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Cos’è la fascia anti squalo indossata da Erika Fox, la triatleta forse uccisa da un “Grande Bianco”

Attorno alla caviglia di Erika Fox è stata trovata una fascia anti squalo, un dispositivo che invia impulsi elettromagnetici in grado di disturbare i pesci predatori e limitare il rischio di attacco. La donna sarebbe stata uccisa da un grande squalo bianco. Come funzionano questi deterrenti e perché non sono sempre efficaci.
A cura di Andrea Centini
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Un cartellone che avvisa della presenza di grandi squali bianchi in acqua
Un cartellone che avvisa della presenza di grandi squali bianchi in acqua

Erika Fox, triatleta di 55 anni, secondo alcuni testimoni è stata attaccata e uccisa da uno squalo mentre nuotava nella famosa Baia di Monterey, in California (Stati Uniti). Probabilmente ad aggredirla è stato un cosiddetto Grande Bianco, ovvero uno squalo bianco (Carcharodon carcharias) di grandi dimensioni. La donna, consapevole delle acque oceaniche popolate da squali potenzialmente pericolosi, indossava alla caviglia una cosiddetta fascia anti squalo – shark deterrent band o shark repellent band in inglese -, un dispositivo che invia impulsi elettromagnetici in grado di infastidire e allontanare i pesci predatori (ma l'efficacia è limitata, come spiegheremo meglio più avanti).

Lo scorso 21 dicembre Erika Fox era partita assieme a un dozzina di altri nuotatori da Lovers Point, tra i quali anche il marito Jean-Francois Vanreusel, che nuotava a un centinaio di metri dietro di lei. A un certo punto è scomparsa nel nulla fra le onde, ma nessuno del suo gruppo si è accorto di cosa era accaduto. Ad assistere alla tragedia almeno due testimoni dalla costa, che come raccontato da MercuryNews hanno visto uno squalo emergere vicino alla donna, prima che sparisse sott'acqua. Un altro testimone, che transitava lungo la costa in auto, ha dichiarato alle autorità di aver visto uno squalo con in bocca quello che sembrava essere un corpo umano. Sembra dunque che vi siano pochi dubbi sulla dinamica che ha portato alla morte della sfortunata cinquantacinquenne. I suoi resti sono stati trovati su una spiaggia di Davenport – appena a nord della Baia di Monterey – dopo una settimana di ricerche. Su una caviglia era ancora presente il dispositivo che avrebbe dovuto ridurre il rischio di incidenti mortali; ma come funziona esattamente una fascia anti squalo?

Cosa sono le fasce anti squalo

I deterrenti per limitare gli attacchi degli squali sono in sviluppo sin dagli anni '40 del secolo scorso, passando da mute “corazzate” e acuminate ad armi offensive come i bangstick, tubi in grado di sparare un proiettile ad alta potenza sott'acqua. Sono stati progettati anche repellenti chimico-fisici in bustina e persino granate anti squalo, come racconta il sito Dan World. Tra quelli di concezione più recente, utilizzati da molti subacquei e surfisti, vi sono i repellenti elettromagnetici, progettati per disturbare gli organi di senso degli squali chiamati Ampolle di Lorenzini. In parole semplici, si tratta di elettrorecettori posti sul muso di questi pesci cartilaginei, che sfruttano per rilevare i campi elettrici in acqua, ad esempio quelli emessi dalle contrazioni muscolari delle prede (ma non solo). Saturando questi organi con brevi e intensi impulsi elettromagnetici, si ritiene che gli squali vengono spinti ad allontanarsi per fastidio e dolore. La fascia alla caviglia di Erika Fox serviva proprio a questo. Nonostante il principio alla base del funzionamento sia chiaro, sulla reale efficacia di questi dispositivi c'è molto dibattito, dato che si sono verificati diversi incidenti mortali ai danni di nuotatori che li indossavano.

Pur essendo spesso pubblicizzati come sicuri ed efficaci, in realtà la protezione offerta da questi repellenti è limitata, scontrandosi con le dimensioni e la determinazione del predatore con cui si ha la sfortuna di imbattersi. Se lo squalo non è grande e il suo intento è solo quello di saggiare la preda per capire con cosa ha a che fare (molti attacchi di squalo si fermano al morso esplorativo, perché l'essere umano non rientra nel menù di questi predatori apicali), allora probabilmente la fascia può offrire un certo “scudo”. Tuttavia, se lo squalo è molto grande e il suo attacco ha intento predatorio, allora difficilmente ci si può salvare con uno di questi dispositivi.

“Caratteristiche specifiche del campo elettrico, come il gradiente di tensione e la frequenza, sono i fattori chiave che influenzano il modo in cui un deterrente elettrico influirà sul comportamento di uno squalo”, spiega Dan World, sottolineando che test indipendenti hanno dimostrato che non tutti i dispositivi hanno lo stesso livello di efficacia, nonostante vengano tutti dichiarati come “efficaci” dai produttori. “Mentre alcuni di questi deterrenti sono dotati di elettrodi a emissione costante che creano un campo elettrico tridimensionale attorno a chi li indossa, altri sono dispositivi a impulsi che presentano un ritardo temporale considerevole tra gli impulsi di tensione”, aggiunge Dan World.

Ci sono anche repellenti magnetici e sistemi elettrochimici che alterano il pH dell'acqua attorno al nuotatore, tutti in grado di influenzare il sistema sensoriale dello squalo e dunque, teoricamente, di spingerlo ad allontanarsi quando coglie il disturbo. Ma come spiegato da Dan World, poiché il comportamento degli squali non può essere generalizzato e la motivazione individuale è un fattore fondamentale, chi indossa questi dispositivi non deve avere una percezione aumentata della propria sicurezza personale. Come raccontato al Monterey County Weekly dall'amica della triatleta Sara Rubin, Erika Fox aveva sviluppato un rapporto “profondamente intimo con l'Oceano Pacifico” e comprendeva il rischio di nuotare in acque popolate da grandi squali bianchi. Pertanto non avrebbe definito l'episodio che ha portato alla sua morte come a un attacco, ma a un “incidente”, perché il “il comportamento di un animale è proprio questo”.

Ricordiamo che muoiono circa 10 persone ogni anno a causa degli squali, un numero sensibilmente inferiore a quello provocato dai cani (25.000) da serpenti (50.000 – 100.000) e dai patogeni trasmessi dalle zanzare, oltre 700.000. È sempre l'essere umano a entrare nell'habitat naturale di questi predatori, che si comportano solo come tali nel rispetto della propria natura.

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