L’Atlantico nasconde 200.000 barili di scorie radioattive: 50 anni dopo una missione scopre cosa stanno rilasciando

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Uno dei barili di scorie radioattive in avanzato stato di deterioramento negli abissi dell’Atlantico. Credit: NODSSUM
Scaricati tra il 1950 e il 1990 al largo delle coste europee, i barili sono stati individuati da una missione scientifica guidata dal CNRS, che ha rilevato un avanzato stato di deterioramento e perdite di materiale radioattivo.

Nell’Atlantico, a una profondità di quasi 5.000 metri, è nascosto ciò che resta di una delle più controverse eredità dell’era nucleare. Si tratta di oltre 200.000 barili di rifiuti radioattivi, scaricati al largo delle coste europee tra il 1950 e il 1990, quando lo smaltimento in mare era considerato una soluzione per i materiali a bassa e media attività.

La convinzione era che, una volta depositati nel fondale oceanico, quelle scorie sarebbero rimaste nei fusti abbastanza a lungo da perdere la loro radioattività. Negli anni, iniziarono però a crescere i dubbi sulla sicurezza di questa pratica, fino al divieto internazionale entrato in vigore nel 1994.

I barili già scaricati si trovano però ancora sul fondo dell’oceano, in particolare nelle Pianure Abissali dell’Atlantico nord-orientale, dove una missione scientifica guidata dal CNRS, nell’ambito del progetto NODSSUM, è scesa per capire cosa sta succedendo.

Cosa stanno rilasciando i barili di scorie radioattive

Dopo quasi 50 anni dai primi scarichi, i barili di rifiuti radioattive sono in un avanzato stato di deterioramento, tanto che alcuni hanno riversato il loro materiale nelle acque circostanti. Contenevano principalmente fanghi di depurazione, rivestimenti metallici, componenti di impianti contaminati e resine a scambio ionico utilizzate per rimuovere sostanze radioattive. Nel tempo, la radioattività di questi rifiuti è diminuita significativamente, anche se alcuni radionuclidi sono ancora rilevabili.

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Mappa dei siti di scarico dei barili di scorie radioattive nelle Pianure Abissali dell’Atlantico nord–orientale. n rosso, i primi fusti individuati. Credit: NODSSUM

Le misurazioni effettuate in loco hanno confermato la presenza di radionuclidi caratteristici di questi rifiuti, a livelli di attività superiori a quelli attesi in quest’areaha precisato il CNRS. “Questi livelli rimangono comunque bassi, permettendo di manipolare i campioni senza particolari restrizioni in termini di radioprotezione. Parallelamente, sono stati raccolti campioni di acqua, sedimenti e organismi viventi al fine di studiare i meccanismi di dispersione e trasferimento della radioattività nell'ambiente”.

La missione scientifica, svolta dal 27 maggio al 28 giugno 2026, ha coinvolto circa trenta scienziati a bordo della nave oceanografica Pourquoi Pas?, da cui sono state effettuate 20 immersioni con il sommergibile con equipaggio Nautile.

L’osservazione diretta ha inoltre permesso di identificare i materiali utilizzati per incapsulare le scorie, tra cui bitume e cemento, e documentato la biodiversità presente sui fusti, nelle loro immediate vicinanze e negli habitat circostanti.

Nei prossimi mesi, i campioni raccolti saranno analizzati in laboratorio per quantificare con precisione i radionuclidi presenti e comprendere la loro interazione con gli ecosistemi abissali.

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