Il caso Phica non è finito, un nuovo sito pubblica foto di donne senza consenso: nelle stanze di Slut Room

Abbiamo scoperto un nuovo sito dove vengono pubblicate foto intime di donne senza consenso. Ci abbiamo passato un mese. Qui le vittime vengono trasformate in oggetti da commentare e umiliare. I loro dati personali vengono condivisi dagli utenti: nomi, profili e contatti sono a disposizione di chiunque voglia incontrarle, anche dal vivo.
A cura di Elisabetta Rosso
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La scritta “stanze invisibili” lampeggia in rosso in alto a destra. Clicco. Apro. Compare un elenco. Foto in anteprima, titoli brevi, violenti:  “Mostro le mie vacche”. “Teen 14-16”. “La figlia della mia compagna per voi”. “Chi si segna sulla mia amica cessa?”. Passano pochi secondi. Le stanze, le "Slut Room" come vengono chiamate, spariscono. Ricarico. Ne compaiono di nuove. Entro. Mi trovo di fronte a un catalogo di donne nude, in pose esplicite, accanto una scheda simile a un menù con nome, cognome, abitudini sessuali, violenze subite. Come se si trattasse di prodotti. Non persone. Scorrendo leggo titoli come: “Umiliate mia sorella” , “Sbo**ate sulla mia figliastra”. Album di bambine classificati come “Carne fresca”. Ogni minuto nascono decine stanze. È una produzione continua. Una catena di montaggio senza pause.

Non è un sito isolato. L’abbiamo già visto con piattaforme come “Phica”, “Mia Moglie”, “Cum Tribute Italia”, “Ragazze VIP italiane”. Nel 2025 diversi casi sono emersi in Italia: forum e gruppi dove uomini condividevano immagini intime di donne senza consenso. Le autorità sono intervenute, alcuni spazi sono stati chiusi, ma il fenomeno non si è fermato.

Non abbiamo mai smesso di cercare, monitorare. Di entrare e uscire da forum, gruppi, piattaforme che cambiano nome, dominio, forma. Perché ogni volta che uno sparisce, un altro prende il suo posto. E quello che abbiamo trovato questa volta è un salto di livello. Più violento. Più organizzato. Più spaventoso. Ma com'è possibile che dopo i casi mediatici di questa estate, gruppi e forum simili continuino ad esistere? Che addirittura diventino più estremi. Non c'era una legge per limitare questi fenomeni? La normativa UE che aveva portato alle chiusure non funziona più e perché?

La redazione ha scelto di non pubblicare il nome del sito per evitare fenomeni di emulazione e di non contribuire alla sua diffusione. Nel servizio viene quindi utilizzata esclusivamente la denominazione adottata dagli utenti: “slut room”.

Il catalogo della violenza

Siamo stati un mese dentro queste stanze, le cosiddette "Slut Room", la traduzione esatta è "Stanze delle Tro*e". Qui gli utenti condividono album intitolati “le mie putta*e”, con foto di mogli e figlie. Altre organizzate per territorio: “Vacche da Torino”, “di Firenze”, “di Milano”. Il meccanismo è semplice. Chiunque può creare una stanza temporanea. Dura circa dieci minuti. Carichi foto. Scegli un titolo. Pubblichi. Poi sparisce. Il sito è internazionale ma abbiamo trovato moltissimi contenuti su donne italiane. Dentro questo nuovo forum abbiamo trovato di tutto. Immagini pornografiche generate con intelligenza artificiale. Ma soprattutto contenuti reali. Foto scattate in bagno. In camera da letto. In cucina. In spiaggia. Molte sembrano riprese con telecamere nascoste. Esistono intere sezioni dedicate agli “scatti spy”. Sotto le immagini, commenti come: “La cagna non sa che la spio in camera. Ne volete altre?”

Abbiamo trovato mogli, madri, fidanzate, ex, amiche, colleghe, donne incinte, figlie e figliastre. Abbiamo trovato anche adolescenti e bambine suddivise in categorie specifiche. La stanza dai “1-7 anni”, “10 anni”, “teenager minorenni”. Ci sono foto di bambine in costume, sul divano con la madre, al parco giochi, fotografate in un giardino con piscina. Sotto le foto scrivono: “Carne fresca.” Non solo. Ci sono stanze dedicate a fetish, piedi, bondage. Altre in cui gli utenti urinano o defecano sulle immagini stampate delle donne. E poi il “Cum Tribute”: uomini che si masturbano sulle foto pubblicate. Nei commenti si leggono frasi come: “Cerco chi ha postato l'altro giorno la raga del mio migliore amico e la mia amica per tornare a segarcele”. “Chi la riconosce avrà un premio.” “Condivido i suoi social e il numero” .

