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Da Milano a Venezia in kayak, la sfida estrema di Gabriele: “Ho bevuto l’acqua del Po e navigato con la febbre”

Cinquecento chilometri in kayak dal centro di Milano alla laguna di Venezia, completamente solo, se non fosse per lo smartphone con cui ha raccontato la su avventura nelle acque del Po. A Fanpage.it Gabriele Arduini, 24 anni, ha raccontato il suo ultimo “viaggio estremo” e le motivazioni che lo hanno spinto a partire: “Amo il brivido che ti dà superare una sfida che non avevi mai provato prima”.
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Dalla Darsena di Milano fino alla laguna di Venezia in kayak, completamente da solo, fatta eccezione per i dieci chili di cibo liofilizzato per sopravvivere nove giorni in totale autosufficienza. Tanto ci ha messo Gabriele Arduini, classe 2002, per percorrere 500 chilometri in acqua, dal Naviglio di Milano fino al Delta del Po e poi finalmente nel Mar Adriatico, che ha risalito controcorrente fino a entrare nella laguna di Venezia.

Questo però non è il suo primo "viaggio estremo". È infatti ormai qualche anno che Gabriele lascia periodicamente la sua Milano – dove studia Comunicazione alla Statale – per partire in spedizioni atipiche, più che viaggi, vere e proprie sfide per testare e superare i suoi limiti. Prima di "RiverBound" – così ha chiamato il suo viaggio nelle acque del Po – Gabriele, insieme a un suo amico, ha percorso 160 km in autosufficienza per raggiungere il Circolo Polare Artico. Come allora, anche questa volta, la tenda e lo smartphone sono stati per lui compagni inseparabili.

"Avevo 13 anni quando ho preso in mano per la prima volta una fotocamera, 16 quando ho dormito la prima volta in tenda. Da allora ho capito che erano le due cose che più in assoluto mi piaceva fare: stare a contatto con la natura in condizioni estreme e raccontarlo per immagini". Oggi sono diventate il suo lavoro. Sui suoi profili social i video dei suoi viaggi vengono visti da migliaia – a volte milioni – di persone. Fanpage.it lo ha contatto qualche giorno dopo il suo arrivo a Venezia.

Nasce prima la passione per i video o quella per la natura?

Quella per i video è una passione che ho fin da quando avevo 13 anni, tanto che poi per un periodo l'ho fatto anche per lavoro. Anche la passione per la natura mi accompagna da sempre. Mi ha sempre affascinato l'idea di provare a cavarmela da solo nella natura, già da piccolo ad esempio mi piaceva lavorare il legno, fare cose molto manuali. Crescendo, già verso i 16, 17 anni, ho iniziato a pensare che mi sarebbe piaciuto molto provare a dormire in tenda, ma ho iniziato a farlo in modo strutturato verso i 19-20 anni, prima con i miei amici, poi sempre più spesso anche da solo.

Com'è nato il progetto di questo viaggio?

Ero appena tornato dal mio ultimo progetto, una spedizione di 160 km in Svezia, insieme a un mio amico, a temperature e condizioni estrema e in completa autosufficienza. È stato un progetto molto impegnativo che ha richiesto sei mesi di preparazione. Però sentivo che mi mancava qualcosa. Appena torno ho avuto subito sete di fare qualcos'altro, ma questa volta volevo partire da solo. Ne ho approfittato che fossi in Italia, perché fare una cosa così, da solo, dall'altra parte del mondo, non sarebbe stato il massimo della sicurezza.

Come mai proprio in kayak? 

Il kayak mi è sembrato il mezzo perfetto per buttarmi e vedere come me la sarei cavata da solo in situazioni un po' scomode. Lo conoscevo ovviamente ma non sono un grande esperto. In realtà, in tutti miei viaggi, l'ambiente e il mezzo passano in secondo piano, sono solo strumenti. La cosa più importante è sentire che un'idea, un progetto mi accenda una scintilla dentro.

Anche questa volta è andata così?

Esatto. L'idea di navigare di giorno e dormire sulle sponde di notte mi entusiasmava tantissimo. Poi ho pensato al "dove". Venezia si può raggiungere in kayak e partire dalla Darsena di Milano rendeva tutto molto particolare. Molti partono da Pavia per semplicità, perché sul Naviglio ci sono ben 12 chiuse da superare a mano. A molti questo potrebbe sembrare un buon motivo per non iniziare da lì, un ostacolo, io invece ci ho visto un ulteriore elemento di sfida.

Come hai gestito i bisogni primari come cibo e acqua?

Le mie sfide sono sempre in totale autosufficienza, questo significa che porto con me tutto il necessario e non acquisto nulla lungo il tragitto. Certo, fermarsi in trattoria a mangiare potrebbe sembrare più piacevole, ma avere tutto nel kayak mi fa sentire davvero indipendente.

Sul kayak sei riuscito a mettere cibo e acqua per nove giorni?

