“Un giorno funzionerà, senz’altro funzionerà. Non sappiamo ancora quando, se fra cinque o cento anni. Però quello che noi dobbiamo fare è provare, riprovare di nuovo, cercare, sperare e darsi da fare. Altrimenti, certamente non funzionerà”. È evidente il motivo per il quale si definisce una “futurista” Tatiana Ryabinina, originaria di San Pietroburgo ma a Bologna da oltre vent’anni, che dopo la scomparsa l’estate scorsa della mamma 65enne ha deciso di ibernare il suo corpo nella madrepatria Russia. Qui, a circa 70 chilometri da Mosca, è presente da circa 15 anni la KrioRus, una società che si occupa di ricerca scientifica e di crioconservazione. Si tratta di una tecnica che consente di conservare, potenzialmente all’infinito, corpi di essere umani ad una temperatura di 196 gradi sottozero.

“Si possono criopreservare inoltre solo alcune parti del corpo, come il cervello, e anche animali da compagnia come cani e gatti” spiega Filippo Polistena, titolare di un’agenzia di onoranze funebri a Mirandola, nel Modenese, e della Polistenza Human Criopreservation, il punto di contatto fra i pazienti italiani e la società russa. Già, “pazienti”. Sia Polistena che Valeria Viktorovna Udalova, direttrice della KrioRus, utilizzano solo ed esclusivamente questo termine a proposito delle persone morte e poi ibernate in Russia, o per propria volontà, espressa prima di spirare, oppure dopo una scelta presa dai familiari.

Dopo aver liberato le vie sanguigne, vengono iniettati dei crioprotettori nel corpo del paziente che consentono un ribassamento graduale della temperatura corporea. Poi, cinque o sei alla volta, i corpi vengono inseriti in contenitori chiamati “dewar”, a testa in giù, e qui resteranno finchè non verrà trovato un modo per riportare tutti in vita. Al momento, infatti, non esiste ancora un metodo per far sì che ciò possa avvenire davvero, ma sia i ricercatori della KrioRus che Tatiana sono convinti che prima o poi la scienza arriverà anche a rendere possibile una cosa del genere.

“Al momento non sappiamo ancora come fare, ma abbiamo abbastanza prove per poter dire che in futuro sarà possibile tornare alla vita” sottolinea Valeria Viktorovna Udalova. Matteo Cerri, ricercatore, neurofisico dell’Università di Bologna e collaboratore dell’Agenzia Spaziale Europea, proprio per i suoi studi sull’ibernazione, è invece più cauto: “Parliamo di qualcosa che al momento è ancora  fantascientifico, ma forse si può intravedere un disegno. La crioconservazione -continua- provoca comunque dei danni ai tessuti. Se invece si conservasse un corpo immediatamente dopo il decesso le cellule sarebbero ancora vive e ci sarebbero danni minori”. Ma il problema è anche legato alle dimensioni del corpo da ibernare: la crioconservazione, conferma Cerri, è infatti già nota anche in laboratorio, perchè adoperata su entità viventi molto piccole, con la temperatura ribassata immediatamente in ogni loro particella. Per gli esseri umani, invece, ciò non è possibile, essendo organismi decisamente più grandi. Dunque, secondo l’esperto, ci sarebbe anche un altro aspetto da rivedere, sebbene la direttrice Udalova è chiara su come funziona alla KrioRus: "Il procedimento di ribassamento della temperatura può durare fino a dieci giorni, per evitare danni alle cellule".

Finora, nel quartier generale di Sergiev Posad ci sarebbero conservate in azoto 61 persone di tutto il mondo e 27 animali, ma dalla Russia assicurano di avere anche qualcosa come 600 contratti già sottoscritti. I costi: 36mila dollari per un corpo, 18mila per cervello o altre parti e 10mila per un animale. “Non è una cosa solo per ricchi –commenta Polistena-. Molta gente non sopporta il distacco a causa della morte e in questo modo gli stiamo dando una speranza. Ciò che conta davvero è l’idea di essere crioconservati”.

“Mi ero già informata perché mia madre aveva una forma di tumore inguaribile: negli Stati Uniti mi hanno chiesto, se non ricordo male, 300.000 dollari. Una cifra molto più alta rispetto a quella che mi hanno proposto a Mosca. Non volevo arrendermi, volevo darle una chance –conclude Tatiana-: non so, forse una su un milione. Se non potrò farlo io, magari riusciranno a riabbracciarla almeno i miei figli. L’amavano tanto".