Le foto dell’aquila divoratrice di scimmie, la più rara del mondo. Il fotografo Durigon: “Non credevo ai miei occhi”

Oggi è chiamato aquila delle Filippine, ma prima dell'ultima denominazione – arrivata alla fine degli anni '70 del secolo scorso – questo imponente e meraviglioso uccello rapace era conosciuto come aquila delle scimmie, alla luce della sua dieta che include primati come il macaco cinomolgo (Macaca fascicularis). Questa abitudine alimentare, comunque non esclusiva, è ben impressa anche nel nome comune anglosassone (monkey-eating eagle) e in quello scientifico, Pithecophaga jefferyi, dove il genere (in maiuscolo) significa letteralmente mangiatrice o divoratrice di scimmie. L'epiteto in minuscolo è invece un omaggio a Jeffrey Whitehead, padre di John, l'esploratore e naturalista britannico che scoprì la specie (come primo studioso europeo) alla fine del XIX secolo, successivamente descritta in modo ufficiale dall'ornitologo scozzese William Robert Ogilvie-Grant.
Si tratta di un animale imponente, che può arrivare a un peso di circa 8 chilogrammi e una lunghezza di oltre 110 centimetri nelle femmine più grandi. Ciò rende questo rapace l'aquila più lunga del mondo, più dell'arpia e dell'aquila di mare di Steller, sebbene queste ultime, in media, la superino in stazza e robustezza. Il dettaglio più affascinante del piumaggio risiede nella cresta marrone-biancastra che spunta dalla nuca, simile alla criniera di un leone. Gli occhi grandi di un intenso color-grigio blu associati a un possente becco le donano invece un aspetto austero, regale e finanche minaccioso, accentuato dai grandi e robustissimi artigli.
L'aquila delle Filippine è un animale praticamente leggendario per qualunque appassionato di birdwatching e fotografia naturalistica, non solo per le dimensioni e la bellezza, ma anche per la sua rarità. Non a caso è considerata “l'aquila più rara del mondo”; è classificata come in pericolo critico di estinzione (codice CR) nella Lista Rossa dell'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN). Secondo l'ultimo censimento condotto da BirdLife International nel 2025, si conterebbero soltanto dai 128 ai 924 individui adulti nelle Filippine, dove la specie è endemica. Ciò significa che vive solo qui. Non c'è da stupirsi che il suo nome sia stato cambiato con quello del Paese in cui vive e, analogamente a quanto avvenuto con l'aquila calva per gli Stati Uniti, sia diventata uccello nazionale delle Filippine.
L'areale di distribuzione comprende le isole di Leyte, Luzon, Mindanao e Samar, con quella di Mindanao dove si trova la maggior parte delle coppie. È una specie talmente protetta che i bracconieri che ne uccidono un esemplare rischiano una dozzina di anni carcere e una multa salatissima che può arrivare a sfiorare i 15.000 Euro (una cifra molto importante nelle Filippine, considerando lo stipendio medio di poco più di 300 Euro al mese). Nonostante l'estrema protezione, la popolazione è in progressiva e inesorabile decrescita soprattutto per la significativa riduzione del suo habitat naturale a causa della deforestazione, oltre che dei lentissimi ritmi riproduttivi. Ed è proprio in uno dei suoi ultimi baluardi, il Mount Kitanglad Range Natural Park sull'isola di Mindanao, che il fotografo naturalista Simone Durigon ha fatto i bellissimi scatti che trovate nell'articolo.

“Personalmente ho dedicato una parte di itinerario esclusivamente alla sua ricerca nelle foreste montane dell’isola di Mindanao”, ha affermato Simone a Fanpage.it, raccontando l'esperienza del suo viaggio nel Sud-Est Asiatico. Nonostante desiderasse moltissimo vederla – "birdwatcher e fotografi naturalisti la inseguono come un ambitissimo trofeo" – era ben consapevole dei buchi nell'acqua di tanti fotografi che l'avevano preceduto. “Quando la mia guida, estremamente competente, mi prefigurava concrete possibilità di vederla, restavo comunque scettico, conoscendo già i numerosi fallimenti che tanti altri annoveravano”, ci ha spiegato, aggiungendo però di aver mal riposto la sua scarsa fiducia. Grazie alla grande conoscenza del territorio e delle abitudini della specie, infatti, la guida gli ha “regalato” il sogno che è valso un intero viaggio dall'altra parte del mondo. “Quasi non credevo ai miei occhi”, racconta Simone dell'incontro col primo esemplare, “un’enorme femmina che volteggiava alle prime luci del giorno.” Per sua fortuna, poco dopo si è posata sul ramo di un albero gigantesco innanzi ai suoi occhi risultando era perfettamente visibile, non nascosta da rami e fogliame come spessissimo accade nelle sessioni di birdwatching e fotografia naturalistica.

“Solo qualche decina di minuti dopo è apparso anche il maschio – meno robusto – su un altro ramo dello stesso albero. Era un punto davvero impervio, scelto per nidificare ed allevare un piccolo che aveva 6 mesi e stazionava ancora nel nido senza farsi ammirare”, ci ha raccontato il fotografo ancora entusiasta per l'incontro, con le immagini ben impresse nella memoria. E per conquistare l'avvistamento, ha dovuto compiere un'escursione avventurosa nel cuore delle foreste filippine a notte fonda, aiutato dalla guida armata di machete: “Intorno all'area delle aquile c’erano solo depressioni e burroni che la separavano dalla collina dove eravamo arrivati noi ad aspettare, non senza fatiche iniziate già a notte fonda.” “Per arrivarci ci si deve svegliare attorno alle 4 del mattino – prosegue Simone – fare circa 40 minuti di auto, e col buio iniziare una scalata di un’oretta tra fango, radici esposte, vegetazione senza sentiero e sanguisughe. Niente di pericoloso ma certamente faticoso, anche se qualcuno davanti a te apre la strada col machete. In ogni caso, mai mi pentirò di una esperienza simile.” Noi non possiamo far altro che ringraziarlo per gli splendidi scatti e il racconto di questa meravigliosa avventura.