Per quanto riguarda l'acqua, non l'ho portata dietro perché ho bevuto quella del Po. Ovviamente ho portato con me una borraccia filtrante adatta a questo tipo di situazioni. Molti si sono scandalizzati, ma ho fatto i miei calcoli e per le quantità bevute in pochi giorni so che non sarei morto. Lato cibo, invece, ho portato con me circa 10 chili di cibo, tutto liofilizzato. È lo stesso cibo che usano i militari o gli astronauti nello spazio: basta aggiungere acqua calda per reidratarlo. È ottimo in questo tipo di esperienze perché non si deteriora, non va a male e si trova in confezioni isolanti. Quindi non c'era pericolo che si bagnasse.

Quali sono state le difficoltà impreviste più grandi durante questi 9 giorni?

Senza dubbio la pioggia. Diciamo che il meteo non è stato dalla mia parte, ho affrontato una delle settimane peggiori dell'anno. Sono rimasto ore intere bagnato a causa delle piogge incessanti. Fisicamente, poi, il primo giorno è stato durissimo: ho percorso 35 km di Naviglio e superato a mano 10 chiuse. Ma ero anche super carico perché ero all'inizio. Le parti più difficili, soprattutto a livello psicologico, sono arrivate dopo. Il terzo giorno mi sono ammalato: ho avuto la febbre alta e crampi allo stomaco per l'affaticamento e un'insolazione. Il mattino dopo non volevo partire, ma mi sono dato due sberle in faccia e sono salito in kayak con la febbre.

Non hai pensato di fermarti un giorno in tenda per riprenderti? In fondo non era colpa tua se non stavi bene…

Ci ho pensato, ho valutato anche di mollare. Ma io sono molto razionale: prima ragiono e poi agisco. In un contesto del genere non stai facendo una vacanza in cui devi stare bene a tutti i costi; stai facendo qualcosa sopra le righe. Ho fatto una valutazione di sicurezza: se ripartire mi avesse messo in pericolo di vita mi sarei fermato, ma se partire significava soltanto soffrire senza rischiare la vita, allora la scelta era continuare.

Quando sei arrivato a Venezia cosa hai provato? 

In realtà io mi emoziono soprattutto durante il viaggio, quando mi rendo conto della bellezza di ciò che sto facendo. Per me il fatto stesso di partire è già una vittoria. Quando sono solo, capita spesso che mi scappi un pianto liberatorio per esternare la fatica e la bellezza del momento.

Quando sei passato da fare semplici uscite in natura a veri e propri progetti?

È avvenuto tutto in modo graduale ma veloce. Inizialmente facevo uscite semplicissime in tenda sulle nostre Alpi, da solo o in compagnia. Poi però ogni volta volevo aggiungere qualcosa di nuovo, una sfida in più. Il punto è che non mi accontento mai di replicare la stessa esperienza. Se vado in tenda sulle Alpi e va tutto bene per due volte, alla terza mi manca quel brivido di dire: "Sai che c'è, voglio fare qualcosa di più".

Ti piace alzare l'asticella sempre un po' più in alto?

Esatto. Nei miei viaggi deve esserci un obiettivo sfidante, il superamento di un limite. Però ci tengo a precisare che l'ho sempre fatto con testa. Un conto è non aver mai dormito in tenda e buttarsi a -20 °C rischiando di farsi male; un altro è farlo gradualmente. Ma vale per tutto, non solo per il freddo. E ci tengo sempre a raccontarlo nei miei video: per alzare l'asticella devi procede gradualmente con esperienze sempre più sfidanti.

Quindi bisogna procedere per step…

Solo così puoi davvero capire come muoverti e soprattutto imparare anche a conoscere l'attrezzatura. Ci sono persone che dicono che l'attrezzatura passa in secondo piano, ma per me non è così. Se vai a -20 °C e porti il sacco a pelo sbagliato, a casa non ci torni. È oggettivo.

Perché la scelta di raccontare tutto sui social?

Perché fare video è un'altra mia grande passione. Mi è capitato di essere criticato per questo, c'è chi mi accusa di fare queste sfide solo per i social, ma non è affatto così. Io mi riprendo per prima cosa per me, per conservare un ricordo di queste emozioni. Sapere che tra dieci o vent'anni potrò rivedere quei video e rivivere esattamente le emozioni che ho vissuto durante le mi spedizione mi rende felice. I social alla fine sono un po' il mio diario.

Lo fai da sempre?

Sì, in modo più ragionato da quando ho iniziato a organizzare in modo più strutturato i miei viaggi. Ma non lo faccio con l'atteggiamento di chi vuole insegnare qualcosa, ma con quello di una persona curiosa che vuole condividere le proprie esperienze.. Io stesso sto ancora imparando e per tante cose, come la montagna, all'inizio ho dovuto imparare da zero. Ma questa è un po' la mia filosofia: sono sempre molto razionale e attento alla mia sicurezza, ma penso che sbagliare faccia parte del gioco. Il mio motto è "sbagliando si impara". Oggi la società vede l'errore come un fallimento, ma in realtà sbagliare è l'unico modo per apprendere e crescere.

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