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Alzheimer, italiani scoprono molecola che blocca l’accumulo di placche tossiche nel cervello

Ricercatori italiani hanno creato una molecola che per via intranasale inibisce l’accumulo di beta amiloide e il danno sinaptico in topi con Alzheimer murino.
A cura di Andrea Centini
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Scienziati italiani hanno messo a punto una piccola molecola sperimentale che, quando viene somministrata precocemente per via intranasale, è in grado di evitare l'accumulo delle placche di beta amiloide nel cervello di modelli animali. Poiché gli aggregati di questa proteina “appiccicosa” – assieme a quelli della proteina tau – nel tessuto nervoso sono associati al morbo di Alzheimer, la più diffusa forma di demenza al mondo, l'utilizzo preventivo della molecola potrebbe proteggere dalla letale malattia, che attualmente interessa circa 50 milioni di persone nel mondo e che si stima ne colpirà 115 milioni entro il 2050, con un impatto sanitario, sociale ed economico significativo. In parole semplici, grazie a questa molecola – un piccolo peptide – si potrebbe arrivare un farmaco rivoluzionario in grado di prevenire il morbo di Alzheimer.

A sviluppare la molecola, formata da soli sei amminoacidi, è stato un team di ricerca completamente italiano composto da scienziati dell'Unità di Neuropatologia della Fondazione IRCCS Istituto Neurologico Carlo Besta di Milano e del Dipartimento di Biochimica molecolare e Farmacologia dell'IRCCS Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri. I ricercatori, coordinati dai neurologi Giuseppe di Fede e Fabrizio Tagliavini, hanno messo a punto la molecola a partire da una variante naturale della beta amiloide (o Aβ) chiamata A2V, che nei portatori eterozigoti umani sembra offrire una protezione contro l'Alzheimer, come specificato dagli scienziati nell'abstract dello studio. Da questa molecola, nota per le proprietà anti-amiloidogeniche, cioè che contrastano la formazione delle placche di beta amiloide, il professor di Fede e i colleghi hanno realizzato il peptide Aβ1-6A2V. Testata su modelli murini (topi) per via intranasale, la molecola ha mantenuto le proprietà del composto naturale originale, inibendo l'aggregazione della proteina e prevenendo il danno alle sinapsi – le strutture che permettono la comunicazione elettrica tra i neuroni – dovuto all'amiloidogenesi. I topi trattati avevano una forma murina del morbo di Alzheimer in fase precoce. Se la molecola dovesse dimostrarsi sicura ed efficace anche nell'uomo, allora saremmo davvero innanzi a un farmaco rivoluzionario.

“Gli esperimenti hanno dimostrato che la somministrazione per via intranasale del peptide, in una fase precoce della malattia, è efficace nel proteggere le sinapsi dagli effetti neurotossici della beta amiloide oltre che nell’inibire la formazione di aggregati della stessa proteina, responsabili di gran parte dei danni cerebrali nell’Alzheimer, e nel rallentare il deposito della beta amiloide sotto forma di placche nel cervello”, hanno dichiarato all'ANSA i professori Tagliavini e Di Fede. “Inoltre, il trattamento sembrerebbe non indurre eventi collaterali che derivano da un’anomala attivazione del sistema immunitario, riscontrati in altre potenziali terapie per l’Alzheimer. Questi effetti multipli costituiscono pertanto una combinazione apparentemente vincente nell’ostacolare lo sviluppo della malattia nei topi”, hanno aggiunto i due scienziati. Precedenti indagini sugli anticorpi monoclonali, considerati una della armi più preziose anche per combattere l'Alzheimer, sembrano non essere efficaci se non vi è un contrasto alla neurotossicità dovuta all'accumulo della proteina beta amiloide, come spiegato dagli scienziati. In quest'ottica la nuova molecola risulta particolarmente promettente.

“Gli ulteriori vantaggi di questa strategia riguardano i bassi costi di produzione del piccolo peptide, in confronto agli elevatissimi costi di altri approcci terapeutici potenziali per l’Alzheimer come gli anticorpi monoclonali, la semplicità e la scarsa invasività del trattamento per via intranasale, peraltro già usato con successo per altre categorie di farmaci”, ha concluso il professor Mario Salmona, biochimico presso l’Istituto Mario Negri e coautore dello studio. I dettagli della ricerca “A novel bio-inspired strategy to prevent amyloidogenesis and synaptic damage in Alzheimer’s disease” sono stati pubblicati sull'autorevole rivista scientifica Nature Molecular Psychiatry.

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