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Cambiamenti climatici

Il mare si alzerà di 7 metri e sommergerà città e isole: le prove in una carota della Groenlandia

Analizzando una carota di sedimenti subglaciali recuperata quasi 60 anni fa nella base militare di Camp Century, in Groenlandia, gli scienziati hanno trovato la prova del drammatico destino che ci attende a causa del cambiamento climatico.
A cura di Andrea Centini
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I risultati di un nuovo studio condotto su campioni di terreno ghiacciato della Groenlandia non solo stravolgono le nostre conoscenze sull'evoluzione della calotta glaciale dell'isola, la più grande del pianeta, ma indicano anche a quale destino andremo incontro. E non ci sono buone notizie, com'era lecito immaginare nel contesto della grave crisi climatica che stiamo vivendo. Gli scienziati hanno infatti scoperto che la Groenlandia era in larga parte priva di ghiaccio già 416.000 anni anni fa, quando era ricoperta da rigogliose foreste di abeti rossi pullulanti di vita, prima di trasformarsi nel “deserto bianco” che almeno in parte conosciamo oggi, a causa di un irrigidimento delle temperature.

Si tratta di una scoperta di fondamentale importanza per due ragioni: la prima è che fino ad oggi si riteneva che la Groenlandia fosse stata libera dai ghiacci alcuni milioni di anni fa, e non centinaia di migliaia di anni fa, prima che arrivassero gli effetti dell'era glaciale. La seconda è che 416.000 anni fa, durante un periodo interglaciale che gli scienziati chiamano MIS 11, vi erano condizioni climatiche calde e umide simili a quelle che vivremo nel prossimo futuro – e che in parte viviamo già oggi – a causa del riscaldamento globale.

C'è tuttavia una sostanziale differenza tra i due periodi: le concentrazioni di anidride carbonica (CO2) in atmosfera, il principale gas a effetto serra catalizzatore del cambiamento climatico. In questo momento vi sono infatti 424 parti per milione (ppm) di anidride carbonica per metro cubo d'aria, mentre centinaia di migliaia di anni fa i livelli erano compresi tra 265 e 280 parti per milione. Oggi sono dunque 1,5 volte superiori.

Secondo gli autori dello studio quella concentrazione di CO2 fu sufficiente a determinare il quasi completo scioglimento del ghiaccio della Groenlandia, all'interno di un periodo che è durato circa 30.000 anni. Ciò vuol dire che le attuali concentrazioni atmosferiche di carbonio sono ampiamente sufficienti per innescare la scomparsa del ghiaccio della grande isola appartenente al Regno di Danimarca. Questo è il nocciolo dell'intera questione: se tutto il ghiaccio della Groenlandia dovesse sciogliersi, infatti, secondo gli esperti il livello del mare si innalzerebbe di circa 7 metri, facendo sprofondare sott'acqua isole oceaniche (soprattutto nel Pacifico), grandi regioni e città costiere. Diremmo addio a New York, Miami, Napoli e Venezia, giusto per citarne alcune.

L'innalzamento del livello del mare è giustamente annoverato fra le conseguenze più drammatiche del riscaldamento globale, proprio per l'impatto che può avere sulla vita di miliardi di persone, catalizzando migrazioni di massa senza precedenti a causa del fatto che enormi porzioni di terraferma sparirebbero sotto al mare. Se a questo si associa il crollo delle risorse idriche e alimentari, le più grandi migrazioni nella storia dell'umanità potrebbero scatenare guerre globali per accaparrarsi gli ultimi lembi di terra fertili e vivibili di un pianeta disastrato solo a causa nostra, per via delle continue emissioni di CO2, metano e altri gas climalteranti che continuiamo a vomitare costantemente nell'atmosfera.

Una carota di ghiaccio recuperata da Campa Century. Credit: U.S. Army Photograph
Una carota di ghiaccio recuperata da Campa Century. Credit: U.S. Army Photograph

Questo scenario catastrofico, prospettato ormai da anni dai climatologi, ora è diventato più concreto e realistico grazie allo studio di campioni di terreno ghiacciato estratti negli anni '60 del secolo scorso a Camp Century, una base militare statunitense costruito nella Groenlandia nordoccidentale. I ricercatori dell'epoca scavarono a oltre 1.3 chilometri di profondità sotto la base e recuperarono una “carota di ghiaccio” lunga circa 3,5 metri. Il campione è stato custodito per decenni in un congelatore, ma nel 2017 un team di ricerca internazionale ha deciso di analizzarlo a fondo grazie alle sofisticate tecnologie moderne, in grado ad esempio di determinare in quale periodo è stato esposto alla luce del sole, per quanto tempo e così via. A studiare i campioni è stato un gruppo di ricerca internazionale guidato da scienziati statunitensi della Rubenstein School of the Environment and Natural Resources dell'Università del Vermont, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi del Dipartimento di Geoscienze dell'Università dello Utah, del Geological Survey della Groenlandia e della Danimarca, del Lawrence Livermore National Laboratory, dell'Università Libera di Bruxelles e molti altri istituti.