E qui entriamo in un altro spazio. Non è più solo umiliazione. È doxxing. È esposizione pubblica di dati personali e sensibili.  E infatti, dentro le stanze abbiamo anche trovato le “carte di identità.” Schede identificative, tabelle con nome, cognome, taglia del seno. A volte indirizzi, numeri di telefono, profili social. Una sezione è dedicata alle abitudini sessuali: orale, anale, bisessualità, sesso in pubblico. Un’altra alle violenze subite. E infine una casella con una domanda da barrare: “Sa di essere stata messa online?

Dentro le stanze invisibili

Quello che abbiamo trovato lì dentro basta già a spiegare perché questo forum è la versione estrema di alcuni siti chiusi nel 2025. Per dimensione. Per violenza. Per la presenza di contenuti pedopornografici e per la quantità di dati personali esposti. Ma il punto non è solo cosa viene pubblicato. È come. C’è un elemento chiave che rende questo sistema ancora più difficile da contrastare. Le stanze spariscono. Dopo circa dieci minuti, tutto viene cancellato. In realtà, in quei dieci minuti, le immagini vengono salvate, condivise, commentate. Viene salvato localmente. Ricaricato altrove. Le immagini si spostato su gruppi privati, chat chiuse, archivi paralleli. Funziona come una vetrina. Il sito stesso si presenta come un servizio “sicuro e riservato”. Un hosting temporaneo.

Ed è proprio questo il punto di forza del sistema. Secondo l’Europol, i servizi che utilizzano contenuti effimeri e anonimato rendono le indagini molto più complesse, perché riducono la quantità di prove disponibili e il tempo utile per intercettarle. Le tracce digitali diventano frammentarie, discontinue. È un’architettura pensata per sfuggire. Non lascia archivi pubblici. Non crea memoria. Ogni stanza è isolata. Temporanea. Scollegata da quella prima e da quella dopo. E questo rende molto difficile ricostruire lo schema completo degli abusi.

La cultura dentro ai forum

Lo schema è ricorrente. Un forum pieno di uomini che si eccitano a “vendere” le loro donne. Non solo mogli o fidanzate. Ma anche ex, sorelle, amiche, colleghe. E a volte figlie. L’eccitazione non sta solo nelle immagini. Sta nel gesto. Oggettivizzare. Umiliare. Esporre. Trasformare una persona in qualcosa che si può scambiare. Una merce.

Ma il contenuto non è solo visivo. È ideologico. Dentro questi spazi circolano idee sulla sottomissione della donna, sulla gerarchia di genere, sulla normalizzazione della violenza.  Frasi come: “Le donne vanno trattate come vacche.”  “Sono solo carne per procreare.” Non sono provocazioni isolate. Sono un linguaggio condiviso. Secondo l’European Institute for Gender Equality, questi ambienti contribuiscono a rafforzare stereotipi e dinamiche di dominio che possono aumentare il rischio di molestie, stalking e violenza reale. Non è solo quello che succede dentro il forum. È quello che esce da lì.

Il business della violenza

Infine c’è il denaro. Il sito monetizza. Donazioni. Pubblicità. Ogni click ha un valore. Ogni immagine genera traffico. Ogni contenuto estremo attira più utenti. È un modello economico costruito sull’abuso. Le piattaforme che ospitano contenuti degradanti o non consensuali contribuiscono a una forma di sfruttamento digitale, in cui il corpo delle donne diventa una risorsa economica senza alcun controllo o consenso. Più traffico. Più contenuti estremi. Più guadagni. Quello che abbiamo davanti non è solo un sito. È un ecosistema. Fatto di anonimato, tecnologia e impunità. Che trasforma la violenza in contenuto. E il contenuto in business.

Perché è così difficile bloccare questi siti

Sulla carta esistono già norme come il Digital Services Act, che obbligano le grandi piattaforme a intervenire rapidamente sui contenuti illegali, ma nella pratica i meccanismi di segnalazione sono spesso complicati, poco chiari e a volte persino scoraggianti. Non solo. Come dicevamo all'inizio le leggi in Italia ci sono: contro la condivisione di materiale non consensuale, la legge 132/2025 (in vigore dal 10 ottobre 2025) contro i deepfake e dal 2024 c’è una direttiva europea sulla lotta contro la violenza di genere.

Ma restano lacune importanti, per esempio le norme non sempre dialogano tra loro   gli operatori di polizia o altri enti responsabili non sono formati. Quindi esistono strumenti ma faticano a essere davvero efficaci. E il punto è proprio questo: non è solo un problema legale. È un sistema che tiene insieme tecnologia, cultura e politica. E finché questi tre livelli non vengono affrontati insieme – con leggi applicate meglio, piattaforme più responsabili e un’educazione di genere – il fenomeno continuerà ad adattarsi e a crescere bypassando qualsiasi tentativo di fermarlo. 

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