervi. Spesso la causa, diretta o indiretta, delle loro ferite è proprio il bracconaggio e il traffico illegale di animali. Tra le vittime più colpite ci sono proprio le scimmie. Spesso, per prendere i cuccioli di scimmia i bracconieri uccidono la madre. Questo lascia il cucciolo disadattato e oltre a danneggiare lui e il suo sviluppo crea un danno riproduttivo alla specie.
Qual è la tua giornata tipo?
Vivo nel mezzo della foresta a due passi dal centro di recupero. Mi sveglio, percorro un breve sentiero e arrivo alla struttura. Qui, oltre alla clinica vera e propria ci sono tutti gli ambienti dedicati alla degenza degli animali. La mia giornata si divide tra la dimensione più clinica e la gestione degli alloggi per gli animali. Mi occupo sia della pulizia degli ambienti che dell'alimentazione degli animali. La giornata inizia con il primo turno, alle 6:30 della mattina, poi c'è quello delle 11:00 e infine quello delle 14:00. So che pulizie e alimentazione non sono compiti che rientrano nell'immaginario comune del veterinario, ma sono fondamentali: un ambiente pulito e una dieta corretta sono alla base di qualsiasi forma di cura.
Qual è stato l'incontro che ti ha colpito di più a livello emotivo?
Qualche settimana fa siamo andati a recuperare una scimmia ferita. Purtroppo spesso le scimmie che hanno perso la mamma perché uccisa dai bracconieri si avvicinano per cercare del cibo, esponendosi a contesti per loro pericolosi. In questo caso la scimmia era stata morsa da un cane sulla coda. Dopo averla recuperata, l'abbiamo operata e una volta che si è ripresa del tutto, l'abbiamo liberata. Io stessa ho aperto la gabbietta.
Cosa hai provato?
Quello è stato il primo rilascio che ho seguito in prima persona ed è stato davvero emozionante. Mi sono guardata da fuori e mi sono detta: "Sei dentro a un documentario, la tua vita è quella che sognavi da bambina". Quella consapevolezza mi ha fatto commuovere.
Cosa significa per te il tuo lavoro?
Per me essere veterinaria non è solo un lavoro, è una parte integrante di me. L’importanza di esserci per questi animali, di curarli, non solo in termini clinici, ma in ogni aspetto. Per questo sono felice anche quando mi occupo della pulizia dei loro ambienti o del loro cibo. Così come per me è fondamentale stare vicino agli animali anche dopo gli interventi, non solo durante l'atto clinico.
Non è stato difficile passare da una città a vivere nella foresta?
No, in realtà no. Probabilmente perché la missione di curare gli animali selvatici è molto più forte di qualsiasi eventuale difficoltà pratica. Io stessa da sempre mi sento una cosa sola con la natura, in un certo senso anche io mi sento un "animale selvatico". E penso che mai come in questo momento c'è bisogno di curare la natura e riconnettersi con essa. Però riconosco che vivere nella natura richiede una certa forma di apertura perché potrebbe non essere facile per tutti.
Raccontaci meglio.
Parliamo comunque di una vita nella foresta, una vita non sempre comoda nel senso tradizionale del tempo, fatta di cibo povero, con qualche difficoltà in più. A volte ad esempio non c'è l'acqua calda. Ma paradossalmente questa è la mia vera comfort zone. Non mi sento a mio agio nel cemento.
Tornerai in Italia dopo questa esperienza?
Tornerò perché deve completare il mio percorso e fare l'esame per l'abilitazione. Voglio specializzarmi nelle tecniche di fisioterapia e traslarle nella cura degli animali selvatici. Il mio obiettivo è infatti continuare a viaggiare e occuparmi degli animali selvatici. Purtroppo la strada non è facile perché non esiste un percorso già preconfezionato da seguire. Poi, anche a livello di opportunità economiche il campo è complesso perché è composto per lo più di ONG e no-profit. So che non sarà semplice ma sono determinata a riuscirci.