I ricercatori, coordinati dal professor Paul R. Bierman, hanno determinato che i sedimenti subglaciali del nucleo di ghiaccio prelevato da Camp Century provengono da un luogo che circa 416.000 anni fa era privo di copertura glaciale. Ciò è stato determinato attraverso svariate tecniche, come la datazione della luminescenza e le analisi dei nuclidi cosmogenici. Tutte indicano una cosa: che il sedimento della carota si è depositato in condizioni prive di ghiaccio. All'interno del campione, infatti, gli scienziati hanno trovato ramoscelli, muschi, semi e altri elementi vegetali. “Abbiamo un ecosistema ghiacciato fossilizzato qui. E ciò significa, ovviamente, che la calotta glaciale era scomparsa perché non puoi far crescere piante sotto un miglio di ghiaccio”, ha dichiarato alla CNN il professor Bierman. Abbiamo dunque una prova che solo alcune centinaia di migliaia di anni fa la Groenlandia era molto differente da come la si immaginava fino ad oggi. E poiché le condizioni di quell'epoca passata ricordano molto da vicino quelle cui stiamo andando incontro, si può giungere solo una conclusione: che presto avremo una Groenlandia senza ghiaccio e che ci troveremo con un mostruoso innalzamento del livello del mare di 7 metri. Con tutto ciò che ne consegue per miliardi di persone.

Che la Groenlandia si trovi già in estrema difficoltà lo indicano diversi studi recenti. Una ricerca condotta da scienziati dell'Università Statale dell’Ohio basata sull'analisi di immagini satellitari raccolte negli ultimi 40 anni, ad esempio, ha rilevato che i ghiacci dell'isola hanno già raggiunto una soglia critica e un “punto di non ritorno”; ciò significa che sono destinati a sparire completamente, qualunque cosa faremo con le emissioni di CO2. Del resto, basti sapere che tra il 2010 e il 2018 la calotta glaciale dell'isola ha perso ben 286 miliardi di tonnellate di ghiaccio, un volume sei volte superiore a quello perso tra il 1980 e il 1990. È un chiaro segnale del trend negativo legato al riscaldamento globale. Ma se questo dato è inquietante, un altro fa emergere una situazione ancora peggiore: solo nel 2019 sarebbero andate infatti perdute circa 500 miliardi di tonnellate di ghiaccio.

Credit: Science
Credit: Science

Con un simile tasso di fusione non c'è da stupirsi che, prima o poi, la Groenlandia perderà completamente o quasi la sua iconica copertura ghiacciata. E ora abbiamo la prima prova che il clima attuale è in grado di portarla a questa condizione critica, grazie a una carota di ghiaccio venuta dal passato. “È davvero la prima prova a prova di proiettile che gran parte della calotta glaciale della Groenlandia è sparita quando si è riscaldata. Il passato della Groenlandia, preservato in 12 piedi di terreno ghiacciato, suggerisce un futuro caldo, umido e in gran parte privo di ghiaccio per il pianeta Terra”, ha chiosato il professor Bierman.

A rendere il tutto ancor più drammatico vi è il fatto che la riduzione della copertura ghiacciata alimenta il riscaldamento attraverso la riduzione dell'albedo, cioè la capacità di riflettere i raggi solari, che è massima per i manti nevosi e glaciali. L'oceano libero dai ghiacci marini, così come le rocce e la vegetazione esposte ai raggi solari, assorbono molto più calore e catalizzano le conseguenze della crisi climatica, sempre più grave e dagli effetti irreversibili, qualora dovessimo superare 1,5° C di riscaldamento rispetto all'epoca preindustriale. “Stiamo condannando la calotta glaciale della Groenlandia e gran parte di quell'innalzamento del livello del mare arriverà rapidamente”, ha chiosato il professor Bierman. I dettagli della ricerca "Deglaciation of northwestern Greenland during Marine Isotope Stage 11" sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica Science.

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